SCUOLA/ Noi, “generazione Erasmus”, il fascino di scoprire la normalità degli altri

- Sara Caspani

Cosa significa oggi, per chi studia in università, fare un anno all’estero in Erasmus? Cosa pensa di sé e degli altri la “generazione Erasmus”? SARA CASPANI ha trascorso un anno in Spagna

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Mercato centrale a Valencia (Infophoto)

Correre, volare, studiare, abbracciare, credere, assaporare… Eccomi quindi, straniera in terra di stranieri. Non ho dormito molto in aereo, penso per colpa dell’entusiasmo che ho addosso. Esco dall’aeroporto e sono decine i volti che mi sommergono, hanno gesti quasi conosciuti, accoglienti ma non appena qualcuno tenta di parlarmi… vuoto, confusione, una scoperta tanto banale che mi lascia sconcertata: le cose non hanno solo un nome, ne hanno mille! E ciascuno con una prospettiva diversa, con un suono e un profumo… Si chiama… ma potrebbe anche chiamarsi…

Buongiorno, mi chiamo Sara, ho 21 anni e sono italiana. Da oggi sono Erasmus, quale la mia destinazione? Valencia, España. 

Arrivederci alla terra del già conosciuto, del familiare e bienvenida alle strade dai lampioni gialli che ora ignote, diverranno casa anch’esse; voci di gente che ho incontrato mi affollano la mente: “Perché sei partita? Perché vuoi partire? Poi ripartirai?”

Ho quasi paura, la sensazione iniziale è quella di stare in due luoghi contemporaneamente, sarò pronta? No, quando si sente il bisogno di mettersi in viaggio non si è mai pronti a camminare. So che non sarà facile, la mattina mi sveglierò e saprò di dovermi guadagnare ogni angolo di questa città: i cartelli, i portoni, le maniere mediterranee di un popolo fratello. 

Eppure la musicalità di una domanda fatta in valenciano, le strade movimentate attorno alle Torri… che ricchezza questi pezzi di vita, raccolti da un uomo in giacca e cravatta che parla al telefono nella metro, affianco a una vecchia signora che anche lei, chiedendo l’elemosina, mi lascia in custodia qualcosa.

“Smettila di pensare in italiano o non imparerai mai, smettila di crederti una turista… sveglia la tua anima spagnola!” La mente di un viaggiatore è come quella di un bambino che impara da capo a creare pensieri. Sfatiamo un mito: non importa quanto tempo o precauzioni abbiate speso a prepararvi alla partenza, la vita non segue mai i piani — lo stiamo imparando nel bene e nel male — non ne siamo padroni: una volta arrivati su un suolo estero ricomincerete da zero, come quando dai gattoni i bambini si azzardano a mettersi su due piedi, e lì, su due zampe, come appare grande il mondo di sempre..! Per questo vi consiglio di portare con voi solo l’essenziale, presto vi accorgerete che il resto non vi serve.

Oggi c’è un sole che brucia, sono in università coi miei nuovi compagni, mi hanno accolta come qualcosa di prezioso, di raro che viene da lontano e mi riempiono di domande…Quanta bellezza a dover spiegare anche la più scontata delle mie abitudini italiane, improvvisamente ritenuta di valore perché vissuta a distanza di chilometri. E allora il racconto passa attraverso i gesti, gli abbracci, le espressioni del viso che forse prima non guardavo tanto.

Sembra assurdo: le strutture del pensiero che da sempre avevano una chiara disposizione, ora vengono demolite e all’improvviso non traduci più, non cerchi più di tornare alla tua parola di “origine”, ti affidi e lasci avvolgere dal mondo in cui sei immerso. All’improvviso, vivendo tra le pareti con altri coinquilini stranieri, scopri di avere anche un’anima tedesca, una francese, una latinoamericana che aspettavano solo essere trovate. 

L’Europa per noi “Generazione Erasmus” non ha più un significato astratto, il bene comune è tanto visibile, tanto palpabile quanto condividere la cena con degli amici messicani, austriaci, inglesi. Se stai per partire non dubitare, i compagni che incontrerai saranno come te, avranno avuto la stessa folle idea di lasciare la patria verso qualcosa che non sapevano nemmeno loro cos’era, quasi per svelare un mistero… Studierai in un’altra lingua, quante notti passerai a guardare il cielo, ritrovandoti a parlare con chi fino a due giorni prima non era che un estraneo.

