SCUOLA/ Rinnovo del contratto, la via cattiva e quella buona

Tra le scadenze che aspettano il Governo prima della fine della legislatura c’è anche quella del rinnovo del contratto della scuola. Ma la partita è falsata. Ecco perché. EMMANUELE MASSAGLI

28.11.2017 - Emmanuele Massagli
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Valeria Fedeli, Ministra uscente dell'Istruzione (LaPresse)

Tra le scadenze che aspettano il Governo prima della fine della legislatura c’è anche quella del rinnovo del contratto della scuola. Sono sul tavolo un aumento di 80 euro (il numero magico di questi anni) e circa 8mila assunzioni. Menù ricco, ma non soddisfacente per i sindacati, che vorrebbero anche smontare il meccanismo del bonus per merito inserito nella “Buona Scuola” ed esigono risorse aggiuntive oltre a quelle citate, conseguenza di precedenti stanziamenti.

La situazione delle relazioni di lavoro nell’ambito della scuola di Stato è quantomeno curiosa. In pochi anni, infatti, si sono riversati su questo elefantiaco meccanismo burocratico più soldi di quanti se ne fossero visti nei decenni precedenti: 60mila assunzioni, l’aumento per i dirigenti, investimenti sull’edilizia e qualcosa anche su laboratori e tecnologia. Ciononostante l’atteggiamento dei sindacati è sempre stato ostile, tanto da giustificare un cambio in corsa del(la) ministro(a), individuato(a) proprio per le sue abilità negoziali e per la vicinanza con i “lavoratori”. Anch’essa, però, non sfugge alle feroci critiche sindacali.

L’unica via di uscita da questa inspiegabile impasse è il ribaltamento del tavolo. Il Governo parli di più con i docenti, meno coi sindacati che intendono la rappresentanza come un corporativismo politico e di classe. 

Cosa chiedono i docenti? Maggiore dignità della professione, manifestata da uno stipendio più alto e da meccanismi gestionali più moderni. È una richiesta sacrosanta. Chiarito l’esatto importo delle risorse che possono essere stanziate, al netto delle assunzioni necessarie per garantire un servizio di qualità (ma solo di quelle, da depurarsi dalle assunzioni pro-consenso), il Miur dovrebbe coinvolgere direttamente i docenti nel processo di riforma. Cosa suggeriscono? Come dividere una torta inevitabilmente troppo piccola perché tutti mangino? Gli stanziamenti a pioggia nella scuola non funzionano da cinquant’anni e i tradizionalismi sindacali hanno generato una situazione tra le più complesse d’Europa: bassi stipendi, enorme precariato, risultati formativi insoddisfacenti.

Risolvere il nodo dell’inefficienza organizzativa della scuola è più urgente di qualsiasi riforma “Buona”: ogni novità, infatti, si ingloba e smantella nel ventre molle della burocrazia scolastica, più forte (perché duratura) di ogni Governo e di ogni nuova proposta degli addetti ai lavori. 

In altre parole, non ci sarà mai riforma della scuola senza una “riforma” delle persone che ci lavorano. Come fare? Difficile immaginare altra strada se non quella di responsabilizzarle nelle scelte da compiersi, coinvolgendole direttamente, mettendole di fronte all’enormità dei problemi che vanno risolti, perché ad ogni “risorsa aggiuntiva” corrisponda anche un “impegno aggiuntivo”. 

Scriva a tutti, quindi, la ministra. Li incontri direttamente nelle scuole. Li riceva al ministero. Siamo curiosi di sapere quanta corrispondenza vi sia tra le richieste del sindacato e quelle dei singoli docenti. Qualora non ve ne fosse, appare piuttosto evidente la strada da percorrere.

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