ESAMI DI STATO 2016/ Seconda prova, tradurre dal greco? “Serve” di più a genitori e politici…

- Marco Ricucci

Tradurre dal greco in italiano nella seconda prova dall’esame di stato è “utile”, anzi “funzionale”, ancora, a sedici anni dell’inizio del terzo millennio? MARCO RICUCCI

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Tradurre dal greco in italiano nella seconda prova dall’esame di stato è “utile”, anzi “funzionale”, ancora, a sedici anni dell’inizio del terzo millennio? A giudicare dal lieve ma confortante aumento delle iscrizioni al liceo classico e dal successo delle iniziative sulla cultura classica, l’istruzione antichistica dà segni di un cuore pulsante. 

Certo tradurre greco non è semplice ma richiede un problem-solving linguistico-culturale, capace di colmare il gap tra una civiltà divenuta esemplare ma sempre rediviva e una generazione cresciuta con snacks e video-giochi sempre più caratterizzati da una grafica da reality… Basterebbe ricordare le parole del compianto Umberto Eco, che già parlava di apocalittici e integrati, quando la quarta rivoluzione industrial-tecnologica ovvero quella digitale  era agli albori: nel decimo capitolo del saggio che raccoglie le esperienze di Umberto Eco come traduttore e autore tradotto, è citato un pensiero di Gerhard Ebeling, sulla definizione di traduzione gadameriana  come “dialogo ermeneutico”: “L’origine etimologico di hermenéuo e dei suoi derivati è controversa ma rinvia a radici col significato di ‘parlare’, ‘dire’ (in connessione col latino verbum o sermo). Il significato del vocabolo va cercato in tre direzioni: asserire (esprimere), interpretare (spiegare) e tradurre (fare da interprete). Si tratta di modificazioni del significato fondamentale di ‘portare alla comprensione’, di ‘mediare la comprensione’ rispetto a differenti modi di porsi del problema del comprendere: sia che venga interpretato un fatto mediante parole, un discorso mediante spiegazione, un enunciato in una lingua straniera mediante una traduzione”.

Certo, il liceale traduttore applicherà le regole grammaticali per evitare di fare il minor numero di errori possibile al fine di raggiungere la soglia della sufficienza, fatte salve le debite riserve delle eccellenze sempre più valorizzate nei certamina che spopolano nei nostrani licei disseminato lungo tutto lo Stivale.

Quanti noi — che abbiamo avuto la (s)fortuna di frequentare il liceo classico — non ricordiamo la notte prima degli esami, quando la gran parte di noi avrebbe tradotto l’ultima versione di greco o latino della maturità… Negli anni Cinquanta e Sessanta, in una società in velocissima trasformazione sociale, economica e tecnologica, in cui il latino pareva, in un certo senso, una lingua veramente morta, un retaggio del passato spazzato via da due guerre mondiali, cadde anche l’ultima “roccaforte del latino”: sebbene papa Giovanni XXIII il giorno 22 febbraio 1962 avesse firmato, durante una solenne cerimonia, la costituzione apostolica Veterum Sapientia, sopra la tomba dell’apostolo Pietro, per ribadire l’importanza dello studio della lingua antica e della cultura classica, il Concilio Vaticano II, con 2147 voti contro 4, approvò la Costituzione Sacrosanctum Concilium, promulgata dal papa il 4 dicembre 1963, che, agli articoli 36 e 53, affermava che, per la liturgia, la Chiesa non escludeva il plurisecolare latino ma preferiva ormai, per varie ragioni, le lingue “volgari” cioè nazionali. 

Poi Flocchini, autore di un fortunato manuale di lingua latina, scrive: “Il linguaggio della filosofia, della scienza, della tecnologia è infatti sempre lingua letteraria e, nella nostra tradizione occidentale, qualunque sia la lingua nazionale in cui si esprime, è sempre modellata sul latino, per la semplice ragione che fino a pochi secoli fa tutto il sapere veniva trasmesso in latino e di conseguenza i linguaggi settoriali ne sono tuttora profondamente permeati, sia nel lessico sia nella sintassi; e questo vale a maggior ragione per la lingua italiana scritta, che con il latino ha anche precisi legami genetici, oltre che culturali. Se questo è vero, lo studio rigoroso della lingua latina, anche nei suoi aspetti tecnici (sintassi, morfologia, lessico), assume una importanza vitale per l’acquisizione della abilità e degli strumenti necessari a produrre ed elaborare cultura, come ha ricordato il Collegio degli Accademici della Crusca in un documento di tre anni fa: una sufficiente conoscenza del latino risulta propedeutica e funzionale alla comprensione di ogni discorso di carattere speculativo-epistemologico e più generalmente teorico, quali sono eminentemente, anche a livello scolastico, quelli della filosofia, del diritto e degli aspetti concettuali della matematica e delle scienze fisico-naturali”.

Cosa ci rimane a noi comuni mortali? Ai genitori  di figli che hanno affrontato la seconda prova di maturità (che qualche sedicente studioso vorrebbe mandare in soffitta…) la consapevolezza che imparare il greco antico e il latino e non il cinese (ad esempio), quando si è teen-agers, è bello, interessante, seducente, formativo, performativo, informativo. Dovremmo elencare forse le proprietà taumaturgiche delle lingue classiche più lumeggiate sulle pagine di questo giornale on line? Direi di no, basta infatti navigarlo un po’. 

Ai maturandi rimarrà una tappa fondamentale del proprio percorso verso la piena realizzazione delle proprie potenzialità di uomini e donne. 



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