Ed è grazie a loro che scoprirai che quanto pensavi di sapere su te stessa, non era che l’inizio. Questo è il volto dell’Europa che conosciamo senza filtri, questa è la maniera con cui rispondiamo a chi vuole farci indurire il cuore negli stereotipi: ho imparato a conoscere meglio l’islam dormendo nella stanza affianco a una delle ragazze musulmane più buone che abbia incontrato. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi essere vista come un’emigrata, lasciare una vita dietro per poter ricominciare tutto da capo. Ho imparato a essere orgogliosa del mio stesso paese sentendolo descrivere da chi italiano non era. Questa bellezza supera i confini che la mala informazione e le facili propagande vorrebbero per la nostra società globalizzata.

Tu che hai viaggiato lo sai bene, guardati ora, sapresti definire quello che ora ti è vicino, lontano, estraneo o familiare? Vedere con occhi nuovi quello che anche qui, per altri, è la normalità.

Tutto è familiare ma al contempo non ancora conosciuto. Amici lontani che arrivano in aereo e pare portino con loro storie un tempo tue ma che ora in un qualche modo non ti appartengono più. 

Cambiamento, apertura, una fedeltà a me stessa messa a dura prova, un carattere tolto dal proprio ambiente per essere trapiantato in un altro.

Ed è vero: non mi sono mai sentita così me stessa! 

Ho dentro una gioia che esplode in un sorriso ogni mattina che esco di casa, non ci sono più dubbi: sono innamorata. Non di una persona, ma di mille, non di un tutto indistinto, ma di ogni piccola sfumatura di questi uomini. Ogni via resterà legata ad un ricordo, di come ho imparato ad affrontare le difficoltà scambiando promesse con amici d’oltre mare, o difendendo quello che del mio passato ritenevo importante. Questa continua lotta per trovare un equilibrio tra quello che ero e quello che sono, è la vita. 

Che prezzo si paga per partire? Perché sì, un prezzo c’è, sia che tu parta sia che tu stia tornando: le amicizie più fragili verranno sacrificate, uno stretto regime abitudinario di treni, impegni e sport, verrà messo in pausa. “Ma piangerai!” mi dicevano, sì e per togliervi ogni dubbio certe sere piango ancora. La nostalgia non si anestetizza. Ma ora le parole hanno un altro profumo, un gusto, delle fisionomie vere. Quanto può fare un uomo in viaggio! Quanto possiamo ancora fare di fronte a tragedie come quella di Parigi e Bruxelles, e di un terrorismo che invita all’immobilismo. Perché la mobilità rende consapevoli, viaggiare rende saggi e quindi meno governabili… partire è una scia contagiosa, perché una volta che hai sperimentato il senso della condivisione con alcuni dei possibili compagni di viaggio, vuoi andare oltre, vuoi imparare di più, non ti basta parlare una lingua, non basta una strada, una prospettiva di vedere le cose. C’è un mondo intero che può farti capire chi sei, per cosa vale la pena vivere e persone che a conoscerle ti ribalteranno il cuore. L’essere umano ha scritto nelle vene il desiderio di esplorare.

Oggi che sono tornata, resto in ascolto attorno a me come mai prima, non importa se sei un uomo di successo o un senza tetto, ogni tua parola può insegnarmi qualcosa, anche in una città — la mia — che non mi è mai piaciuta. Un “come stai” chiesto con l’accento giusto ora mi commuove. 

Partire non snatura, non rende differenti, non rompe i legami, senza dubbio è una scelta  difficile ma che permette di prendere in mano il futuro. Diffidate da chi vi parla di perdita di tempo, chi dice questo o non è mai partito, o non ha vissuto interamente il suo viaggio e non conosce la gioia che ora vedo addosso a chi è tornato. Domando di più, sono più attenta, non ho più voglia di perdere tempo, di starmene a non fare nulla…Certo, lontano dalla solita stretta di noia dei grigi pomeriggi, era tutto più facile, ancora oggi capita che quando parlo con qualcuno mi senta “scordata” rispetto allo standard. I viaggi che facciamo ci modellano, così per me la metro avrà sempre quel sottofondo di musica classica come nella tratta Valencia-Seminari Ceu, il tramonto un ricordo di Roccaforte e l’aeroporto un profumo di empanadas. Sento un’insopportabile mancanza di avere il mare là dove vivo e di svegliarmi la mattina parlando in una lingua che non dò per scontata. Anime altrui si sono impresse indelebilmente sulla mia. 

Tutti abbiamo la nostalgia per qualcosa che non sappiamo, una nostalgia che in parte sicuramente è fatta di quello che pensiamo di aver perduto, ma la verità è che la parte più consistente di questa è una nuova speranza, è il desiderio di quanto ancora ci resta da vedere. 

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