SCUOLA/ Disabili e paritarie, lo Stato rende una piccola parte di ciò che ha tolto

- Roberto Persico

Le scuole paritarie non vogliono gli alunni disabili (ne prendono la metà rispetto alle statali), per questo si dà loro un incentivo. Ma questa è cattiva informazione. ROBERTO PERSICO

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Stavolta voglio chiarire bene il mio bersaglio polemico. Il mio bersaglio polemico di oggi è un certo modo sleale di fare informazione. Un quotidiano di ieri ha dato la notizia dell’approvazione del decreto che, fra l’altro, stanzia una somma a favore degli alunni con disabilità accolti nelle scuole paritarie in questi termini: “Tra le altre novità spicca la previsione di uno stanziamento aggiuntivo di 12,2 milioni per gli istituti paritari. Che se lo vedranno recapitare — grazie a un altro emendamento del Governo — in proporzione al numero di studenti con disabilità. La disposizione di fatto destina alle scuole paritarie un bonus di 1.000 euro per ogni ragazzo diversamente abile così da far salire il loro peso sull’intera popolazione scolastica. Attualmente pari all’1,27%, la metà circa rispetto agli istituti statali”.

Che cosa capisce il lettore sprovveduto? Capisce che le scuole paritarie non vogliono gli alunni disabili (ne prendono la metà rispetto alle statali), e che i 1.000 euro sono un incentivo molto generoso perché si diano da fare.

Immagino che l’estensore dell’articolo non sappia di che cosa sta parlando. Un insegnante di sostegno a tempo pieno costa alla scuola paritaria, lira più lira meno, sui 27mila euro all’anno. Nelle scuole dell’infanzia e nelle secondarie lo Stato dà contributi poco più che simbolici. Nella scuola primaria l’antico istituto della parifica prevede per la presenza di un alunno con diritto al sostegno un contributo che copre una quota significativa di quel costo. Ma la finanziaria del 2011, nell’intento di racimolare ogni briciola per ripianare i conti dello Stato, ha introdotto una norma per cui la soglia di contributi che ciascuna scuola riceveva in quell’anno non avrebbe mai più potuto essere superata (in parole povere: ti arrivano due bambini disabili in più? Prendili, ma io ti do solo il 30 per cento; pagare il resto sono affari tuoi). Ma c’è di peggio. Quella soglia non può più essere alzata, però può essere abbassata: se quest’anno mi esce un bambino disabile e non me ne entra nessuno, il monte ore che lo Stato mi riconosce diminuisce. E se l’anno prossimo se ne presenta un altro? Di nuovo, affari miei: la soglia è scesa e non si rialzerà. Mai più.

Nella scuola paritaria con cui collaboro, La Zolla di Milano, ci sono 23 alunni con disabilità (riconosciuta, quelli con diritto al sostegno certificato dalle Asl). Su un totale di un migliaio di alunni fa una percentuale del 2,3%, uguale circa a quella dello Stato. Ma lo Stato ci dà i soldi per coprire solo una frazione dei costi. Gli altri dove li prendiamo? 

Dal risicato bilancio della scuola, dalle iniziative di una benemerita associazione di genitori che si inventa ogni genere di iniziative per racimolare qualche quattrino da destinare a questo scopo. Giusto per dire, caro giornalista, che non abbiamo certo avuto bisogno dei 1.000 euro del governo per farci carico dei bimbi e dei ragazzi in difficoltà.

Ora ringraziamo di cuore i politici che si sono battuti per farci avere i 1.000 euro (se la norma sarà approvata dalla Camera): coprono una piccola parte dei costi, ma sono sempre benvenuti, e segnano — speriamo — un’inversione di tendenza rispetto alla politica diabolica degli ultimi anni. Ma saremmo contenti di ringraziare anche i giornalisti, se facessero informazione in modo leale e non distorto.

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