SCUOLA/ Gli studenti e la patologia del “confine”

- Fabrizio Foschi

L’ossessione del confine domina il mondo contemporaneo, ma anche tutta la didattica storica ne è impregnata. Siamo in una fase di passaggio, cruciale per gli studenti. FABRIZIO FOSCHI

migranti_ungheria_treno1R439
Infophoto

L’ossessione del confine domina il mondo contemporaneo, ma anche tutta la didattica storica ne è impregnata. Non c’è evento, non c’è sviluppo di eventi che non finisca in un allargamento o restringimento di confini. Il confine inteso come frontiera di Stato sembra lo scopo della storia, ieri come oggi. 

Eppure non è sempre stato così. Al tempo degli antichi imperi i confini degli spazi abitati erano rappresentati dalle montagne, dai fiumi e dalle coste. Per la verità anche in epoca contemporanea questo criterio ancestrale ha dominato, pensiamo ad esempio al confine tra Germania e Polonia ancora oggi tracciato dai fiumi Oder e Neisse, stabilito alla fine della seconda guerra mondiale alle conferenze di Jalta e Potsdam. 

L’ossessione del confine ha fatto capolino nella storia con la nascita dello Stato moderno e non a caso da allora si parla di “confine di Stato”. Un sito prezioso che mostra l’evoluzione delle mappe storiche documenta più di tante parole l’impressionante effetto semplificante della geografia politica europea causato dalla formazione del secondo impero tedesco, mentore Otto von Bismarck, tra il 1866 e il 1871 a spese di Austria e Francia. La Prussia imperiale inglobò gli Stati tedeschi e l’impero asburgico spostò ad est il proprio interesse politico trasformandosi in austro-ungarico. Lo stesso effetto riguardante la divisione dello spazio sulla base di interessi statalisti (in questo caso coloniali) produce la visione della mappa dell’Africa tra il 1870 e il 1910, quando gli europei ne fecero oggetto della loro espansione, incoraggiata dalla Conferenza di Berlino del 1885 che ebbe come specifico argomento la sistemazione del bacino del Congo e come conseguenza la spartizione del continente nero tra le potenze industriali. Alcuni Stati africani furono un’invenzione occidentale che si sovrappose alle culture locali, basta guardare sulla carta le linee rette dei confini sui quali si litigò anche, come successe tra Francia e Inghilterra a Fascioda nel 1898. La logica del confine si è imposta anche in Asia, ovviamente, provocando evidenti paradossi come quello delle due Coree, quella comunista del Nord e quella democratica del Sud, divise da un tratto corrispondente al trentottesimo parallelo che separava nell’immediato secondo dopoguerra la sfera d’influenza sovietica da quella americana. 

Si potrebbe continuare all’infinito su questo piano, se a questo punto non valesse la pena di chiedersi da dove nasca questa tendenza angosciante a segnare confini. La critica marxista ha collegato la nascita del confine alle trasformazioni degli spazi economici e dunque all’assoggettamento entro i confini dello Stato di popolazioni che sono funzionali ad un certo tipo di produzione. In questo senso le necessità espansive del capitalismo di stato conducono alle guerre per la conquista di spazi ulteriori. 

Alla luce di altre interpretazioni, di stampo liberale, il confine è il risultato di un processo che coinvolge più fattori, non solo economici ma anche sociali, culturali, linguistici, al termine del quale una certo soggetto nazionale si è trasformato in uno Stato per darsi un’organizzazione interna adatta alle esigenze dei cittadini e alle eventuali aggressioni esterne. Da questo punto di vista i confini sono sacri perché conquistati a prezzo del sangue di tutti coloro che hanno lottato per le sorti del suolo patrio. 

L’ossessione del confine è oggi messa fortemente in crisi e sottoposta a pressioni che la trasformano in malattia, in patologia. Il fenomeno della globalizzazione del mercato mondiale cui partecipano anche i paesi comunisti, vedi Cina, e il fenomeno delle migrazioni portano ad una erosione di fatto del confine di Stato, cui si reagisce innalzando non più confini, ma barriere di mattoni e filo spinato come forme di protezione dalla entità estranea che non si desidera entri nel proprio ambito, se non a condizioni molto restrittive e garantite da controlli polizieschi. Il confine protetto, come è stato sottolineato dalla pubblicistica sociologica che ha studiato il caso, ha come riflesso la ridefinizione delle identità secondo le categorie del dentro-fuori che si sono sostituite a quelle classiche dei confini per blocchi (est-ovest; nord-sud). La nuova identità è quella dei nazionalismi, ben conosciuti da chi studia le dinamiche originanti le guerre mondiali, che si riaffacciano all’orizzonte contemporaneo attraversando come una scossa le politiche della vecchia Europa che all’interno dei singoli Stati va alla ricerca di legami identitari fondati però sulla paura del nuovo. Si tratta poi di verificare nei fatti se la patologia del confine contribuisca a rendere le società più sicure o invece sottoposte internamente, come i recenti attentati di Parigi e di Bruxelles hanno indicato, al virus integralista che avrebbero voluto escludere.

Lasciando a chi ne è competente la riflessione sui compiti della protezione dagli attentati islamisti e dall’ingresso di clandestini che alimentano la criminalità, è opportuno interrogarsi, e farlo con gli alunni, sul tipo di soggettività che le nostre comunità intendono sviluppare recuperando certe positive tradizioni di accoglienza dell’altro diverso da noi e guardando al futuro. Gli Stati non sono certo chiamati ad abbattere i loro confini, pensiamo all’Europa anzitutto, ma a ripensarli più come limes, secondo l’antica accezione romana di filtro, che come barriera interna ad un’area di libera circolazione di persone, di beni materiali e di idee. La soggettività di una comunità nasce da una concezione di sé e dall’accettazione del bisogno dell’altro come proprio bisogno. Come hanno affermato recentemente a Lesbo papa Francesco, il patriarca ecumenico Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos, i migranti che si affacciano ai confini dell’Europa fuggono spesso da situazioni di conflitto e vivono una “colossale crisi umanitaria”. 

Hanno aggiunto, battendo in breccia ogni presunto buonismo che talvolta si vorrebbe affibbiare a interventi di questo genere, che i responsabili politici dovranno lavorare “per assicurare che gli individui e le comunità, compresi i cristiani, possano rimanere nelle loro terre natie e godano del diritto fondamentale di vivere in pace e sicurezza”.

Il messaggio è di approfondire lo stato di diritto in prospettiva transnazionale e internazionale, senza smantellare la propria casa. Un obiettivo possibile a condizione di lasciarsi educare a vivere nella verità, da subito, per condividere con l’altro, là dove si trova, la stessa compassione che si prova per il proprio io e per chi ci sta accanto. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori