SCUOLA/ Presidi, tutti i danni della dirigenza unica

- Gianni Zen

La dirigenza unica ha portato alla presidenza nelle scuole superiori di presidi lontani dai profili culturali necessari per governarle. Occorre subito una riforma. GIANNI ZEN

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Bonus Docenti 2017 (Foto: LaPresse)

Il caos che sta regnando nel mondo della scuola, con norme che dicono delle cose, e gli accordi bilaterali (finché durano) del Miur con i sindacati che ne intendono altre, dicono di una complessità che, credo, non si sia mai vista in precedenza.
Questa complessità ha portato allo scoperto un aspetto di cui nessuno fa cenno, discute, problematizza. Se noi, cioè, diamo anche solo un’occhiata alla vita interna delle scuole, in particolare alle scuole superiori, possiamo notare, fatte salve ovviamente le eccezioni (perché non è mai bene fare di ogni erba un fascio), che c’è un punto che meriterebbe di essere rivisto: parlo della dirigenza unica, la stessa che ha portato alla presidenza nelle scuole superiori di maestre, di insegnanti delle scuole medie, di presidi cioè lontani, nella maggior parte dei casi, dai profili culturali necessari per essere punto di riferimento nelle scuole superiori.
Se andiamo al nocciolo culturale della questione: il ruolo del preside non può essere ridotto al solo lato gestionale-organizzativo. Né può essere sufficiente, quando c’è, una buona capacità relazionale, dunque di leadership. Deve — nel senso del “non può non” — essere in grado di entrare nel merito dei profili culturali degli indirizzi della propria scuola, se vuole davvero incidere, essere cioè punto di riferimento concreto.
In passato, tanto per capirci, un preside se voleva aspirare alla presidenza di un Itis doveva essere ingegnere. Forse era un po’ troppo, ma pensare a forme di selezione qualitativa non dovrebbe gridare allo scandalo.
Come — per essere più concreti — non basta, per essere un buon docente, avere una sfilza di titoli di studio, così per essere un buon preside è necessario essere preparati e competenti non solo sugli aspetti gestionali ed organizzativi. Sappiamo che quello che sto dicendo è una cosa ovvia, ma anche che non è per niente praticata.
Basta dare un’occhiata alle scuole superiori. E’ oramai diffusa la prassi, vista la mancanza di nuovi concorsi, di presidi dei comprensivi che diventano presidi di licei o di istituti tecnici senza avere la benché minima notizia dei profili culturali insegnati in queste scuole. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Forse riprendere la via del primo concorso ordinario dei dirigenti scolastici, quello del 2004, nel senso delle due fasce di dirigenza, quella del primo ciclo e quella del secondo ciclo, non sarebbe cosa malvagia, vista la realtà.
Rimane, infine, la capacità relazionale. Questa sì dovrebbe richiedere interventi ispettivi per saggiare l’operato dei presidi, al di là degli obiettivi, più o meno calibrati sul Rav delle scuole. E’ questa che dà il tocco qualitativo finale, perché le competenze gestionali e organizzative dovrebbero essere date per scontate, preliminari, elementari. Queste ultime competenze si possono imparare, sul campo e sui libri, ma le abilità relazionali e quelle culturali invece è più complicato apprenderle al volo in due battute. Come aveva tempo fa richiesto Umberto Galimberti: non solo ai docenti, ma anche ai presidi dovrebbe essere previsto un colloquio attitudinale.

Nelle elementari e nelle scuole medie (uso ancora il vecchio vocabolario) è il metodo a guidare la ricerca dei contenuti, secondo la nota circolarità pedagogica. Ma alle scuole superiori, in particolare al triennio, sono i contenuti che, proponendosi, domandano la personalizzazione dei percorsi (i metodi) che possono aiutare gli studenti a costruirsi profili di ricerca, di conoscenze, di problematizzazione, quindi di competenze spendibili ma mai date per acquisite una volta per tutte.
Nel primo ciclo si fa affidamento a quella “teoria unificata del metodo” propugnata da Popper, ai fini della formazione di base. Nelle scuole superiori sono invece i contenuti che domandano l’oltre di quella preparazione di base. Nel senso che richiedono la rielaborazione, il ripensamento, cioè lo spirito della ricerca. E questi non si possono insegnare, ma, al meglio, socraticamente testimoniare.
Quanti presidi delle scuole superiore oggi sono consapevoli di questo salto di qualità? O credono di risolvere il tutto con una spruzzatina di tecnologia?



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