SCUOLA/ Come si cura l'”anoressia spirituale” dei bambini?

- Gianfranco Lauretano

Una strana depressione sta segnando la cura dei piccoli e lo stesso amore alla vita. Un’apatia verso la realtà, che perfino i bambini precepiscono priva di valore. GIANFRANCO LAURETANO

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Una strana depressione sta caratterizzando i rapporti educativi, la cura dei piccoli, lo stesso amore alla vita nuova. Non è necessario, in effetti, ricorrere ai recentissimi dati dell’Istat per vedere il crollo di nascite in Italia, l’invecchiamento della popolazione e conseguente aumento della mortalità generale, l’età sempre più avanzata in cui si concepisce il primo (e spesso unico) figlio, insomma quello che il cardinal Bagnasco definì qualche tempo fa “inverno demografico” italiano. 

Inverno è una parola molto adatta: viviamo una specie di gelo, che non solo ci toglie la voglia di generare, ma anche il piacere di stare con i figli e gli alunni, i piccoli in genere, di accudirli, nutrirli, stupirli, amarli. Chi lavora nella scuola o in qualsiasi opera (“agenzie educative” le hanno orribilmente chiamate, e già i termini rivelano quanto siamo caduti in basso nella concezione educativa che abbiamo) in cui ci si occupa dei piccoli, conosce gli infiniti problemi legati a tutti i campi, dall’alimentazione, all’apprendimento, alla socializzazione dei bambini. Ci sono molti casi di apatia rispetto alla realtà, non solo alle materie di apprendimento, bambini che non vogliono neppure ascoltare il racconto di favole e storie (inaudito: quando mai era accaduto?), anoressia spirituale, oltre che alimentare, perfino negli anni dell’infanzia. Oppure stress, ansia da prestazione, aumenti di iperattività e autismo, innaturali irrequietezze, per non dirla solo in termini clinici, con questo nostro vizio assurdo di patologizzare tutto per poi non curare niente, come dimostra l’istituzionalizzazione dei Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) a scuola, uno sporco trucco per risparmiare sugli insegnanti di sostegno e basta.

La domanda è una e semplice: ma ci interessa davvero fare i figli? E la risposta, dati alla mano, è altrettanto semplice: no. Non è più naturale fare figli, così come non è più naturale che per farlo occorrano un babbo e una mamma, che per fare due coniugi ci vogliamo una moglie e un marito, che sposarsi e generare abbia a che fare con un destino più grande della somma dei componenti familiari. Così come è deleterio che la docenza d’infanzia e primaria sia quasi tutta femminile, non perché le donne non siano capaci (se la civiltà sopravvive ancora è solo per merito loro) ma perché una società che non ritiene virile il lavoro educativo, mentre lo è più di tutti, ha i giorni contati.

Non si tratta di questioni filosofiche o razionali, no; è tutto molto semplice, è una questione di sentimenti. Amiamo di meno, diamo di meno, non siamo disponibili al sacrificio per nessuno, neanche di un po’ di tempo per i figli. Questa sì che è una equazione scientifica infatti: quando abbiamo di fronte bambini con qualsiasi tipo di difficoltà, dietro ci sono sempre genitori che stanno poco con loro. 

Non che occorra fare solo le cose per bene. L’errore in educazione è da mettere nel conto. Ma in realtà se la relazione di un educatore, soprattutto un genitore, è calda, frequente, gratuita, commossa, l’errore non c’è mai, neppure se si insegnassero valori sbagliati. E viceversa, si possono insegnare ai bambini le cose più sacrosante, ma se lo si fa come se si imponesse un freddo codice etico di comportamento, è sbagliato. Nelle riunioni coi genitori salta sempre fuori la “crisi dei valori” dei giovani e salta sempre fuori quello che dice: “Ci vogliono più regole”. È una gigantesca sciocchezza. Ci vogliono più adulti che stanno con i piccoli semplicemente perché questi ultimi ci sono, ed è bello e grato che ci siano, così come sono. Perché non lo facciamo più, neanche quando raramente generiamo, non si sa. 

Ho rispetto di tutte le analisi fatte sul nostro “inverno demografico”, dalla crisi economica, all’incertezza per il futuro, all’imbarbarimento della società. Perfino la Chiesa cattolica incita il governo ad adottare politiche favorevoli alla procreazione e alla famiglia per invertire la rotta, e certo è scandaloso che di fronte ad una notizia epocale, come l’uscita dei dati dell’Istat sulla demografia in Italia, si perda tempo a discutere in Parlamento di unioni civili e stepchild adoption, provvedimenti fatti passare come scelte di civiltà, mentre invece servono solo ad accelerare il disastro. Ma è un fatto che popoli infinitamente più poveri siano infinitamente più fertili e che è sommamente ingiusto attribuire ciò all’ignoranza, imposta magari dalla religione. Nessuno mi toglie dalla mente che la nostra sia una questione di mancanza di eredità. Si genera e si affronta il sacrificio del percorso educativo perché si detiene qualcosa di bello e prezioso e perché si desidera che non vada perduto, che rimanga in eredità ai figli, ai cari. Ora, rispondiamo: quale eredità ci è rimasta di così preziosa da assumerci ancora, come da sempre nella storia umana, l’onere e il gusto di generare e far crescere la vita?

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