SCUOLA/ Prof di lettere, occorre il “tirocinio” della pazienza

- Uberto Motta

Tatjana Kasatkina, Gianluca Zappa e Fabrizio Foschi hanno sottolineato la necessità di riscoprire in letteratura il ruolo del soggetto, docente e studente. il commento di UBERTO MOTTA

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Una copia della Commedia risalente al Seicento (LaPresse)

In prossimità dell’inizio di un nuovo anno scolastico, tre autorevoli voci, nel giro di pochi giorni, sono appassionatamente intervenute su queste pagine, formulando auspici e ipotesi affinché la letteratura possa continuare a essere, oltre che una materia importante, un’esperienza educativa preziosa, non ai margini ma al centro degli interrogativi che concernono le ambizioni e le responsabilità dell’uomo d’oggi. Concordemente, Tatjana Kasatkina, Gianluca Zappa e Fabrizio Foschi hanno a tal fine rilevato la necessità di riscoprire, e rivalorizzare, il ruolo del soggetto: del docente che guida e insegna, e del ragazzo che apprende e cresce, poiché soltanto l’osservazione e l’interrogazione personali del testo sono in grado di restituire alla letteratura la sua efficacia performativa. Posta la natura squisitamente dialogica della poesia, che solo attraverso il confronto con l’esperienza altrui dischiude la sua ricchezza conoscitiva, è impossibile non essere d’accordo con la sostanza autentica di simile invito. Se ne vorrebbero scongiurare, tuttavia, alcune improprie deduzioni.

Leggendo con attenzione i tre contributi, per contrasto, mi è venuto alla mente il caso dei ragazzini che, innocentemente, spesso desiderano le scarpette di Messi o di Ronaldo, sognando che bastino per sviluppare le prestazioni, avvicinandole a quelle dei loro idoli. Sappiamo bene, e sanno anch’essi per la verità, che per migliorare occorrono piuttosto pazienza, abnegazione e sacrificio, oltre che un certo talento. Eppure nessun genitore o allenatore li manderebbe a giocare a piedi nudi. Con la letteratura, a scuola, è un po’ la stessa cosa. Nessun manuale, nessuna antologia, nessuna tecnica d’analisi possono pretendere di sostituirsi alla nostra personale, e faticosa, esperienza del testo, né ci si può o deve in alcun modo illudere che esistano “strumenti” capaci, magicamente, di restituire anche al più pigro o distratto degli studenti la profondità e il fascino dell’opera letteraria. Anzi: dei manuali e delle antologie in circolazione è facile e giusto rilevare le infinite manchevolezze, le numerose distorsioni. Ma non mi sembra che da ciò sia corretto desumere la legittimità di sbarazzarsene.

Essi sono infatti, pur con tutte le loro lacune, lo specchio di quell’oggettiva complessità e distanza (in primis storica, linguistica, culturale), che deve essere attraversata per incontrare un testo, a qualsivoglia epoca o autore appartenga. L’opera — diceva Bachtin — nasce dalla frizione tra il desiderio iscritto nel cuore dell’uomo e le condizioni oggettive, spesso limitate e frustranti, del suo esistere; perciò, sporgendosi verso il futuro, domanda o provoca il dialogo nella misura in cui arriva a noi col volto dello straniero. E scorretto sarebbe, a questo proposito, sedurre i giovani con scorciatoie o semplificazioni. Se, giustamente, come già Ezio Raimondi aveva rimarcato, l’obiettivo della lettura è un incontro ad alto potenziale conoscitivo, l’altro che ci attende (il suo vero volto, e non una narcisistica proiezione della nostra voce) non è mai a portata di mano. La verità del testo è un tesoro che ci si dischiude solo al termine di avventurose esplorazioni, che richiedono umiltà e spirito di dedizione per fare luce nelle caverne della nostra ignoranza. 

Davvero qualcuno può credere che — passando per la densità o la rarefazione delle loro preziose parole — l’incontro con Dante o Dostoevskij possa risolversi a una prima impressione? Certamente, con i libri come con le persone, l’innamoramento e la fascinazione passano per il lampo di uno sguardo, per il rintocco di una sillaba: ma poi una vita intera non è sufficiente per risolvere il mistero di un’attrazione, che, se reale, dovrebbe piuttosto obbligarci al protratto silenzio. Ed è qui che l’insegnamento della letteratura potrebbe giocare il suo ruolo attivo, sul piano, oltre che disciplinare, metodologico e morale: come scuola di quella docilità, di quella pazienza, di quell’obbedienza che, al di là della fretta e della superficialità in cui siamo immersi, sono necessarie, nella vita, per rendere ragione di un “tu” dal quale ci sentiamo afferrati. 

Scriveva Contini di Dante: non un tenace e ben conservato sopravvissuto, ma qualcuno arrivato prima di noi. Prima di giudicarlo, dunque, lo dobbiamo raggiungere, nella serena consapevolezza che il viaggio sarà lungo, perché il nostro punto di partenza, rispetto ad autori di questo calibro, è assai discosto. Se non vogliamo rinunciare a vedere, il nozionismo e il tecnicismo, che pure gravano e forse offendono le pagine dei manuali e delle antologie, anziché un ostacolo diventano la risorsa indispensabile, non per negare l’alterità dello straniero, ma per scoprire sotto la sua grandezza il fratello. Ai giovani della scuola di oggi, abituati a pensare di poter avere subito ogni risposta, talvolta refrattari all’applicazione prolungata e alla rilevazione dei propri limiti, convinti che il giudizio sia un diritto che non si nega mai a nessuno, la letteratura potrebbe offrire allora uno spazio alternativo e controcorrente: come tirocinio di quella pazienza che è indispensabile a diventare, oltre che buoni lettori, uomini buoni. La pazienza, infatti, è la condizione dell’ascolto e il grimaldello dell’autenticità: senza, si possono avere solo i surrogati. 

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