SCUOLA/ La morte di un paese? Comincia negli asili nido

- Manuela Cervi

Molte famiglie consegnano i bambini all’asilo nido fin da piccolissimi, pregiudicando in questo modo la formazione basilare della loro personalità. Ecco perché. MANUELA CERVI

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Immagini di repertorio (Foto: LaPresse)

Alla nascita i miei quadricipiti e quelli di Usain Bolt erano pressoché simili; poi l’esercizio, l’uso, la formazione hanno reso quelli di Bolt estremamente diversi dai miei; capaci di performance neppure lontanamente paragonabili alle mie. Per alcune facoltà implicate nella comprensione della realtà, nell’apprendimento delle informazioni e nella costruzione di un sapere vale — sommariamente — un analogo ragionamento. La memoria, ad esempio, definito il suo spessore culturale, e disponendo di un modello adeguato di ragionamento, oltre che di strategie utilizzabili, funziona in maniera analoga a un muscolo: più la si usa, più accresce via via la sua capacità.

Così, siamo generalmente indotti a pensare che per la crescita dell’uomo — non soltanto per il suo sviluppo —, e cioè per la capacità educativa che l’adulto deve mettere in campo, valga una logica analoga. Più i ragazzi capiscono, si applicano e studiano, più sapranno. 

E questo è certamente vero, ma solo come conseguenza di un fenomeno che ne sta alla base. Si tratta di una capacità di valutazione binaria, largamente inconsapevole, che si gioca esclusivamente nell’esperienza, e che decide del prosieguo astrattivo della comprensione, della costanza nell’applicazione e dell’intelligenza e profondità dello studio. Binaria significa on-off. O la lezione del professore mi interessa o non mi interessa: on-off. O mi fa venir voglia di approfondirne i contenuti o mi lascia nell’indifferenza: on-off. O mi riempie di gusto o mi annoia: on-off. O mi coinvolge in tutta la meraviglia suscitata dalle cose, o — in fondo — mi lascia nella mia inquietudine: on-off

Non c’è una terza via. E che le due forme valutative, positiva (on) o negativa (off), siano tra loro irriducibili e inconciliabili è addirittura sedimentato nel lessico del codice linguistico italiano, che della secolare storia del succedersi di questi on-off è il custode fedele, e che solo nello 0,5 per cento dei casi attesta una valutazione che non sa che strada prendere (in due soli casi: o quando siamo “sbigottiti” o quando siamo “ambivalenti”).

Per questo, capiamo quando papa Francesco dice che “L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla. […] La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco […]. Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, ecc.”. Un bello-bene-vero sempre intrecciati, che vanno nell’uomo coltivati fin nelle pieghe dei dettagli del sapere e della sua acquisizione: dalle difficoltà ortografiche ai criteri di lettura di un libro, all’affronto delle frazioni, alla classificazione delle figure retoriche. E fin qui potremmo essere — più o meno — tutti d’accordo. 

Ciò che invece rimane avvolto nella disinformazione, è il fatto che questa capacità di valutazione binaria, su cui si gioca da un lato la crescita dell’essere umano e dall’altro la capacità educativa dell’adulto, è disponibile all’uomo fin dalla nascita, ma attraversa tempi maturativi specifici, che devono essere rispettati mettendo in campo le condizioni necessarie affinché si sviluppi, consentendo a tutte le facoltà che in essa affonderanno le proprie radici di svilupparsi a loro volta. 

Ad esempio il primo anno di vita dell’essere umano deve venire assolutamente protetto, e tra le condizioni principali di tale protezione vi è certamente la presenza, sia in termini quantitativi che qualitativi, dei genitori, e attraverso i genitori (non in sostituzione di essi) la presenza di un “villaggio”, per dirla ancora con papa Francesco (i nonni, gli zii, i cugini, gli amici, ecc.). Infatti in Paesi come la Croazia, la Danimarca e la Serbia le mamme hanno un congedo di maternità di un anno retribuito integralmente; in Norvegia godono o di 36 settimane di congedo retribuito al 100 per cento o di 46 settimane all’80 per cento. In Svezia sono 420 i giorni di congedo con l’80 per cento dello stipendio. E così in Inghilterra, dove il congedo di maternità è di un anno retribuito al 90 per cento. Per non parlare dei congedi di paternità. L’Europa, al contrario degli Stati Uniti, ha già per metà imboccato la strada giusta.

Invece in Italia discutiamo sulla moltiplicazione degli asili nido sostitutivi per orario della presenza genitoriale, e i fondi che stanziamo sono per il tempo pieno. Cioè togliamo ai bambini la famiglia, e con essa le condizioni fondanti di una crescita sana.

Proviamo allora a dirimere le questioni educative, partendo dai bisogni dei bambini invece che dalle opinioni degli adulti. I temi di discussione diventano almeno tre. 

Il primo è: di che cosa ha realmente bisogno un bambino per crescere nel primo anno di vita, poi fino al terzo, poi tra il terzo e il quinto? Quali sono le caratteristiche della maturità scolare? Di che cosa ha bisogno un bambino entro i sette anni, poi fino ai nove anni, entro i tredici e infine in età adolescenziale? Il secondo è: in conseguenza dei reali bisogni, quali sono i ruoli specifici e le responsabilità degli adulti (genitori, “villaggio”, istituzione scolastica)? Infine, per favorire ruoli e responsabilità di questi, che cosa deve e può fare lo Stato in particolare in termini legislativi? In Paesi come la Francia questioni come la denatalità sono state positivamente affrontate proprio su questa strada.

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