SCUOLA/ Una prof a Renzi: se è un’azienda, cominciamo a valutare (sul serio) i dirigenti

- Rita De Cillis

“La scuola non è un’azienda; ma se volessimo equiparare la produzione al successo formativo, dovremmo partire innanzitutto dai dirigenti”. La lettera a Renzi di RITA DE CILLIS, docente

giannini_renzi_pdR439
Matteo Renzi con, sullo sfondo, Stefania Giannini (Infophoto)

La lettera che l’autrice ha inviato al presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Egr. presidente,
mi rivolgo ancora una volta a lei poiché desidero dare il mio piccolo contributo in merito all’applicazione della legge 107, con particolare riferimento all’assegnazione del bonus ai docenti meritevoli. Nell’ultimo collegio docenti molto tempo è stato dedicato all’elezione dei membri del comitato di valutazione che dovrà decidere a chi assegnare un premio annuale a quei docenti che verranno ritenuti meritevoli. Chi lavora seriamente nella scuola non può che rilevare che in questo modo il problema viene affrontato al contrario. Un docente è consapevole di non aver intrapreso una carriera aziendale dove il sistema delle promozioni può avere un senso in termini di produzione. Un lavoro basato principalmente sulla relazione non può essere equiparato ad un lavoro aziendale o almeno i criteri aziendali non possono essere ritenuti sufficienti. La scuola non è un’azienda o per lo meno se proprio tale la si voglia considerare lo è, ma in modo molto particolare. Se volessimo equiparare la produzione al successo formativo allora dovremmo partire dalla base andando a verificare se i docenti e le scuole, ovvero i dirigenti, svolgono le loro funzioni in modo professionale fornendo un servizio adeguato. Lei mi dirà che è quello che si sta cercando di fare e io mi permetto di raccontare la mia esperienza. 

Ho iniziato a insegnare nel 1999. Ho girato tante scuole per dodici anni nella provincia prima di entrare in ruolo e ho sempre incontrato colleghi motivati e preparati. Raramente mi sono imbattuta in casi di colleghi che si trovassero in evidente difficoltà a gestire la classe e a espletare il loro compito, ma altrettanto raramente ho potuto vedere un preside che affrontasse in modo positivo situazioni problematiche. La maggior parte era totalmente rassegnata a non intervenire. Un dirigente l’ho incontrato che si prendeva le sue responsabilità. Ahimé, ora è in pensione! 

Faccio solo qualche esempio: per anni in una scuola milanese un docente lasciava la classe per andare a fumare e il suo fascicolo era intonso. Mai un richiamo, una lettera disciplinare. Silenzio e solo silenzio, ma tutti sapevano e tutti tacevano. Poi un giorno un bimbo si è fatto male e allora è cominciato a cambiare qualcosa. 

Mi chiedo perché si debba aspettare il peggio prima di prendere una decisione in merito a un collega in difficoltà. Non sarebbe stata sufficiente una visita collegiale, un tentativo di conciliazione per togliere il docente da una situazione che non era più in grado di gestire? 

E che cosa accade persino nelle scuole con alto rank nella graduatoria della Fondazione Agnelli se il docente in difficoltà comincia il valzer delle assenze per malattia? Assolutamente nulla di concreto! Si perde il quadrimestre, si aspetta giugno, sperando che il docente “malato” cambi scuola. 

Perché i dirigenti non si concentrano su queste problematicità? Chi sa stare in classe, chi prepara le lezioni, chi si aggiorna, chi espleta il proprio lavoro al meglio che può perché crede in quello che fa, si sta trovando ad avere a che fare con un tipo di dirigente che guarda alla forma, minaccia visite ispettive, tratta questioni delicate con estrema fretta, non mostra alcuna stima del corpo docente, agisce in maniera non trasparente e al tempo stesso fa finta di non vedere chi invece non svolge la propria funzione in modo professionale (non sorveglia i ragazzi lasciando scoperta la classe, ecc. e mi fermo per decenza). Ma i dirigenti dicono “di avere le mani legate”, sono troppo impegnati a svolgere altre attività piuttosto che trovare una strategia per affrontare i problemi veri. 

Ci troviamo dunque di fronte ad una legge che getta nel caos e nel discredito l’intero corpo docente, una legge che affronta la questione al contrario pensando di valorizzare i docenti offrendo loro qualche briciola di stipendio in più. Il comitato di valutazione, così come è concepito, va a inserire fra i colleghi una competizione che nella scuola non dovrebbe essere presente se non per osmosi di esempi virtuosi. Una riforma dovrebbe apportare dei miglioramenti al precedente stato delle cose e non mettere in discussione ciò che funziona. Attendo un Suo cenno. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori