SCUOLA/ Filosofia, imparare a domandare: anche dopo l’interrogazione

- Marcello Tempesta

E’ uscito per i tipi della Laterza il manuale “I mondi della filosofia” di C. Esposito e P. Porro. Un esempio, di rigore, novità e libertà. Oltre il nozionismo. MARCELLO TEMPESTA

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Avere tra le mani il manuale I mondi della filosofia di Costantino Esposito e Pasquale Porro, appena uscito per i tipi di Laterza, non mi ha certo lasciato indifferente. 

Anzitutto per ragioni squisitamente personali: è una proposta di mediazione didattica della tradizione del pensiero occidentale rivolta all’attuale generazione di giovani, e mi ha perciò invitato a riandare alle due grandi passioni della mia vita e al loro intreccio: la filosofia (alla quale ho dedicato il tempo della formazione universitaria e del dottorato, nonché tre anni di insegnamento nei licei ancora ricordati con struggente nostalgia) e l’educazione (centro della mia esperienza lavorativa di pedagogista universitario nei venti anni successivi).

Ma, soprattutto, per ragioni di merito, che hanno a che fare con le caratteristiche di un’opera che porta avanti quella proposta di cui si è detto in modo originale e, a mio sommesso avviso, affascinante ed utile per chi oggi è nella scuola. Tra esse ne segnalo in particolare quattro.

1) Si tratta di un libro d’autore, frutto del lavoro di due tra i migliori specialisti nell’attuale panorama della storia della filosofia nel nostro paese, in grado di coprire, grazie all’integrazione delle loro competenze, l’arco della riflessione filosofica dalle origini ai più recenti sviluppi (Porro soprattutto l’antica e la medievale, Esposito soprattutto la moderna e la contemporanea).

2) Pur essendo una trattazione chiara e comprensibile, che privilegia la proposta diretta dei testi dei filosofi e non appesantisce lo studio dei ragazzi con riferimenti espliciti alla letteratura critica, essa non propone in modo ripetitivo teorie standard, e fa intravedere in filigrana il riferimento allo stato più avanzato del dibattito internazionale in materia.

3) La presentazione dei grandi autori e delle principali questioni filosofiche si arricchisce grazie a schede interdisciplinari che presentano, in modo non posticcio, il legame tra filosofia e arte, scienza, letteratura, psicologia, pedagogia, cinema, cittadinanza. Gli studenti sono così aiutati a scoprire i “mondi della filosofia”, cioè la presenza operante di una tradizione culturale che, lungi dall’essere fuori dalla storia, è alla radice del pensiero e della società di oggi.

4) L’ultima ragione è quella più interessante per chi, come me, si occupa di fenomeni educativi. Sono da tempo convinto che una delle ragioni di sofferenza della nostra scuola sia il fatto che essa, per una serie di motivi, tende spesso ad accettare quello che J.S. Bruner chiamava “il compromesso delle risposte corrette”: un imbastardimento nozionistico del sapere che porta ad accontentarsi fatalisticamente, quasi fosse l’unica possibilità, della riproduzione di atomi di conoscenza senza ragioni e senza nessi. Essa promette, in cambio della sofferenza che comporta, di essere più semplice ed efficace rispetto ad un lavoro di conoscenza propriamente umano e personale.

Accade, invece, esattamente il contrario. Per restare al caso di specie, a cosa si riduce la storia della filosofia? Ad una galleria di incomprensibili teorie (le omeomerie e le ipostasi, la natura naturata e il giudizio teleologico, l’epochè e il nichilismo) partorite da uomini che non avevano nulla da fare se non turbare, per insondabili ragioni, la vita di studenti nati secoli dopo di loro! Al di là della rappresentazione volutamente caricaturale, la questione è seria: quale autentico frutto educativo e culturale da un simile approccio, in termini di motivazione, conoscenza significativa e non meccanica, permanenza nella memoria semantica (quella che ci accompagna a lungo termine, dopo aver assolto al dovere dell’interrogazione)?

Il punto è che niente è più incomprensibile della risposta ad una domanda che non si pone. Da questo punto di vista, l’aspetto più interessante del manuale di Esposito e Porro (che pure non evita o banalizza i tecnicismi della filosofia, ma casomai cerca di scioglierli e spiegarli) è la continua tensione a mostrare come un’idea o una teoria non siano mai frutto dell’arbitrio, ma tentativi più o meno riusciti di rispondere a problemi ben precisi, avvertiti, spesso drammaticamente, da un’epoca o dall’uomo in quanto tale.

Attraversando le pagine del testo, si è così aiutati a scoprire come l’oggetto della filosofia sia una serie di domande (su noi stessi, sulla natura, sulla storia, sulla politica, su Dio, sul significato di tutto) e la storia della filosofia un’occasione formidabile per imparare a domandare. Possibilità di un autentico lavoro di conoscenza, cioè di quel processo che pone davanti ad un oggetto ben preciso favorendo l’emersione delle dimensioni fondamentali del soggetto, e di un incontro reale con altri uomini (gli autori) che “buca” la distanza temporale e, aldilà della necessaria storicizzazione, ce li fa sentire “stranamente” compagni nel cammino dell’esistenza.

Davvero, come diceva H.G. Gadamer, “comprendere un certo pensiero significa comprenderlo come risposta ad una domanda”.

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