SCUOLA/ Fatto il concorso, domandiamoci chi sono i (bravi) docenti

L’ultimo concorso docenti ha precluso le cattedre ai docenti più giovani. Con le conseguenze che questo comporta per l’apprendimento degli studenti. Il commento di MARINA MINOLI

17.09.2016 - Marina Minoli
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LaPresse

Questa fase di fine estate è stata segnata da un riscontro un po’ inatteso nel mondo della scuola: il concorso ha di fatto escluso dalle moltissime cattedre libere che erano state predestinate al ruolo soprattutto i giovani docenti che si sono abilitati con l’impegnativo percorso di tirocinio formativo attivo (Tfa) svolto nelle università. 

Il risultato è stata l’impossibilità per molti giovani di non potere mettersi in gioco professionalmente nel mondo della scuola con la stabilità necessaria, in un’età nella quale l’entusiasmo e la voglia di crescere nella professione sono fondamentali; realtà scolastiche segnate dalla presenza di giovani motivati, che possano trasferire aggiornate esperienze maturate anche in contesti differenti, si rivelano nella maggior parte dei casi preziose per un serio processo di innovazione del sistema formativo. E’ sicuramente complesso valutare le cause di tutto ciò, anche se è più facile prevederne le conseguenze.

Ci chiediamo quindi quali potrebbero essere oggi le importanti caratteristiche umane e professionali fondamentali per coloro che possono essere identificati in generale come validi docenti, giovani che meriterebbero di attivare le proprie energie nella scuola in modo stabile, oltre le possibili esperienze di incarichi temporanei e variabili di anno in anno con l’inefficacia didattica che sino ad ora ciò ha comportato.

Si tratta sicuramente di una risposta complessa che anche le più articolate analisi rischiano di dare in modo parziale, non certo riducibile solo al superamento test di selezione valutativa. Cerchiamo quindi di riflettere in modo più ampio, oltre le matematizzazioni valutative. 

Quali fattori potrebbero essere elementi basilari per un giovane docente, che, oltre le proprie specificità disciplinari, vuole costruire con passione didattica un efficace dialogo educativo e formativo con i suoi studenti? 

Diamo per scontata la necessità di una solida preparazione culturale nell’area di competenza, che dipende dalla serietà dei risultati conseguiti nel percorso formativo precedente all’accesso al lavoro di docente e che non dovrebbero per coerenza essere sottovalutati. Si potrebbero senz’altro prendere come esempio modalità di selezione internazionali che privilegiano l’importanza di articolati colloqui di selezione per individuare reali attitudini alla professione di docente o di ricercatore. Il valido docente che svolge come attività prioritaria l’insegnamento diretto a giovani studenti certo non si improvvisa, ma è il risultato di ragionate rielaborazioni di esperienze culturali, professionali, didattiche sapientemente architettate e concertate nel tempo, unite a passione e sensibilità educativa, a equilibrio valutativo. 

Si tratterebbe di uomini e donne prioritariamente cultori delle proprie discipline, ma orientati a superare eccessive iper-specializzazioni contenutistiche; caratterizzati da volontà di un continuo personale aggiornamento culturale da costruire con criterio nel tempo. Dovrebbero saper scegliere arricchimenti personali per l’effettivo valore tra le numerosissime offerte oggi spesso poco uniformi nella qualità, individuandone efficaci spunti di trasferibilità didattica. 

Dovrebbero associare a questo la necessaria capacità di comunicare e spiegare in modo chiaro, corretto ed efficace, la predisposizione ad entusiasmare ideando e costruendo percorsi culturali e formativi oltre le singole discipline, mostrando una capacità coinvolgente di dialogo, argomentazione, disponibilità al confronto culturale. Dovrebbero saper spiegare utilizzando in modo integrato fonti di informazione differenziate, sapersi porre domande e porre domande individuando risposte nell’ottica di formare persone libere e aperte. 

E’ un lavoro nel quale ogni professionista delle proprie discipline, prima che docente (letterato, filosofo, chimico, biologo, architetto, matematico, fisico…), dovrebbe diventare maestro di cultura e di vita, essere per i giovani un riferimento colto, credibile e coerente in grado di guidarli a ragionamenti critici oltre le semplici nozioni, un aspetto molto importante, quest’ultimo, soprattutto nella scuola secondaria superiore. 

Per questo occorrono docenti collaborativi che non seguano schemi predefiniti, rigide procedure, che adottino modelli e copino protocolli, modernismi forzati magari concepiti in contesti estranei al mondo della scuola. “L’incontro con il tempo della lezione — ha scritto Massimo Recalcati —, la parola viva della lezione quando accade, quando si dà la sua esperienza autentica, rende davvero possibile l’incontro con il Nuovo, con il non ancora saputo, il non ancora conosciuto” (L’ora di lezione, 2015).

Docenti che non dimentichino di dare sempre il giusto, elevato valore al vissuto degli studenti, praticando approcci didattici che valorizzano attività svolte in contesti esterni all’ambito scolastico, superando così i limiti delle frequenti frammentazioni derivanti dalla docenza disciplinare. 

Ma questi risultati si ottengono facendo sì che i nuovi docenti possano mettersi in gioco con un ruolo ben definito fin da giovani, superando efficaci selezioni meritocratiche che sono la normalità in contesti scolastici esteri. Senza o con ridotte fasi di precariato, si rivela efficace iniziare da giovani ad insegnare con continuità pluriennale nelle stesse classi, esprimendo passione, entusiasmo e creatività, trasferendo anche nella scuola elementi di esperienze professionali maturate in altri precedenti ambiti di lavoro. 

Sono modalità forse difficili da attuare, in quanto il ruolo docente è cambiato nel tempo, diventando attualmente più complesso ed articolato, quindi è probabile che in futuro occorrano periodi di formazione più lunghi prima di poter effettivamente accedere alla professione. Ma è un tentativo che vale la pena di intraprendere. 

 

(1- continua)

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