UNIVERSITA’/ Che cosa fare dopo le “cattedre Natta”?

- Giovanni Salmeri

La vicenda delle cattedre Natta si può giudicare molto utile per il presente e il futuro dell’accademia in Italia. Per ora, la posizione del governo è ancora ambigua. GIOVANNI SALMERI

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Matteo Renzi (Foto: LaPresse)

Gli sviluppi della discussione sulle “cattedre Natta” stanno registrando una rara convergenza di posizioni: dalle sedi giuridiche (il Consiglio di Stato) a quelle universitarie (per ultima la Conferenza nazionale dei Direttori di Giurisprudenza) i giudizi sono così negativi e circostanziati, su tutti gli aspetti del provvedimento, nessuno escluso, da far immaginare come unico sbocco dignitoso il suo ritiro completo. 

Proprio per questo però la vicenda si può giudicare molto utile per il presente e il futuro dell’accademia in Italia. Anzitutto perché alla sua chiusura si potrà trarre un bilancio non equivoco sulla posizione dell’attuale Governo riguardo alla politica universitaria: se un provvedimento completamente sbagliato può derivare da difetto di competenza o precipitazione (cose entrambi scusabili nelle cose umane), il suo mantenimento potrà significare solo un’offesa diretta a tutti gli attuali professori e ricercatori universitari e una consapevole presa di possesso dell’istituzione universitaria, ritenuta da colonizzare con una nuova classe privilegiata di docenti di gradimento governativo. 

Lo scenario appare improbabile, ma non del tutto impossibile visti i precedenti, invero clamorosi, di distrazione di risorse dall’università verso istituzioni di ricerca di maggior attrattività mediatica. Aggiustamenti di facciata potranno forse solo peggiorare la situazione: se per esempio, come è parso di capire, si pretendesse che l’autonomia universitaria possa essere recuperata con un qualche coinvolgimento della Crui, la vicenda segnerebbe anche una frattura difficile da sanare all’interno della comunità accademica, che potrà lecitamente ritenere tale coinvolgimento come un imbarazzante piatto di lenticchie. L’ipotesi più probabile di un ritiro del provvedimento significherà invece perlomeno che la questione è aperta e smentirà una volta tanto l’idea secondo cui “protestare è inutile”: in questo caso, sarà stato decisivo.

Anche questo secondo più probabile sbocco lascerà però aperte almeno due questioni, che sarebbe bene che non fossero oscurate dall’eventuale soddisfazione. 

La prima è la quella della reputazione dell’università. Provvedimenti come questo possono essere stati concepiti anche (lecitamente) come un contributo alla buona immagine del Governo solo sulla base di una diffusa disistima dell’istituzione universitaria. Introdurre un’intera classe di docenti privilegiati tramite procedure differenti rispetto a quelle normali, con commissioni presiedute da un membro straniero, può apparire appropriato solo a chi ritiene che gli attuali docenti italiani siano corrotti e di scarso valore e che le procedure normali di reclutamento siano incapaci di individuare i meritevoli. Purtroppo questo non meraviglia, e spiega anche come la vicenda delle cattedre Natta abbia trovato nei mezzi di comunicazione un’eco minore rispetto alla ghiotta occasione giornalistica di denunciare in Italia procedure finora viste solo nei regimi autoritari (con buona pace di chi ha citato apparenti somiglianze con paesi democratici).

L’opinione comune sull’università è molto bassa, essa è una delle poche grandi istituzioni che in Italia è possibile calunniare pubblicamente avendo la certezza che gli applausi saranno più delle proteste. Il fatto che l’università italiana sia una delle migliori al mondo e che al confronto di quelle straniere faccia miracoli in rapporto alle esigue risorse di cui può godere è purtroppo sconosciuto ai più. La retorica dell'”eccellenza”, che potrebbe avere una sua declinazione utile (non è certo sbagliato incoraggiare il meglio e i migliori), diventa così il pretesto per sottintendere un giudizio di mediocrità per quasi tutti — eccettuati, appunto, i pochi “eccellenti”.

La seconda questione è quella del rapporto tra potere civile e vita culturale. Sono molto lontani i tempi in cui nel XIII secolo Alessandro di Roes poteva scrivere che Padre, Figlio e Spirito Santo avevano i loro corrispondenti in terra in Chiesa, Impero e Università: riconoscendo quindi in quest’ultima (che nel concetto dell’epoca includeva anche, ricordiamolo, i corrispettivi degli attuali licei) un’istanza di pari dignità delle prime due. L’evoluzione che ha portato l’università ad essere controllata sempre più strettamente dalla politica non è ovvia e dev’essere studiata criticamente. Il progetto delle cattedre Natta attira l’attenzione per i suoi tratti clamorosi e abnormi, ma non dovrebbe contare di meno, per esempio, l’esasperazione dei docenti che rinunciano a dare ai propri studenti la possibilità di sostenere un esame di Storia romana anziché Storia greca perché una questione che un tempo si decideva in dieci minuti di Consiglio è oggi ingabbiata in una procedura di autorizzazione normata da una ragnatela di leggi e decreti: il che è un’offesa alla libertà dell’università non meno di una cattedra di nomina governativa. 

Certo, ogni nazione moderna è interessata nell’istruzione e nella ricerca: ma questo legittimo e meritorio interesse viene in questo modo davvero tutelato? La vicenda delle cattedre Natta rappresenta insomma solo l’estrema e a suo modo coerente conclusione dello sfocamento di un principio della separazione dei poteri che è forse altrettanto importante di quello più celebre illuministico che ora è dottrina comune nella scienza politica. Comunque vadano le cose, su tutto questo bisognerà riflettere.

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