UNIVERSITA’/ I ricercatori in partenza e ciò che manca all’Italia

- Marco Ricotti, Paolo Trucco

Di chi è la verifica sperimentale delle onde gravitazionali? Una domanda che può chiarire le cifre agitate a destra e a manca sui ricercatori italiani. PAOLO TRUCCO, MARCO RICOTTI

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In queste settimane siamo stati raggiunti dalla notizia del successo di un esperimento che per la prima volta ci dà evidenza empirica di quanto Einstein intuì e dimostrò teoricamente cento anni fa. Di chi è questa scoperta? Che passaporto ha la teoria della relatività? Quale nazione può intestarsi gli sforzi di ricerca che hanno portato alla sua formulazione e verifica? E allo stesso modo, quale ricercatore può ritenersi il titolare degli spazi infiniti di conoscenza cui la teoria della relatività ci ha dato accesso? Lo stesso Einstein ci ha aperto la porta ma non per questo è il proprietario della casa.

La ricerca non ha nazione e quello della conoscenza è sempre stato un “mercato globale”, la conoscenza è universale per definizione. Le università, del resto, sono nate da questa consapevolezza: allievi che andavano in giro per l’Europa a cercare maestri e studiosi che a loro volta cercavano ovunque il contesto più stimolante e più adeguato ai bisogni della quotidiana fatica della ricerca.

C’è per questo una paradossale sintonia tra una ricercatrice che animosamente rinfaccia al proprio Paese di averla respinta ed una ministra che rivendica per il proprio Paese i successi scientifici di ricercatori con passaporto italiano. Si tratta della medesima riduzione nazional-istituzionale del sapere.

Allora, come Paese, quali sono le conferme e i suggerimenti che possiamo cavare dalla notizia che nel 2015 ben 30 ricercatori con nazionalità italiana hanno ricevuto un finanziamento Erc (ovvero la più significativa misura di supporto a singoli ricercatori di cui l’Europa si sia dotata)? E anche dalla notizia che più della metà di questi (unico caso tra le principali nazioni europee) abbiano deciso di spenderlo in una istituzione di ricerca straniera? Almeno tre.

Primo, che il contesto educativo italiano (che è più del solo sistema formativo), come e più di altri Paesi, è ancora in grado di sostenere il formarsi di ricercatori che trovano riconoscimento in tutto il mondo. Altri indicatori confermano questo indizio, ma ci basta anche solo ricordare il caso recente di Fabiola Gianotti, oggi a capo del Cern di Ginevra. Se è così, allora non stupiamoci e non allarmiamoci oltremisura se tanti trovano la loro strada fuori dall’Italia; sono molti i Paesi nel mondo che devono importare capitale umano, innanzitutto gli Stati Uniti. Come ha giustamente sottolineato Salvatore Settis nel suo recente articolo apparso su Repubblica, stiamo attenti a non buttare questo patrimonio, che da troppi anni stiamo erodendo, ma valorizziamolo a beneficio di ogni singolo giovane e del Paese nel suo insieme.

Secondo, che la sfida come Paese è quella di saper sviluppare un sistema della ricerca che sia competitivo nel contesto mondiale, che sia realmente attrattivo per i migliori ricercatori nel mondo (qualsiasi passaporto abbiano). Molto c’è da fare anche su questo fronte, ma la ricerca di strumenti e soluzioni adeguate non può non partire da due dati di fatto. 

Innanzitutto è nell’università italiana che si sono formati molti giovani italiani vincitori di un Erc, nonostante, per diversi motivi, questa stessa università si trovi ormai da anni in uno stato di grave difficoltà. E in secondo luogo, la produttività scientifica italiana (misurata in termini di numero di articoli per ricercatore, numero di citazioni per ricercatore, o anche numero di pubblicazioni per euro investito in ricerca) è la più alta al mondo, circa il doppio degli Stati Uniti e il 30% in più del Regno Unito. 

Ma i giovani vincitori di un Erc non hanno “scelto un altro Paese” come meta della loro ricerca, hanno scelto alcune università o centri di ricerca, in altri Paesi. La retorica che vedrebbe contrapposti il sistema universitario italiano e quello di altri Paesi europei o extra europei ci fa perdere di vista la realtà della competizione: i ricercatori non scelgono gli Usa, scelgono l’Mit, non scelgono la Svizzera ma l’Epfl, ovvero poche università di eccellenza che vengono supportate strategicamente, non solo dal governo ma dall’intera società. Dati impietosi dicono ad esempio che la Stanford University ha un budget annuo pari a 2,4 milioni di euro per ricercatore, il Politecnico di Milano 0,32. Lo stesso budget vale 320mila euro per studente a Stanford e circa 10mila a Milano (30 volte meno!).

Ciò che veramente manca al sistema della ricerca italiano è allora la capacità di allocare le risorse in modo strategico, così da avere eccellenze che possano competere internazionalmente. Non serve un unico “campione” nazionale, ma una pattuglia di istituzioni, ciascuna con la sua specializzazione e capacità di piena valorizzazione della tradizione e delle migliori competenze disponibili. Oggi le nostre università non solo faticano ad attrarre ricercatori internazionali, ma non sono neanche nelle condizioni di generare un mercato interno dei ricercatori.

Terzo punto, troppo spesso dimenticato dai commentatori e lasciato inevaso dai governi, è fare in modo che la società italiana, le sue imprese, siano effettivamente attive e in grado di beneficiare della migliore ricerca e della conoscenza più avanzata, ovunque sia prodotta o resa accessibile. In questa prospettiva avere ricercatori italiani nel mondo dovrebbe essere considerata un’opportunità, non un problema.

Su questo fronte, inoltre, si dovrebbe agire sul sistema università-impresa, e non solo su uno dei due attori. Il tessuto economico italiano è fatto principalmente di piccole e medie imprese: i modelli di successo di altri Paesi non è affatto detto che funzionino nel nostro contesto. E qui forse, più che nuovi strumenti o fondi o infrastrutture, serve un cambiamento culturale, di ascolto e comprensione reciproca e di collaborazione reali. La condivisione del famoso “lavoro per il bene comune”. Coloro che lavorano in università e che fanno impresa, sono disponibili?

Ad ogni buon conto, anche la ricerca e l’innovazione di qualità, oggi prodotte nelle università e nei centri di ricerca italiani (ed in parte pagate con le tasse degli italiani), sono in larga misura sfruttate da soggetti internazionali. Perché la ricerca è di chi la usa, non di chi la produce.

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