SCUOLA/ Docenti e studenti, “domandare” per (ri)scoprire se stessi

Andare alla radice del logos che anima anche la tecnica come sentiero per riscoprire la sorgente del proprio essere. A proposito delle “Romanae disputationes”, ROBERTO GRAZIOTTO

15.11.2016 - Roberto Graziotto
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Etty Hillesum (1914-1943) (Foto dal web)

LIPSIA — Il filosofo Carlo Sini, che ha recentemente tenuto la relazione iniziale delle “Romanae disputationes” sul tema “Logos e techne”, ha parlato di una minaccia che incombe sulla filosofia: la sua morte. Ed ha messo il futuro della filosofia nelle mani dei giovani uditori, che attraverso l’iniziativa (delle Rd appunto) guidata ed ideata da Marco Ferrari, sono chiamati ad essere attori principali della filosofia stessa. 

Nella sua conferenza Sini, in un linguaggio accessibile ai giovani, parlando a braccio per un’ora, ha cercato di far comprendere quale sia il ruolo della filosofia in una società altamente tecnologica come la nostra, spiegando ai giovani uditori che il logos è il primo “strumento” che fa l’uomo uomo. La prima “tecnica” dell’uomo è il logos. In questo modo Sini non vede tra la parola ragionevole (logos) e la tecnica una contraddizione, ma un profondo accordo: la “parola” come “tecnica” fondamentale in cui si costruisce la comunità degli esseri umani. Il “logos” crea comunità. Senza parola nessuno di noi è un soggetto umano. Le scienze hanno le loro mappe di sapere e queste spesso funzionano, così che sembrerebbe che la filosofia non abbia nulla di preciso da dire, non solo per il linguaggio difficile di cui ha parlato nella sua introduzione Francesco Botturi, filosofo e prorettore dell’Università Cattolica di Milano, ma perché detiene un sapere che non serve, che non “funziona” come il sapere scientifico. 

Sini dice in questo contesto forse la frase più geniale della sua conferenza: “Se nessuno ci avesse parlato non saremmo diventati umani”, se non avessimo fatto questa esperienza di “generazione” (uso io questa parola, Sini era più concentrato nella sua conferenza sul “lavoro” che sulla “generazione”) non sarebbero neppure sorte le mappe del sapere che ci permettono, spesso, di risolvere problemi nei vari ambiti del sapere. Senza questa esperienza di “generazione” non sapremmo neppure chi siamo. E proprio in questo Sini, che rimanda al Gorgia di Platone, vede il lavoro più grande della filosofia: Gorgia, dicci chi sei, chiede Socrate al retore di successo. Chi sei tu che sai parlare in modo così efficace? Chi sei tu nel contesto del “tutto” in cui siamo immersi, del tutto cosmico ed umano? Ecco, questo compito della filosofia la fa più necessaria che mai, perché ci permette un atteggiamento di libertà da quel modo di concepire la tecnica per il quale quest’ultima può sostituire l’uomo generante. Senza il linguaggio custodito dall’uomo non vi è scienza e tecnica autentiche, dice Sini, che nel “ricordo” di ciò vede il vero compito della filosofia. 

Mi sono chiesto come dare respiro tedesco — in Germania la filosofia non è più da tempo una materia obbligatoria del liceo — a questa intuizione che in Italia viene presa sul serio anche a livello di scuola superiore, per esempio con l’iniziativa delle Rd. Gli insegnanti sono sempre più impegnati e corrono il rischio di non generare nel luogo dove sono insegnanti perché assorbiti da diverse e continue iniziative, anche molto sensate.  

In un recente convegno in Armenia ho conosciuto la community di “eTwinning plus”, un progetto che permette di mettere a contatto le scuole in modo virtuale rimanendo nel luogo in cui si lavora. Il senso dell’iniziativa è provvedere alla creazione di una piattaforma per scuole che partecipano al progetto. Sono scuole che vengono dall’Ue con l’aggiunta di paesi come Armenia, Georgia, Azerbaijan, Moldova, Tunisia e Ucraina. Le scuole di questi paesi possono collaborare insieme attraverso l’uso di normai strumenti Ict. Attraverso un progetto simile di finanziamento, noto come Erasmus Plus, in collaborazione con eTwinning Plus viene offerta la base tecnologica e per l’appunto finanziaria per poter mettere in contatto scuole in tutte le materie, non solo nella filosofia. 

Sono consapevole che Sini ha parlato di “tecnica” in modo più “elementare” di come se ne parla nell’Ict, anzi il senso della conferenza era proprio di porre, anche al cospetto di queste possibilità tecnologiche, la domanda di chi sono gli attori che fanno questi progetti, non nel senso di identificarli a livello biografico, ma per l’appunto ontologico. Allo stesso tempo non vedo come si possa ampliare l’esperienza principalmente italiana delle Rd (una scuola australiana di Brisbane si è già iscritta all’iniziativa) senza usare anche l’esistenza di risorse finanziarie e tecnologiche già esistenti. 

Detto ciò rimane aperta la domanda assolutamente personale (“Dicci chi sei Gorgia?”), ma non per questo meno densa di significato generale: come può oggi la filosofia rendere possibile una partecipazione a quell’atto ontologico generativo primo che è il dono dell’essere come amore (l’alternativa alla realtà dell’essere come dono è che essa sia solo frutto di casuali mutazioni)? Chi siamo noi insegnanti? chi siamo noi professori? chi siamo noi studenti, se non coloro che vengono chiamati in quest’ora storica, in cui spesso non si ha ricordo, ha detto Sini, del “tutto” cosmologico e storico da cui siamo generati, se non coloro che possono generare a loro volta un po’ di quell’amore senza il quale la vita non ha nessun senso? 

“La vita è una cosa splendida e grande — ha scritto Etty Hillesum —, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento d’amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi”.

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