SCUOLA/ Tradurre i Beatles? Quando il latino diventa un mostro

- Marco Ricucci

L’ultima di mons. Daniel Gallagher, curatore del profilo twitter in latino del Papa? Tradurre i Beatles. Un pauroso esperimento che intende far “rivivere” il latino. MARCO RICUCCI

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I Beatles a Milano nel 1965 (Foto Wikipedia)

In un film “musicarello”, un giovane Gianni Morandi, negli anni Sessanta, quando l’Italia da paese agricolo faceva il giro di boa per essere paese industrializzato, era da poco uscito dal liceo classico che ancora conservava l’impianto gentiliano e il retaggio del tradizionalismo classicistico, e nel film cantava: “Che me ne faccio del latino no no no no/ se devo dire pane al pane ne ne ne ne/ se devo dire vino al vino no no no no/ che me ne faccio del latino no no no no/ è un osso duro per me/ sapete perché lo devo studiar/ ma non lo posso parlar/ non sono un cretino/ ma sempre in latini prendo tre….”.

Non la pensa così il “novello” cicerone (ricordiamo tutti il famoso incubo di san Girolamo?) monsignor Daniel Gallagher, della Segreteria di Stato Vaticana, che cura il profilo twitter in latino del Papa. Egli, è infatti, è appena uscito dall’erculea fatica di aver tradotto dalla lingua antica un romanzo Il diario di una schiappa (Commentarii de inepto puero), il cui autore è un famoso fautore di best seller, Jeff Kinney. Se dobbiamo ricordare che Girolamo beneficò la posterità perché tradusse le Sacre Scritture (non verbum e verbo, sed sensu exprimere de sensu) dall’ebraico e dal greco antico in latino, e Martin Lutero avvicinò il fedele a Dio per mezzo della Parola divina comunicata (e stampata) in tedesco e non più in latino, monsignor Daniel Gallagher ha deciso di tradurre in lingua latina le canzoni dei Beatles…, naturalmente, ha pensato anche al nome del complesso: “Beatles tradotto — ricorda il presule — significa scarafaggi, quindi in latino dovrebbe diventare ‘scarabeus’, traduzione che magari disperde un po’ l’ironia”.

Ma sì, noi del vulgus profanum dobbiamo prendere questa iniziativa con grande ironia…lo stesso Girolamo scriveva in una celeberrima lettera indirizzata a Pammachio: “Un altro ti accusa di eresia e ti addebita opinioni perverse: taci, a lui non osi rispondere, attacchi il traduttore, lo calunni a proposito di sillabe e tutta la tua difesa è di attaccare chi tace. Ma ammetti che nel tradurre io abbia sbagliato o tralasciato qualcosa — qui è tutto il cardine del tuo discorso, qui è tutta la tua difesa — forse che tu non sei più eretico se io sono un cattivo traduttore?”.

Mai mi permetterei di giudicare l’ubertoso e latteo latino di monsignor Gallagher, anche lui vittima di una giovanil “Beatlemania”, che, come leggiamo su Wikipedia, “è un fenomeno sociologico e di antropologia culturale degli anni sessanta. Fenomeno senza precedenti, è consistito nell’adorazione incondizionata e al di là di estrazione sociale, cultura, sesso ed età per i Beatles. Si manifestava con crisi isteriche, assembramenti di folla, euforia, ossessione, urla, pianti, svenimenti, consumo frenetico di oggettistica riguardante il gruppo”. 

Qualsiasi produttore musicale che voglia rendere una band un successo mondiale e planetario (ma verrebbe da dire imperiale…. se usiamo l’eloquio romano), sa che il nome di un complesso musicale è foriero di un destino; e allora avremo: Ioannes (John Lennon), Paulus (Paul Mc Cartney), Georgius (George Harrison), ma la verve linguistica per il batterista Ringo Starr potrebbe essere ‘Anulatus’.

Waquet, studiosa francese e autrice del saggio Latino. L’impero di un segno (XVI-XX secolo) scrive: “Dal Rinascimento agli anni centrali del Novecento, la storia della cultura occidentale può essere scritta nel segno del latino. La stessa lingua regnò nella scuola, si fece sentire nella chiesa, almeno nei paesi cattolici, e sino al XVIII secolo fu il veicolo principale del sapere nelle sue forme dotte. Anche quando il latino perdette di importanza, per esempio nella scuola degli anni intorno 1950, rimase comunque, e dappertutto, un elemento del contendere (…). A questo punto si pone in tutta evidenza una domanda: a che scopo il latino? Se la padronanza della lingua non era il vero obiettivo da raggiungere, per quali ragioni si proseguì, e per un lungo periodo, a studiarlo? Cosa ci si attendeva da questo studio, e come lo si giustificò? Al di là degli effetti indotti dal suo insegnamento, quale fu il ruolo assegnato alla lingua di Roma nella società moderna?”.

A giudicare della prolifica attività di traduttore di monsignor Daniel Gallagher, la risposta parrebbe quasi semantico-ontologica: annullare il gap tra passato e presente nell’epoca del digitalmente corretto. A partire dalla traduzione dei testi inglesi della band di Liverpool, in particolar modo dai primi album. Il sacerdote americano afferma: “Anche se erano canzoni magari più banali sono anche le più traducibili, nei primi motivi c’era poi molta poesia. La cosa più importante è cercare di mantenere la melodia”.

Non ho ancora letto in latino il romanzo tradotto da monsignor Daniel Gallagher, perché sarà una lettura estiva dopo un altro logorante anno scolastico, votato a mettere nelle teste pensanti dei miei studenti qualche nozione di grammatica latina e un po’ di passione per il mondo antico…

Certo ha ragione il collega latinista quando dice: “Il punto è quello di non disperdere un patrimonio tanto grande. Non trascurabile poi il fatto che il gruppo aveva una sua genialità”. 

E cantava sempre Morandi: “Con il francese tradurrei John Holliday/ e con l’inglese Frank Sinatra capirei/ col brasiliano Joao Gilberto ascolterei/ e la figura del suonato non farei/ e invece piovono tre sapete perché/ Ovidio Nasone non è un tipo per me/ E poi Cicerone…”.

Speriamo che tra qualche anno, con un questo andazzo modaiolo del latinismo modernistico, non si finisca a far tradurre ai nativi digitali le canzoni dei Beatles…perché Cicerone è passato di moda. Sarebbe veramente poco geniale.

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