SCUOLA/ L’ora di letteratura e l’errore di certi cattolici

- Pietro Gibellini

Dal 25 al 27 febbraio si svolge la XV edizione dei Colloqui Fiorentini. Pubblichiamo la seconda parte di una lezione introduttiva svolta dal critico letterario PIETRO GIBELLINI

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(Leggi qui la prima parte) – L’altro incontro cui partecipai, quello su Umberto Saba, recava per sottotitolo “La calda vita che scorre”: è una didascalia che parla da sé, è la calda vita che i ragazzi sanno cogliere nei testi se l’insegnante glieli sa far apprezzare. E allora non è necessario considerare solo scrittori di forte orientamento spirituale, perché se l’umanesimo cristiano parte dall’uomo, uno scrittore vero, se è vero, ci fa ragionare sull’uomo, magari per dissentire da lui, ma per cavarne comunque un incremento di conoscenza. Non occorre affrontare tutti gli scrittori presentandoli o trasformarli tutti come autori più o meno consapevolmente cristiani. Se sono grandi scrittori parlano dell’uomo e parlare dell’uomo significa naturaliter pensare al messaggio cristiano. Ora, se non mi sbaglio, dopo l’età della critica in tuta da metalmeccanico e dopo l’età della critica in camice bianco da anatomopatologo, è forse giunta l’età di colloquiare con i ragazzi davanti a un libro, inteso come “vera presenza”. 

Non voglio svalutare la tecnica né la filologia, che pratico da mezzo secolo: ma impedire che si immiseriscano in un tecnicismo fine a se stesso o in filologismo sterile, e divengano anzi un lievito prezioso per l’altro e per l’oltre. L’umanista sta attento alle parole, eccome! Tanto più l’umanista cristiano, il quale sa che il Logos, il Verbo, si è fatto carne. Il Verbum, con la maiuscola, deve però incarnarsi. Così il verbum con la minuscola, la parola letteraria, deve farsi vita, vita concreta e vita dello spirito (il termine parola deriva pur sempre da parabola, la parola per eccellenza, quella del Vangelo). Allora anche l’attenzione ai particolari diventa importante, non per un gusto erudito, inevitabilmente noioso, ma per far percepire come anche lo spostamento di una virgola può farci leggere il testo in un modo più vero. Non è un paradosso, e mi spiego con un esempio. 

Pensiamo al Cantico delle creature di San Francesco. In quasi tutte le edizioni scolastiche voi trovate che, dopo l’inizio (“Altissimu, onnipotente, bon Signore …” ), il testo reca che le lodi “A te solo, Altissimo, se konfàno e nullu omo ène dignu te mentovare”, con “Altissimo” messo fra le due virgole. Se chiedo a certi colleghi come mai all’inizio troviamo “Altissimu” con la u e in séguito invece “Altissimo” con la o, i più rispondono che all’inizio c’è una sfumatura umbra e qui non c’è: come se il copista ci mettesse il suo accento dialettale ora sì e ora no. Invece per me il motivo è un altro: all’inizio abbiamo un caso diretto derivato dal vocativo, dunque con uscita in -u, ma nel secondo caso si ha l’attributo di “te”, complemento di termine, il dativo diventato nel latino medievale caso obliquo o indiretto, uscente in -o. Perciò la virgola va spostata: “A te, solo Altissimo, se konfàno”. 

L’abbinamento di “solo” con “Altissimo”del resto è della liturgia, e lo ripetiamo nella messa quando recitiamo il Gloria“Quoniam tu solus Sanctus, tu solus Dominus, tu solus Altissimus, Jesu Christe”. Si aggiunga che l’epiteto del Cristo si confà al Cantico di Francesco, dove le creature non richiamano tanto la Genesi ma il Credo niceno della messa, là dove recita che per mezzo del Figlio tutte le cose sono state create.

Ma che cosa significa spostare questa virgola? Non si tratta di un’inezia: pensare che le lodi andassero solo al Signore costrinse i critici ad arrampicarsi sugli specchi, a  fantasticare che le creature, anziché essere causa di lode a Dio e degne anch’esse di lode, fossero lodanti e messaggere delle lodi all’Altissimo. Si precisava che le lodi vanno non solo al Creatore, ma anche alle creature, su quel mondo così bello su cui ricadono le lodi fattein primis al suo ineffabile Creatore. Con il solo spostamento di una virgola, restaurando perciò la forma originale che il testo doveva avere, comprendiamo che Francesco contesta l’eresia càtara, quel radicalismo manicheo che vedeva nel mondo e nella materia il male, la miseria, la corruzione, il regno di Satana. Emerge allora in piena luce la religiosità gioiosa di Francesco, il santo poverello che amava la vita terrena oltre che quella eterna. Spostando una virgola centriamo il senso dell’intero cantico, quello perfettamente compreso da papa Bergoglio, che con la sua enciclica ha esaltato la bellezza del mondo messa a repentaglio dall’avidità, partendo proprio dal testo formidabile dell’Assisiate in cui la poesia si fa preghiera e la preghiera poesia.

Questa è la sensazione che io ho tratto dal contatto coi Colloqui Fiorentini.

