SCUOLA/ Giovani e video hot, elogio della vergogna

- Luigi Campagner

Moltissimi giovani fanno circolare (proprie) immagini hot in rete. Che si rivela una trappola dalla quale uscire è quasi impossibile. E il prezzo può essere altissimo. LUIGI CAMPAGNER

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Foto: LaPresse

Leggendo della tragica vicenda di Tiziana Cantone, la donna trentunenne che si è tolta la vita impiccandosi con un foulard per mettere la parola fine allo scandalo mediatico che l’ha travolta, mi sorprende il ricordo di un professore liceale solito a dividere il mondo tra chi “ha fatto” il classico e chi no, come emblema di un’indelebile distinzione intellettuale tra chi ha e chi non ha: tra chi ha avuto accesso al nobile mondo della cultura e chi sarà invece costretto a cavarsela rabberciando soluzioni alla bell’e meglio. 

Il motivo di questa libera associazione è la notizia riportata dal portale di informazione universitaria controcampus.it che Tiziana poteva vantare nel proprio curriculum l’ambita maturità classica. È una nota di merito per Tiziana che forse non è inutile segnalare nel momento in cui moltissimi hanno presentato la donna quasi come “minus habens”: una “fessacchiotta” secondo l’espressione utilizzata da Oliviero Toscani, che doveva pensarci prima e che invece non ci ha pensato, forse proprio perché il pensare non era affar suo. Un’offesa, questa, della stessa portata del cyberbullismo di cui Tiziana è stata vittima. 

Se si vuole imparare qualcosa da questa triste vicenda, occorre darle la dignità attribuita a una tragedia classica, dove si assume che tutti i personaggi pensino e rispondano a una logica: condivisibile o criticabile che sia. Certo, la vicenda di Tiziana non è assimilabile a quella di una Lucrezia, di una Giocasta o alla vergini dell’arcadia ricordate da Eva Cantarella nel suo L’amore è un Dio. Il sesso e la Polis (2015) che ricorrono al suicidio per ovviare in anticipo alla vergogna dello stupro. Non lo è, se non appunto per la vergogna abbinata al suicidio, e questo basterebbe a fare di Tiziana una pensatrice. 

Non so come se la possano cavare le neuroscienze con la vergogna, avendo appiattito i sentimenti alla loro base emozionale-organica, ed entusiasmandosi al contempo per aver trovato nelle emozioni un punto di contatto tra la vita animale e quella umana, perché tra tutti i sentimenti che anche un animale può provare di certo non troveremo la vergogna, che è invece il punto di collisione di due pensieri. Non si prova vergogna senza pensare, perché essa è la manifestazione (fisica) di una contraddizione — di un conflitto di pensieri che spingono il soggetto in direzioni opposte: o come anche si dice “per-versi” diversi. 

Aristotele (a cui dobbiamo la formazione del famoso principio di non contraddizione) non ne aveva sentore, ma la contraddizione si manifesta anche con segni fisici: tra i più comuni l’arrossire. Un sintomo esclusivamente umano, nient’affatto sconosciuto per uno psicoanalista. È il segnale che si è arrivati a un bivio e che è giunto il momento di fare un bilancio della propria esperienza e fare una scelta su cosa tenere e cosa lasciare, su cosa aggiungere e cosa togliere…  

Arrivare al quel bivio senza riuscire in questo bilancio può significare essere travolti dalla confusione o consegnarsi alla per-versi-one, al tanto peggio tanto meglio: come scelta per l’inconcludenza, o secondo la formulazione dello psicoanalista Giacomo Contri, come “passaggio dall’inconcludenza nevrotica all’anti-concludenza”. La genesi della diffusione dei video hot che è all’origine della tragedia non è ancora stata chiarita a fondo dalle indagini, salvo nell’evidenziare che Tiziana vi avesse avuto un parte attiva. Secondo le parole della madre, Tiziana è stata manipolata dal compagno per compiacere il quale avrebbe realizzato i famosi video con terze persone. Un triangolo destinato presto a moltiplicare i propri lati trasformandosi in un poliedro indefinito, come indefinito è il confine tra manipolazione subita e le condotte istrioniche e seduttive con le quale la donna potrebbe aver cercato di soddisfare un profondo bisogno di considerazione. 

Trovarsi al bivio in questa situazione significa domandarsi come sia possibile che l’azione di un amico produca in chi la riceve un danno irreparabile: come sia possibile, in altri termini, che un amico sia simultaneamente (nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto, avrebbe detto Aristotele) anche non-amico. Ci vuole tempo per fare certi bilanci, ma alla lunga diventa un caso di tertium non datur: o amico o non amico… 

Torniamo un attimo a Contri. “Cosa ti è venuto in mente?! Cosa non ti è venuto in mente?!” Questo binomio col quale lo psicoanalista milanese apriva la serie dei video di presentazione della sua Opera Omnia, altrimenti detta ironicamente “eredità a babbo vivo” (2011, nuova edizione on line 2016), delinea l’attività del pensiero che è presente anche quando “in blocco” ovvero quando ancora non ci arriva, o quando un pensiero non viene in mente al momento buono, ma solo tardi. A volte troppo tardi. È, quella di Contri, una domanda che avrebbe certamente aiutato Tiziana a fare un bilancio più pacifico e meno tragico della sua esperienza: “Ma cosa mi è venuto in mente, e soprattutto cosa non mi è venuto in mente?” I giochi sarebbero rimasti aperti e una soluzione sarebbe rimasta pensabile.

Di aver inforcato il corno sbagliato del bivio e di aver provato a cercare dei rimedi Tiziana ha dato prova, ipotizzando una soluzione per via giudiziale, cercando nello Stato un aiuto che non è prontamente arrivato e che l’ha probabilmente spinta a farsi giustizia da sola, trasformando con l’impiccagione il suo corpo in un punto esclamativo, come un indice puntato contro la folla farisaica dei suoi lapidatori, le orecchie dei quali si sono fatte ormai insensibili alla frase “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Bene ha fatto la Chiesa, in rappresentanza del Socio fondatore, a ricevere Tiziana per l’ultimo saluto, perché senza l’attualizzazione della frase “Dove sono, donna, i tuoi accusatori, nessuno ti ha condannata neppure io ti condanno”, tale rappresentanza verrebbe inesorabilmente meno.

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