SCUOLA/ Ministro Fedeli, “istruzioni” per chi non sa di scuola ma diventa ministro

Il governo Gentiloni si può ormai considerare alla stregua dell’usato sicuro; ma la senatrice Fedeli è nuova a cose di scuola. Ecco alcuni temi da mettere senz’altro in agenda. LUISA RIBOLZI

15.12.2016 - Luisa Ribolzi
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Valeria Fedeli con l'ex ministro Stefania Giannini (LaPresse)

Governo nuovo, ministro dell’Istruzione nuovo? Sul governo, la tendenza più diffusa è a considerarlo semmai un “usato sicuro”, mentre la senatrice Fedeli, trentanovesimo ministro dell’Istruzione (sessantunesimo se si considera che alcuni ministri sono stati nominati più volte) è sicuramente nuova, almeno rispetto al compito a cui è stata chiamata. Nella sua lunga carriera politica e sindacale non figura nessuna precedente esperienza che riguardi la scuola, l’università o la ricerca, se non l’essere stata nel novembre del 2014 la prima firmataria di un decreto legge con cui si richiede “l’introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle scuole e nelle università”, cosa che ha suscitato una dura ma comprensibile, anche se per il momento prematura, opposizione dei cattolici. 

Si potrebbe anche dire che dopo tre ministri-rettori provenienti dall’università, era tempo di cambiare, ma temo che la scuola (e l’università) non vivrà bene un ministro “politico” che proviene dalla militanza sindacale nel settore del tessile, anche se una battuta scontata potrebbe suggerire che è stata chiamata, appunto, a ricucire lo strappo fra i sindacati degli insegnanti e il governo. 

Io, a dire la verità, questo strappo non lo vedo, dato che l’attuazione della 107 si è concentrata sulle procedure di assunzione degli insegnanti, concluse com’era largamente prevedibile con un generale scontento e un miglioramento complessivo del sistema quantomeno discutibile. Mi preoccupa un po’ il fatto che i sindacati si rallegrino di aver finalmente trovato un interlocutore affidabile, d’accordo sul fatto che “Ora le priorità sono chiare: porre rimedio alle rigidità delle legge e attuare l’accordo con il governo per l’immediata riapertura del contratto” (Pino Turi, segretario generale della Uil scuola). Avevo la sensazione che la scuola dovesse avere a cuore prima gli studenti e poi gli insegnanti (o perlomeno, insegnanti e studenti nello stesso tempo), ma si tratta evidentemente di una posizione superata, e forse anche reazionaria.  

Poiché il ministro Fedeli resterà in carica al massimo fino a marzo del 2018, il suggerimento che vorrei darle (o dargli? Che cosa è politicamente corretto?) è di fissare poche e chiare priorità, e di perseguirle cercando un accordo generalizzato, che al momento non mi pare facilissimo, a partire dalla decretazione prevista dalla 107/2015, ancora incompleta, che prevedeva una “semplificazione e codificazione  delle disposizioni legislative in  materia di istruzione”. Nel suggerire quali possono essere queste priorità, però, ogni pallido tentativo di ottimismo cede di fronte alla considerazione che i problemi che erano irrisolti con Profumo, Carrozza e Giannini (e forse anche con Gelmini, Fioroni, Moratti, Berlinguer…), restano in larga misura tali, e le grandi riforme di sistema sono restate incompiute, sospese, modificate o contraddette dal successivo ministro. Vedremo se la Buona Scuola subirà la stessa sorte.

Innanzitutto, sarebbe importante che il ministro ricordasse che gli tocca di occuparsi non solo dell’istruzione, o dell’università, o della ricerca, ma di tutti e tre questi settori, e una politica educativa che veda un’integrazione fra di essi costituirà un indubbio miglioramento rispetto al passato. Basti citare, a esempio di quanto negativo sia tenerli separati, il caso della formazione degli insegnanti, in cui università e scuola hanno seguito e stanno seguendo percorsi paralleli e spesso incomunicanti. Ma degli insegnanti preferisco non parlare, anche se restano il nodo centrale, non solo per non ripetere fino alla nausea le solite cose, ma perché ritengo che il problema sia irrisolvibile in costanza di normativa, e se ci si focalizza su di esso si rischia l’immobilismo su tutto il resto. Mi limito a segnalare che continua a crescere la disaffezione dei giovani migliori verso l’insegnamento, considerato una scelta di ripiego e accettato solo in mancanza di meglio.

