DOPO BRUXELLES/ Quella “bimba piccina fatta di nulla” che serve alla scuola

- Fabrizio Foschi

Dopo Bruxelles, da dove ricominciare? La speranza è cosa sempre più rara perché tutto oggi congiura contro di lei. Eppure, proprio la scuola è il suo luogo d’elezione. FABRIZIO FOSCHI

francia_bambino_attentato1R439
Infophoto

Dopo Bruxelles, da dove ricominciare? Da dove ricominciare dopo l’ennesima strage di persone innocenti? Dalla rabbia o dall’orgoglio, dalla rassegnazione o dall’indifferenza? Ricominciare è possibile. Sì, e la più grande risorsa è l’io — anzi no. L’io e ciò che ha ricevuto in dono: la speranza. Questa virtù langue nella polvere trascinata a terra dalle immagini che tv e social ci hanno mostrato in questi giorni. Facce di terroristi che si insinuano negli spazi di una quotidianità apparentemente normale (persone in attesa all’aeroporto, persone in metropolitana) per colpire in nome di una ideologia di morte. Seminano morte proclamando la vittoria del loro nulla contro il nostro mondo, contando sul fatto che di questo vecchio mondo e delle sue confortevoli forme ci fidiamo

Ci fidiamo a salire su un treno, su una metro, su un aereo, ad entrare in un cinema, in un teatro, in una chiesa. Ci fidiamo come se attraversassimo gli spazi della nostra casa, del nostro giardino, del pianerottolo nel quale scambiamo saluti con i vicini. Formano il nostro stile di vita, le nostre comodità. Non succede spesso che facciamo analizzare la composizione chimica dei piatti che mangiamo al ristorante, né chiediamo al controllore sul treno che ci mostri il suo patentino o al personale dell’aereo o della metro l’attestato di buona conservazione del mezzo. 

Ma questa fiducia sta cadendo a pezzi e la speranza, quella “bimba piccina fatta di nulla”, come dice Péguy, sembra giacere dimenticata da qualche parte, non sappiamo dove, non ci interessa. Fervono piuttosto i piani di riscossa che finiscono per scimmiottare malamente il nemico che si è insediato in noi stessi. Viene in mente, ripensando all’immane tragedia di Tarragona, in Spagna, dove hanno perso la vita 13 ragazze di cui 7 italiane, quanto ha proposto recentemente il Miur in una sua circolare di febbraio, in parte poi rettificata, in cui si chiede ai dirigenti e agli insegnanti organizzatori di verificare sia nella fase di preparazione delle gite scolastiche, sia durante il viaggio, l’idoneità e la condotta del conducente, nonché l’idoneità del veicolo. Una soluzione burocratica che insinua l’idea che questo mondo non sia fatto per gli uomini e le donne che lo vogliono percorrere, a loro rischio e pericolo, fidandosi dei loro simili e usando della loro libertà, ma che sia infido, a meno che non intervengano attestati di “eseguito controllo”. 

E poi? La speranza è proprio derelitta, ma se l’abbandoniamo di che parliamo ai nostri alunni? Il nuovo attacco terroristico in Belgio sembra proprio tagliarci l’erba sotto i piedi, perché avevamo esaurito tutto il nostro serbatoio di recriminazioni e ammonimenti antijiadisti dopo Charlie Hebdo e ancora dopo il 13 novembre di Parigi e il Bataclan. Discorsi di condanna, espressioni di solidarietà, manifestazioni di vicinanza alle vittime e alle loro famiglie: certo vanno bene. 

Sì, certo, minuti di silenzio nelle scuole e nelle università. Magari c’è anche qualcuno, qualche giovane focoso che medita di combattere l’islam, ogni tipo di islam, fino ad estirparlo dal suolo europeo. E per questo erigiamo muri ai confini, che non ci procurano particolare ripugnanza. 

Ma la speranza, “una bambina da niente [che] conosce le cose che ancora non sono e che saranno”, per citare ancora il poeta francese, impregna di sé i nostri discorsi? Oppure ci trastulliamo di slogan e indignazione senza cambiare noi rispetto a ciò che è successo? La speranza non è l’ultima a morire; forse nel nostro modo di rapportarci al fenomeno dell’islamismo radicale è già morta. Eppure la speranza l’abbiamo ricevuta in dono, quindi non è frutto delle nostre mani, possiamo di nuovo guardarla come “colei che ci fa camminare”. Dove? 

Guardiamoci ancora attorno. Il nostro mondo, oltre le sue brutture di facciata, è stato plasmato dalla speranza. La scuola, prima di tutto, è il luogo del fidarsi per eccellenza: i ragazzi sono affidati agli adulti, le famiglie tutto sommato si fidano degli insegnanti, e così è degli insegnanti verso alunni e genitori. Una piccola cellula di rapporti in cui se qualcuno è in difficoltà magari trova accanto a sé un altro al quale confidarsi. La scuola è il luogo dell’incontro per eccellenza. Quell’incontro che è mancato, per mille ragioni esplorate da chi investiga sulle vite degli jihadisti, a chi ha scelto la morte come soluzione totalizzante. La prima trincea di contrasto della strategia nullificante è quella comunità di rapporti, incontri appassionati alla realtà, che un incontro pieno di speranza può suscitare nella scuola e poi nella società. Sarà forse banale, forse inutile, eppure fidiamoci delle comunità fondate sulla speranza nelle quali i singoli trovano risposta alla loro disperazione. Nella scuola si può davvero ripartire oltre la retorica dei commenti. Difendiamoci dal male, ma ripartiamo anche fiduciosi che non prevarrà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori