SCUOLA/ IL bello (e il rischio) di accendere la scintilla della libertà in un 11enne

- Valerio Capasa

Studenti persi in un mare di appuntamenti e attività che nulla c’entrano con lo studio, e altri innamorati di quello che si fa a scuola. Solo da questi si può ricominciare. VALERIO CAPASA

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Carlo Carrà, Il Cavaliere Rosso (1913)

Tra alternanze e certificazioni e progetti e patenti e sport e compiti, i nostri alunni somigliano tutti alla nipotina di nonna Pina, iscritta “anche al corso di Kung Fu, sfruttando l’ora buca fra chitarra e ciclocross”. Fanno tante cose, perché vanno fatte, perché sono importanti, perché non si possono non fare, perché un giorno capiranno e ci ringrazieranno. A nessuno rimangono tempo ed energia per chiedersi se ne valga davvero la pena, se queste attività rispondano a un loro reale bisogno. E se Dante cercava la libertà, “ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta”, forse chi non rifiuta niente non sa neanche che cosa sia, la libertà. 

Leggere, per esempio. Bisognerebbe leggere, si dice. “Professore, lei che libri fa leggere ai suoi alunni?”. Perdonatemi, io non faccio leggere libri ai miei alunni. Perché in quel causativo “far leggere” sento condensata tutta la puzza di bruciato: far leggere è il metodo più efficace per non far leggere. Forse poteva funzionare venti, trent’anni fa: eppure anche allora tanti non leggevano, e in ogni caso i figli di quei presunti lettori di una volta molto raramente ereditano la voglia di leggere. Non si può far leva su un pur nobile passato, se quel passato non rinasce oggi. Del resto, come si può insegnare che è caduta l’aureola dalla testa dei poeti e poi far leggere libri come se quell’aureola non fosse caduta? 

È facile inseguire le apparenze e bearsi perché una classe compra 25 copie di un certo libro e partecipa all’incontro con un autore. No, andiamo alla sostanza. Io racconto alla mia prima alcuni miti greci, li leggo con loro, e dopo qualche settimana chiedo: qualcuno di voi vuole, può, riesce a leggere altri miti? Non vincerete nulla, non avrete un voto in più, non dovete fare nessuna recensione, non c’è neanche bisogno che me lo diciate. A voi interessa leggere i miti? 

A quella domanda seguono secondi di silenzio assoluto, di sospensione nel vuoto. L’insegnante corre un rischio altissimo: perché, su 25 alunni, potrebbe anche darsi che a nessuno interessi. Dovremmo, a quel punto, fare i conti con un bel po’ di dati inquietanti: in che mondo viviamo, certo; dove andremo a finire, certo; ma anche: che razza di insegnante sono, se non riesco a interessarne neanche uno? A far leggere sono bravi tutti, e così ad assegnare paragrafi di storia o a interrogare sulle declinazioni. Ma la posta in gioco è suscitare il desiderio e il gusto di conoscere. 

Questa scommessa non può che rimanere sospesa al filo della libertà. Quegli insegnanti che deportano gli studenti a iniziative qualsiasi non immaginano nemmeno che in loro possa accendersi una passione libera, non sanno neanche di cosa stiamo parlando. Leggere un’opera poetica, preferendola a delle canzoni, o partecipare a un convegno di letteratura, preferendolo alla gita: e farlo non perché l’insegnante ha già deciso che la classe deve fare quel progetto, non perché ci tocca per l’alternanza o perché si vince il credito o perché altrimenti ci guarda male.

Un anno, quando insegnavo in prima media e leggevamo i brani antologizzati dell’Iliade, i ragazzi erano talmente presi dai racconti delle parti tagliate che alla fine li presi sul serio: ma voi leggereste l’Iliade? Io ho visto decine di undicenni che andarono a comprare l’edizione integrale col testo greco a fronte. L’altro giorno io ho visto un bambino di sette anni che andava in libreria a comprare un’edizione illustrata dell’Odissea dopo che ne avevo parlato nella sua seconda elementare. Aver visto, questo fa la differenza: io ho visto. 

Io ho visto quattordicenni che desiderano leggere Sofocle o Pavese. Io ho visto studenti che usano il loro tempo libero per leggere le novelle di Verga o Alcyone e scrivono una tesina durante le vacanze di Natale e poi vanno ai Colloqui fiorentini a loro spese. Io ho visto studenti che il sabato sera ti chiedono di parlare di Leopardi o di ascoltare De Gregori. Io ho visto centinaia di studenti che usano il ponte dal 29 al 31 ottobre per andare a studiare insieme. Io ho visto studenti che un pomeriggio chiamano un amico insegnante per capire meglio Il principe di Machiavelli. Io ho visto studenti che si commuovono mentre leggono una poesia. Che non dormono la notte per una poesia. Che sentono la loro esistenza capovolta da una poesia. Io ho visto studenti che ti aspettano all’uscita, e parlando parlando si dimenticano di prendere il treno per tornare a casa. Io ho visto studenti che ti invitano al loro compleanno. Io ho visto studenti che organizzano assemblee di istituto lunghe cinque ore in cui leggono poesie e ascoltano cantautori. 

Io che ho visto tutto questo so che insegnare vuol dire vedere tutto questo, aspettare questa libertà. Gli altri non so che mestiere facciano. Ha ragione Péguy: “una volta saputo cosa sia essere amato liberamente, le sottomissioni non hanno più nessun gusto. Una volta saputo cosa sia essere amato da uomini liberi, le prosternazioni da schiavi [o da studenti preparati] non vi dicono più niente”. 

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