Permettetemi un’ultima riflessione, non retrospettiva ma prospettica, volta all’oggi e al domani. Ricorro — perdonatemi — a una metafora calcistica, e mi chiedo se, per chi è nutrito di valori umanistici e cristiani, sia meglio giocare in attacco o in difesa. Chi è convinto che la letteratura sia portatrice di valori ideali, culturali e umani, e dunque anche spirituali, indipendentemente dall’appartenenza confessionale o meno dell’autore (ripeto fra parentesi che non voglio ascrivere Foscolo, Leopardi o  Pirandello al novero degli scrittori credenti, ché rifiuterebbero) penso che si perda la partita a rinchiudere l’insegnamento della religione in un recinto protetto, che è sempre più arduo difendere. Per troppo tempo i cattolici nella scuola hanno giocato in difesa, salvaguardando nella scuola pubblica l’ora di religione vieppiù disertata, trincerandosi nelle scuole private, blindando l’Università Cattolica come un fortino autoreferenziale. Occorre piuttosto, a parer mio, giocare all’attacco, portare nelle discipline profane — la letteratura e la storia, la filosofia e la scienza — la necessità di una competenza senza la quale mal si comprendono quelle discipline, se ne depotenziano le risorse. 

Sono invece convinto che una lettura di taglio anche religioso faccia lievitare le altre materie, trasformi l’apprendimento in crescita conoscitiva e morale: perché l’uomo è uno, non franto, non diviso, e la sua mente è  interdisciplinare: ben venga la specializzazione, ma senza uno sguardo più largo si rischia la schizofrenia o la paranoia. Sto portando a termine per l’editrice Morcelliana un’opera collettiva sulla presenza della Bibbia nella letteratura italiana, che integra idealmente quella precedente sul mito classico nella letteratura italiana. La Bibbia non viene considerata come testo rivelato, ma come testo modellizzante, culturalmente fondativo che, come tale, va riconosciuto e difeso anche dai laici, se intellettualmente onesti. Ne risulta che Dante e Petrarca, scrittori credenti, nutrono di echi biblici le loro pagine; ma anche Leopardi, che cattolico non era, aveva molto introiettato la Bibbia, al punto da porre a epigrafe della Ginestra il versetto del Vangelo di Giovanni: “e gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. Senza la conoscenza della Bibbia come semenza, la conoscenza dei classici greco-latini, non possiamo intendere appieno la letteratura italiana, europea, occidentale. Naturalmente chi, come me, si sforza di credere nel ruolo dello Spirito, confida che il contatto col testo sacro, anche se mirato alla specificità della disciplina letteraria, possa far germogliare o maturare anche qualcos’altro: arricchire la mente e l’anima di riflessioni morali e teologiche. Come il seminatore della parabola, il buon docente sparge la semenza: molti semi cadranno sulla pietra o saranno preda di uccelli, e allora il contatto col testo sacro resterà semplicemente un acquisto culturale, un incremento di scienza, ma altri semi cadranno in un terreno fertile e allora ci sarà il salto di qualità. Daranno frutti spirituali, faranno crescere in sapienza. Questo metodo, proprio dei Colloqui Fiorentini, apre la letteratura ad un orizzonte che i ragazzi sentono fortemente, perché si pongono le grandi domande sulla vita e sul senso di essere uomini. La letteratura diventa una strada percorribile per ricercare le risposte ai grandi quesiti o, semplicemente, per trovar se stessi.

Propongo un’ultima riflessione sull’importanza dell’umanesimo cristiano, perché penso che l’umanesimo sia naturaliter cristiano, così come nella nozione di cristianesimo, della fede nel Dio fatto uomo, non può essere separata da quella di umanesimo. Quanti danni ha prodotto la separazione tra il sapere tecnico-scientifico e quello umanistico! Quanto sterili gli accademici che studiando gli umanisti in senso stretto, i loro manoscritti, sui codici collezionati e postillati, perdendo di vita la svolta epocale segnata da quegli eroi che nel Quattrocento facevano rivivere i grandi maestri del passato, facevano rinascere le humanae litteraepreparando la stagione che si sarebbe chiamata appunto Rinascimento!

E passando all’oggi e al domani, dico: come sarebbe bello se anche il sapere umanistico, anziché confinare i suoi cultori in facoltà universitarie che vanno assomigliando a riserva per pellerossa in via di estinzione, andasse ad arricchire le facoltà tecnico-scientifiche, per formare dei medici o degli ingegneri, degli economisti o dei chimici di ampie vedute, forti di uno spessore culturale che gioverebbe anche al loro mestiere, trasformandolo in vocazione. Come sarebbe bello che un futuro ingegnere, un futuro economista, un futuro medico potesse avere, come accade in certe università straniere, un arricchimento di discipline umanistiche. 

Avremmo un ingegnere migliore, un medico migliore, un economista migliore: diciamo anzi un Paese migliore e un’Europa migliore. L’Europa stenta ad amalgamarsi, io credo, perché si sono accontentati di concordare l’unione monetaria, senza capire qual era l’unità valoriale che lega il vecchio continente, in cui ciò che unisce è più di ciò che divide. I crocifissi appesi nelle scuole sono qualcosa di molto importante, che non può essere tolta, come non può essere tolta la croce dalla bandiera inglese o danese senza rinnegare la nostra storia, la nostra identità. Se si vuole davvero fare l’Europa, è necessario cominciare a fare gli Europei. E da dove si comincia se non dalla scuola? Noi non abbiamo solo il padre Dante, ma tanti padri: Shakespeare, Cervantes, Pascal, Voltaire, Goethe, Baudelaire…

Che bello se l’esperienza dei Colloqui Fiorentini diventasse un’esperienza europea ed educasse alla crescita attraverso l’aiuto di questi grandi scrittori, che sono il patrimonio della nostra nobile civiltà.

(2 – fine)


Il testo è l’intervento dell’autore in occasione della presentazione dei Colloqui Fiorentini al 5° Convegno Ecclesiale Nazionale “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, indetto dalla Cei a Firenze, dal 9 al 13 novembre 2015. 

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