SCUOLA/ 20 anni di competenze: poca sorpresa, troppi meccanismi

- Sandra Ronchi

C’è una sorta di onda lunga nella scuola in questi ultimi mesi: quella delle competenze. Dopo vent’anni esatti dal loro ingresso ufficiale nella scuola, serve un bilancio. SANDRA RONCHI

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Scuola (LaPresse)

C’è una sorta di onda lunga che sta inondando la scuola in questi ultimi mesi: quella delle competenze.

Dopo vent’anni esatti dal loro ingresso ufficiale nella scuola (con gli esami di stato targati Berlinguer, legge 425/97), le competenze sono “ritornate di moda”.

“Ma queste sono le nuove competenze?” Così mi sono sentita apostrofare da una docente che — giustamente — si è chiesta da cosa dipenda questa nuova stagione delle competenze. Non che siano mai scomparse dall’orizzonte della scuola, ma erano un po’ sottotraccia.

Con la formazione obbligatoria (a seguito della legge 107/2015) i corsi di aggiornamento sulle competenze sono diventati tra i più gettonati: complice, probabilmente, un certo “sprone” dei dirigenti scolastici.

Quali siano i motivi di questi impulsi che vengono dall’amministrazione, poco importa. Mi sembra più interessante capire quale sia la nuova veste della “rinate” competenze.

Nella scuola italiana se ne parla in modo sistematico dalla riforma Moratti: forse ciò che è cambiato in questi 15 anni è il sedimento buro-didattico che accompagna questa nuova fase. Incrostazione che rischia di sommergere la scuola ma, purtroppo, anche la competenza stessa e il suo potenziale valore innovativo.  

In uno dei salotti di approfondimento della didattica in cui si è articolata la convention scuola di Diesse tenutasi a Bologna all’inizio di novembre, una docente ha raccontato come, al tempo della legge 53, la competenza fosse stata accolta nella sua scuola come una possibilità di cambiamento. “Allora avevamo una speranza — ha affermato — e abbiamo fatto innovazione; c’è stato un movimento positivo nella scuola e ancora oggi se ne vedono i frutti”: ad esempio, ha raccontato di una passeggiata nel bosco in cui i bambini sono diventati i protagonisti dell’avventura. Pur nella sua semplicità, il percorso ha entusiasmato bambini e maestre: perché quando c’è una esperienza, quando alunni e insegnanti vivono una situazione significativa, il fare scuola diventa gustoso. Ma — ha continuato la docente — ora la faccenda ha perso ogni interesse. Perché? 

Non esiste una risposta univoca. Però sono invece da osservare alcuni fenomeni: ad esempio, non raramente molti corsi di formazione propongono protocolli e “istruzioni per l’uso”. Non che non ci debbano essere, ma il rischio è che si perda la bellezza dell’esperienza e che la competenza, anziché essere un avvenimento che accade in modo naturale e spesso imprevisto, venga ridotta ad un meccanismo. Così, depotenziata nella sua forza innovativa, viene di fatto derubricata a livello di tecnica didattica piuttosto che metodo pedagogico, che dovrebbe mettere in campo l’autonomia e la responsabilità degli studenti.

Però l’educazione non può essere ridotta a dispositivi da applicare.

Invece l’inondazione delle competenze attraverso un linguaggio spesso meccanico, talvolta accompagnata dalla macchina centralistica, arriva nelle scuole proponendo tecniche che sembrano rispondere alle domande dirette ed immediate dei docenti (stendere un cv, certificare, progettare per competenze, preparare le prove esperte, i compiti di realtà, ecc. ecc.) domande che arrivano a loro volta dai ds, ma che di fatto toccano solo marginalmente la pratica d’aula, rimanendo non raramente un “orpello” burocratico, uno scotto da pagare.

L’innovazione non può avvenire per prescrizione, anche se alcune indicazioni di lavoro possono propiziarla: ma ha bisogno soprattutto della libertà dei docenti di rischiare qualcosa di nuovo.

Forse sarebbe importante che gli stessi insegnanti si ponessero in una posizione nuova rispetto alle indicazioni che sembrano imbrigliarli. In uno dei salotti di Bologna abbiamo sentito parlare di un disagio che non è rimasto al palo: al contrario ha cercato non vie di fuga, ma strade per costruire nuovi percorsi: ad esempio invitando nelle scuole, per la formazione, docenti che raccontassero dal vivo esperienze concrete di una didattica rinnovata ed efficace: una didattica in cui gli insegnanti hanno guardato i loro scolari come bambini e ragazzi “interi” da mettere in gioco e su cui puntare: questi sono i momenti in cui gli scolari possono manifestare il loro essere competenti. Questa è la competenza di cui ci piacerebbe parlare: ci dispiacerebbe che, ancora una volta, le competenze venissero solo burocraticamente metabolizzate. Si perderebbero una buona occasione per la scuola e molto tempo per gli insegnanti. 

Per questo — anche per questo — è stato utile ritrovarsi a condividere questo problema: è molto più interessante aiutarsi a guardare la realtà, a coglierne i dati di positività che difendersi, subendo o aspettando che le cose cambino dall’alto: saremmo in perenne attesa.

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