SCUOLA/ Studenti in ”zona retrocessione”? La passione aiuta più dei test

- Silvia Ballabio

Dopo il rapporto Ocse-Pisa sulle performances degli studenti 15enni italiani, conviene dare un’occhiata a quello della Harvard Graduate School of Education. Ecco perché. SILVIA BALLABIO

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Il recente rapporto Ocse-Pisa ha fotografato le performances degli studenti quindicenni e registrato per i dati del 2013 un certo miglioramento (matematica +7%, ad esempio), non sufficiente tuttavia nemmeno a toglierci da quella che in linguaggio calcistico sarebbe la  “zona a rischio retrocessione”. Fra i fattori presentati nel rapporto come cause della low performance uno in particolare, da docente, mi sembra degno di una riflessione: quello che in ambito lavorativo sarebbe chiamato assenteismo, e nella scuola è noto come “bigiata”. In particolare, il rapporto precisa che l’assenza anche solo da qualche ora di lezione, la cosiddetta “assenza strategica”, raddoppia le probabilità di essere un low performer in matematica (cfr. il grafico riportato da Il Sole 24 Ore).

Come già sottolineato su queste pagine, questa correlazione emerge bene dal commento fatto sulle pagine del Sole. Nella prospettiva di chi vede la scuola come luogo che prepari alla professione, non sorprende certo si sottolinei non solo la mancanza di una hard skill (quella matematica) ma anche l’emergere di caratteristiche quali la mancanza di impegno e responsabilità legati al rimandare, all’assentarsi e al giustificarsi. Viene a mancare quello showing committment elencato dal National Career Service britannico come una delle molte apprezzate soft skills, e se le soft skills sono spendibili e necessarie in qualsiasi professione, esse sono, tuttavia, sottolinea sempre il National Career Service, le più legate o al carattere personale o quelle più lunghe nel tempo da costruirsi.

Certo il radicarsi nel giovane di comportamenti che sono antitetici al showing commitment non solo non favorisce lo svilupparsi della soft skill desiderata, ma ne impedisce la formazione. Perché il primo nodo cruciale sembrerebbe essere proprio qua: la “bigiata” sembra aver perso ormai completamente il colore allegro della ricerca occasionale di una “vacanza” dalla scuola per una mattina di svago coi compagni di classe, meglio se in occasione di un compito scritto o di una possibile interrogazione, e in barba a mamma e papà. Non è più quella pausa magari non legittima, ma occasionale e quasi gioiosa, da un contesto di dedizione, di presenza, di serietà e partecipazione anche silenziosa a quel rituale chiamato “mattinata in classe” o “lezione”. La “bigiata” o “assenza strategica” ha rituali solitari e non occasionali. Ogni studente oggi calcola le sue strategie e talvolta le condivide coi genitori, che sottoscrivono entrate, uscite, giustifiche e/o giustificazioni, il tutto in un contesto che genera stress, ansia, contrasti e tensioni nel nucleo familiare, nell’ambito scolastico e fra i due soggetti. Una trasformazione culturale della “bigiata” nella “assenza”, in un non-esserci, in classe e “sul pezzo”, e proprio in una cultura della scuola come addestratrice di perfetti professionisti e cittadini che possono e devono eccellere e sempre eccellere, o perlomeno evitare a tutti i costi il fallimento, il più possibile. 

L’ultimo rapporto della Harvard Graduate School of Education, Turning the Tide, denuncia che le procedure di ammissione stesse, per la competition frenzy (frenesia, ndr) che instaurano, mettono a rischio la salute mentale dei candidati. Il rapporto suggerisce di investire i moltissimi soldi che le università spendono per le loro campagne di informazione, fondamentali nel creare aspettative, atteggiamenti e scelte nei futuri candidati, in modi diversi: il primo dei suggerimenti è di dare meno importanza ai risultati dei test standardizzati, e altri seguono, tutti funzionali a modificare quei processi di ammissione che portano a generare, nelle parole dell’articolista del New York Times, o dei disadattati emozionali o degli esecutori privi di anima, entrambi privi della desiderio di “exploration of genuine passions”. Questa espressione appare totalmente priva della possibilità di qualsiasi misura se non forse nel riconoscimento dell’esperienza psicologica del flow, la sensazione di benessere che si ha quando si è totalmente e lungamente assorbiti in un compito di assoluto interesse, ma la cui natura è che oltre se stessa non desidera altro appagamento. Certo compaiono nel rapporto del New York Timesanche preoccupazioni egualitarie, tese ad evitare trattamenti discriminatori verso le classi meno abbienti e i loro fanciulli, ma “la marea è cambiata”. 

Ben venga allora la riflessione a casa nostra su quanto deve venire prima, l’educazione e non l’istruzione, purché il tutto non si riduca all’appello alla serietà per gli studenti e i professori, ma si trasformi nella battaglia per  “the exploration of genuine passions”. 

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