SCUOLA/ Nuove tecnologie, il punto debole è la formazione dei prof

Fra gli interventi recenti in materia di istruzione si segnala il “Piano nazionale scuola digitale”. Però metterlo in condizione di funzionare non è scontato. DANIELA NOTARBARTOLO

08.05.2016 - Daniela Notarbartolo
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Fra gli interventi recenti in materia di istruzione si segnala il “Piano nazionale scuola digitale”, un progetto che ha alle sue spalle una lunga storia. 

Da un lato i diversi interventi formativi dell’Indire sull’uso delle tecnologie al servizio della didattica (es. Fortic), e la produzione di materiali fruibili in rete (v. nel sito scuolavalore); dall’altro l’Ocse che chiede all’Italia di potenziare gli strumenti di accesso al web nelle scuole come fattore di innovazione e di dinamismo interno. Nel settembre 2012 tra le Raccomandazioni dal titolo “Italia: dare slancio alla crescita e alla produttività”, in cui erano previsti anche cinque punti riguardanti l’istruzione e la formazione, l’innovazione era raccomandata insieme a valutazione di sistema, sostegno alla professionalità dei docenti, miglioramento della formazione professionale e del rapporto costo-efficacia delle università. 

Quanto all’innovazione tecnologica, ricordo che il 5 novembre 2012 l’associazione Diesse (Didattica e innovazione scolastica) partecipò a un’audizione al Miur davanti a rappresentanti dell’Ocse in cui le associazioni presentarono le loro idee sulla situazione attuale e sul futuro. Fra le riflessioni proposte allora da Diesse, una riguardava un’anomalia italiana: abbiamo avuto ingenti Fondi sociali europei nelle regioni Pon per acquistare tecnologia, ma abbiamo un sistema di formazione degli insegnanti poco strutturato. Conseguenza: invece di procedere da un progetto di innovazione alla sua strumentazione, abbiamo proceduto al contrario, dalla necessità di utilizzare i finanziamenti all’uso degli strumenti acquistati dalle scuole. 

Il problema non è però solo la formazione degli insegnanti all’utilizzo dello strumento, bensì quanto valore aggiunto può creare l’uso delle tecnologie in termini cognitivi, come strumento finalizzato all’apprendimento: che cosa si può fare in più e meglio con una Lim o con una piattaforma che fornisce utility? Il docente “si convince” se verifica attraverso esperienze concrete quanto questa modalità migliori la conoscenza effettiva, mentre per ora sembra che migliori solo aspetti motivazionali e di attenzione, i quali da soli non ripagano del grande lavoro necessario per organizzare ambienti di apprendimento orientati alle tecnologie.

La Lim per esempio può essere una grande opportunità se rende visibili processi cognitivi (esempi: in un testo di storia si possono distinguere dati/ricostruzioni e catene logico-cronologiche; in matematica l’effetto di una formula su un funzione sull’asse cartesiano; in italiano le relazioni logiche di coerenza come problema/soluzione, causa/effetto ecc.), quindi permette di entrare in alcune logiche disciplinari e di bilanciare un sapere a volte eccessivamente “libresco” (ripetere il libro di qualunque materia). Io stessa me ne sono servita nei miei ultimi anni di insegnamento (l’ultima scuola era attrezzata per questo) con una certa soddisfazione. Anche i partecipanti al concorso docenti 2016 sono invitati a conoscere queste opportunità: ricordo qui software didattici come Hot potatoes, attività multimediali proposte sui portali delle case editrici (es. Zanichelli), programmi dei tablet per soprascrivere su ebook (con ampia gamma di utilities), programmi appositi per alunni con Dsa (es. “ePico!”). 

Per sfruttare a pieno le potenzialità dello strumento è necessario però un lavoro di analisi disciplinare: bisogna cioè far emergere gli aspetti della propria materia che più possono giovarsi della tecnologia. Questa analisi è di competenza di singoli insegnanti, ma anche di associazioni e enti di ricerca. Per la “Bottega dell’insegnare” di Diesse (Italiano lingua) nel 2013 abbiamo dedicato la nostra attività  alla “grammatica visiva” e alla rappresentazione grafica di concetti linguistici come la struttura sintagmatica e la gerarchia sintattica di frasi, o la struttura logico-argomentativa di testi. 

Oggi esistono Linee guida per il “Piano nazionale scuola digitale” che prevedono azioni in diversi campi: dalla possibilità di accesso delle scuole alle competenze degli studenti, dalla formazione degli insegnanti alle risorse. Come Azione 23 (pagina 98 ss.) troviamo la “Promozione delle risorse educative aperte e linee guida su autoproduzione dei contenuti didattici digitali”, con l’intenzione di valorizzare le scuole che si attivano per produrre materiali e metterli a disposizione sul web. Sono noti gli esperimenti di autoproduzione di testi scolastici in intere reti di scuole (es. in provincia di Bari) in alternativa alle adozioni tradizionali. 

Il documento stesso avverte però dell’esistenza di rischi concreti, notando che “se questo allargamento degli strumenti e dei contenuti disponibili è basato su una adeguata capacità di valutazione e di scelta, e se l’integrazione è efficace, la qualità della formazione e dell’apprendimento potrà migliorare sensibilmente. Senza queste condizioni, tuttavia, si può correre il rischio opposto”. Infatti se è evidente l’interesse per “il contenimento del costo e/o del peso dei libri di testo da un lato, il miglioramento dell’efficacia, della capacità espressiva e della varietà dei contenuti di apprendimento usati dall’altro”, di una certa “ambiguità legata al perseguimento di finalità legittime ma diverse è rimasta vittima in particolare la possibilità di autoproduzione collaborativa di contenuti di apprendimento”. 

Per risolvere il problema, le Linee guida prevedono un “tavolo tecnico” che possa “assicurare alle scuole delle linee guida con dei criteri chiari per valutare l’efficacia e l’utilizzabilità tecnica delle risorse di apprendimento digitali utilizzate nelle occasioni di formazione formale”. Ma non bastano linee guida in presenza di una ricca e incontrollata produzione che già popola il web: la validazione degli strumenti non può essere sottovalutata ed ha ancora bisogno della rete offerta da enti di ricerca, associazioni disciplinari e professionali e singoli ricercatori. In questo senso l’attività di soggetti come Diesse offre un filtro reale, confermato dai suoi stessi associati, di quanto viene prodotto al suo interno (documentazione, progetti sperimentali, materiali pubblicati). Le attività delle Botteghe consistono appunto nella messa alla prova sul campo di quanto via via viene elaborato e sottoposto alla supervisione dei cosiddetti “maestri di bottega” (i formatori di Diesse). 

L’Azione 28 poi prevede la presenza di un “animatore digitale” in ogni scuola: il suo compito è sia di promuovere l’accesso dei colleghi da un punto di vista tecnico e operativo, sia la selezione delle opportunità didattiche e disciplinari specifiche, compito estremamente arduo nel mare magnum del mercato e del non-mercato. È importante in questo momento che chi ha delle proposte credibili le renda visibili a tutti nei canali esistenti o ne crei di nuovi.

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