La valutazione, tema trasversale che attraversa l’intero sistema formativo, dalla scuola dell’infanzia ai dottorati di ricerca, resta in pole position, perché le resistenze (anche qui dalla materna al dottorato di ricerca…) restano forti, anche se ci sono stati dei miglioramenti, dovuti a mio avviso anche alle pressioni degli utenti, che invece la valutazione la apprezzano, magari auspicando che abbia delle conseguenze, nel bene e nel male, per potenziarne l’azione migliorativa. La finalità informativa sta incominciando a diffondersi, e fornisce indicazioni ai decisori politici per legiferare, alle famiglie per scegliere la scuola o il corso di laurea, e alle singole istituzioni per il miglioramento. La mia passata esperienza mi porta a sostenere la necessità di rinforzare e supportare le agenzie di valutazione, Invalsi e Anvur, in una quadro di maggiore responsabilizzazione degli attori (scuole e università), che dovrebbero poter decidere nel rispetto di pochi vincoli essenziali posti dal centro. L’efficacia e la coerenza con gli obiettivi vanno assodate da organismi composti di professionisti qualificati, dotati dei necessari mezzi e messi in grado di operare in modo libero e responsabile.

Si sono fatti dei progressi per la valorizzazione della formazione tecnico-professionale e di ogni forma di collegamento fra formazione e lavoro, con il potenziamento degli Its, l’istituzione dell’alternanza, che andrà accompagnata da un’opera di valutazione, qualificazione degli insegnanti e dei tutor aziendali e incentivi per le imprese, e qualche buona pratica, purtroppo non generalizzata, di realizzazione dei percorsi misti in accordo con le regioni. L’istruzione di terzo livello non universitaria resta però debolissima, e forse potrà essere incentivata da un certo scadimento dell’università, che vede da un lato la fuga all’estero (non sempre giustificata) di un numero crescente di ragazzi, e dall’altro una maggiore disponibilità a mettersi in gioco su percorsi alternativi centrati sull’acquisizione di saperi operativi, purché di qualità. L’individuazione e promozione delle eccellenze, che stimola una “innovazione per contagio” va di pari passo con il miglioramento della qualità media.  

I risultati di Pisa recentemente diffusi mostrano il permanere di una scuola a due velocità, da tempo nota, con regioni che competono ad armi pari con le nazioni più virtuose e regioni che vivacchiano al fondo della classifica. Il significato delle valutazioni su larga scala non è quello di innescare sterili vittimismi e rifiuti incondizionati, ma quello di stimolare i provvedimenti per porre riparo alle situazioni deficitarie, come è successo in Germania dopo la prima indagine o, per restare in Italia, in Puglia per la matematica. Se la dispersione formale (numero di studenti che non completano gli studi) o informale (studenti il cui titolo non corrisponde ad una effettiva preparazione) non diminuisce, non ci si può limitare ad accrescere a casaccio il numero degli insegnanti, ma bisogna mettere in atto misure per le nuove e vecchie “fasce deboli” e potenziare la formazione permanente. La scolarizzazione dei ragazzi di origine straniera, sempre più numerosi, costituisce solo un aspetto del più generale tema del successo formativo. 

Resta il problema dei finanziamenti, diviso in due diverse parti: la quantità dei fondi, e il modo di utilizzarli. Se sul primo punto qualche passo avanti è stato fatto, sul secondo permangono delle riserve, in mancanza di un approfondito esame del rapporto fra costi e benefici: il legame con il merito è quanto meno appannato, la distribuzione a pioggia tanto gradita ai fautori di una malintesa equità rappresenta una tentazione rafforzata dalla scarsa chiarezza sui meccanismi, le quote di denaro investite in ricerca e sviluppo restano irrilevanti. Potrà o vorrà la ministra prendere qualche provvedimento in questo senso? In particolare, l’Italia si avvicinerà al modello europeo considerato da tutte le ricerche più efficace, cioè un sistema finanziato e controllato dal centro, ma gestito dalle scuole in un regime di reale autonomia? O si deve temere che riprenda vigore l’approccio statalista, annullando i limitati progressi compiuti per l’autonomia reale delle scuole statali e per la parità fra scuole statali e non statali? 

Troppa carne al fuoco finisce con il riuscire mal cotta, o bruciacchiata: ma al nuovo ministro resta la possibilità di effettuare una scelta, e di attenervisi con coerenza, anche se non sarà facile mantenere l’equilibrio fra molte istanze anche contraddittorie.  

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