SCUOLA/ L’uomo, la tecnica ai il compito della filosofia (in classe)

- La Redazione

Mercoledì 16 novembre 2016 lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna ha ospitato la seconda lezione introduttiva delle “Romanae Disputationes”. Ne parla GIULIA ZAULI

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Mercoledì 16 novembre 2016 lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna ha ospitato la seconda lezione introduttiva al concorso nazionale di filosofia Romanae Disputationes. Carmine Di Martino, professore associato di Filosofia Teoretica nel dipartimento di filosofia dell’Università degli Studi di Milano, è intervenuto sul tema “Logos e techne: il cammino dell’uomo”. 

Di Martino, di fronte ad una folta platea di studenti liceali, ha esordito con queste parole: “non siamo qui semplicemente per aggiungere un tassello alla nostra cultura o per soddisfare una curiosità”. L’argomento all’ordine del giorno presenta un evidente nesso con il tempo presente e per questo Di Martino ha sfidato ragazzi ed insegnanti a superare un approccio meramente  intellettualistico per approdare ad un’indagine filosofica. È sotto gli occhi di tutti lo sviluppo senza precedenti della techne e i suoi immaginifici effetti. Questa realtà fa sorgere numerose questioni, non ultima quella sul “post-umano” (con la tecnologia modificheremo i nostri organismi a tal punto da andare oltre l’umano?). 

Ma la modalità di porre queste domande, ha osservato acutamente Di Martino, nasconde un presupposto implicito: l’opposizione tra “uomo” e “tecnica”. Di fronte a questo assunto si è chiesto: si può davvero pensare alla tecnica come qualcosa di estrinseco all’uomo “naturale”? Oppure l’uomo è tecnico fin dalla sua nascita? Ecco in atto, nella lezione stessa, un esercizio filosofico: discutere una posizione accettata acriticamente con lo scopo di una maggiore fedeltà all’esperienza. Per rispondere a queste domande occorre ricostruire la storia evolutiva dell’uomo e, per questa operazione, Di Martino ha fatto tesoro delle ricerche dell’antropologo francese André Leroi-Gouhran. Il riferimento è all’opera Il gesto e la parola (1964), che ha avuto una portata rivoluzionaria nell’ambito degli studi paleo-antropologici. 

Fino a quel momento, infatti, gli studiosi concordavano sulla spiegazione “cerebralista” dell’origine dell’uomo: l’uomo è tale perché caratterizzato da un determinato volume cranico che indica lo sviluppo del cervello. Leroi-Gourhan sostiene, invece, che l’uomo abbia origine dalla statura eretta. Tentando di ripercorrere velocemente l’argomentazione, possiamo dire che l’innalzamento sui piedi innesca un circolo virtuoso: libera le mani che da mezzi di locomozione diventano la condizione di possibilità del “fare tecnico”. Il nuovo uso delle mani, a sua volta, permette un diverso sviluppo della bocca e del cranio: siamo agli albori delle abilità cognitive. L’uomo ha il cervello perché ha le mani libere e non viceversa, come già avevano intuito i primi filosofi: “Anassagora afferma che l’uomo è il più intelligente degli animali grazie all’aver le mani” (Aristotele, De partibus animalium). 

Nella seconda parte della lezione, Di Martino ha spostato l’attenzione sul logos (inteso come ragione in stretta connessione con il linguaggio) nel suo rapporto con la techne. Logos e techne sono intimamente intrecciati e rappresentano le due facce di quella medaglia che è l’ominazione ovvero i passaggi che hanno determinato la comparsa dell’uomo. 

Per aiutare la comprensione di questo concetto, Di Martino ha fatto ricorso ad una premessa: la capacità tecnica dell’uomo si distingue da quella animale nella misura in cui si distacca dall’immediatezza. Le operazioni per fabbricare gli utensili, infatti, esistono già prima che si presenti l’occasione di usarli e poi non vengono dimenticate ma rimangono disponibili per azioni future. Dunque possiamo dire che l’utensile e il linguaggio sono connessi, in quanto la parola permette all’uomo di avere a disposizione il significato dell’azione, ormai autonomo dalla situazione contingente. Di Martino da una parte ha sottolineato la potenza del linguaggio come strumento che rende possibile la mente riflessiva, dall’altra ha lanciato un monito: il linguaggio stesso va sorvegliato per non cadere nel rischio di “reificare” le parole, di scambiarle per dati di esperienza. La parola, infatti, è una traduzione dell’esperienza ma necessariamente parziale. 

La lezione ha evidenziato che il tentativo di ricostruire il cammino della comparsa dell’uomo coinvolge la ricerca di numerose discipline scientifiche che ogni giorno forniscono nuovi dati e scoperte. La filosofia quale contributo può offrire? Per Di Martino il contributo della filosofia è ciò che la caratterizza da Socrate in poi: instillare il germe dell’interrogazione nei saperi consolidati. Come Socrate ai suoi interlocutori, così Di Martino alle scienze antropologiche ha chiesto: “ma voi come sapete ciò che sapete? Con quale autorità lo affermate?”

Tutto ciò può trovare spazio nelle classi del liceo ispirando un metodo: comunicare agli studenti non solo le nozioni di storia della filosofia previste dai programmi, ma anche e soprattutto la peculiarità dell’interrogazione filosofica ed il suo scopo. Il filosofo, dice Merleau-Ponty, nell’Elogio della Filosofia (1953), è «colui che si risveglia e che parla» e, aggiunge Di Martino, lo fa in vista della massima fedeltà all’esperienza.

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