SCUOLA/ Il buco dove finiscono tutti i laureati che non trovano lavoro

- Luisa Ribolzi

Di recente la ministra Fedeli ha annunciato i tre prossimi concorsi entro i primi mesi del 2018. Per abilitati, prof di terza fascia e neolaureati. Lo sfascio continua. LUISA RIBOLZI

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Contratti statali, Ministro Valeria Fedeli (LaPresse)

Un detto popolare afferma che “il calzolaio va in giro con le scarpe rotte”, perché è così impegnato con le scarpe degli altri che non gli resta tempo per pensare alle sue. Le recenti esternazioni della ministra Fedeli sui concorsi per il personale della scuola mi hanno irresistibilmente richiamato questo detto, suggerendomi qualche riflessione non sullo specifico delle affermazioni in questione, nel cui merito non entro, ma sul complessivo atteggiamento del Miur  nei confronti dei suoi dipendenti. 

Trent’anni fa Giovanni Gozzer suscitò le divertite reazioni del pubblico di un convegno asserendo che l’allora ministero della Pubblica Istruzione aveva più dipendenti del Pentagono e dell’Armata Rossa. Non so se fosse vero, fatto sta che tra insegnanti, dirigenti, personale non docente e dipendenti del ministero medesimo, inclusa l’università e la ricerca, si supera abbondantemente il milione. Di questa enorme quantità di persone, circa un terzo del totale dei dipendenti statali, la maggior parte è in possesso di una laurea: diciamo allora che molto probabilmente il Miur è in Italia l’organizzazione a più elevata intensità di lavoro intellettuale. 

Si sono versati fiumi di inchiostro (o dell’equivalente elettronico: forse “si sono consumati milioni di giga”?) per affermare la centralità della conoscenza nella società contemporanea, e di conseguenza l’importanza delle istituzioni formative. Ora, abbiamo un ministero che governa le istituzioni che producono conoscenza e forza lavoro ad elevata qualificazione (la scuola, l’università, gli istituti di ricerca); un ministero che occupa, a occhio e croce, il 15-20 per cento dei laureati italiani; bene, in realtà in questo ministero non esiste e non è mai esistita una politica delle risorse umane in senso pieno. Per citare un’impeccabile definizione di Sabino Cassese, “la pubblica amministrazione non sa chi vuole, non lo cerca e non lo forma”: la citazione è del 1985, ma la situazione non è cambiata. La scuola — e la citazione d’obbligo, ormai consumata per l’uso che ne ho fatto, è un testo di Barbagli del 1974 sulla disoccupazione intellettuale —  continua a “convertire in insegnanti i laureati in eccesso”.

Esiste una direzione generale per il personale scolastico che ha dieci uffici, di cui due dedicati alla formazione del personale: ma quando si parla di politica delle risorse umane si parla di ben altro: si intende la determinazione di precisi criteri per il reclutamento del personale (“non sa chi vuole”…), l’attivazione di un sistema di incentivi per attrarre le persone giuste e di meccanismi di allocazione che consentano di fare fronte alle necessità specifiche di situazioni caratterizzate dalla massima variabilità. I sociologi parlano di una “connettività complessa” per indicare la rete di interconnessioni che determinano fenomeni la cui origine è distante dal luogo in cui i fenomeni si verificano: ad esempio, la possibilità per i dipendenti della scuola di non prendere servizio, di differire o modificare il luogo del loro impegno, di entrare nel ruolo come insegnanti di sostegno e uscirne dopo dieci anni come professori di lettere, determina una catena di circostanze che di fatto invalidano il diritto dei ragazzi a disporre con certezza di una formazione di qualità. In anni recenti, perfino le scuole paritarie hanno sofferto di questa incertezza, perché le massicce entrate in ruolo hanno depauperato una buona parte di queste scuole, i cui insegnanti hanno scelto il posto sicuro. Di queste dinamiche sarebbe necessario prendere atto in modo sistematico. 

Non mi sento di incolpare i docenti di questi comportamenti: in un certo senso è l’unica forma di difesa, forse eccepibile ma certamente legale, in un sistema che li tratta come pedine intercambiabili. E’ del tutto irrilevante, per la qualità del sistema, che venga annunciato periodicamente qualche salvifico concorso che immetterà nella scuola altri insegnanti non cercati e non formati, taluni buoni e altri meno, ma in modo del tutto casuale, e senza che sia possibile valorizzare i migliori e contenere gli effetti negativi degli inadatti, cosa che abbatte la motivazione dei primi e incoraggia i secondi a vivacchiare senza fare granché per migliorare. Stando così le cose io non vedo a tempi brevi, per non dire pessimisticamente che non vedo affatto, possibilità di modificare la situazione. 

Per chiudere, come ho incominciato, con un detto popolare, pare vero che nel tentativo di compiacere i docenti “il medico pietoso fa la piaga verminosa”. Mi torna però più utile la versione inglese del detto “spare the rod and spoil the child”, che significa più o meno che se si risparmiano i rimproveri si rovina il bambino. Proviamo allora a rimproverare il ministro suggerendo qualche direzione da imboccare: confrontandoci con gli altri paesi, il ministero deve investire nella funzione di governo delle proprie risorse umane, lasciando gli aspetti sindacali a chi deve tutelarli, senza confondere i due livelli; deve valorizzare il ruolo delle scuole e delle reti di scuole come interlocutore affidabile per l’individuazione dei bisogni reali; deve smettere di agire come una grande agenzia di intermediazione per risolvere problemi che non sono educativi, ma di mercato del lavoro. Deve, in una parola, trasformarsi in una organizzazione adeguata a quella “società della conoscenza” a cui dovrebbe fornire le risorse necessarie. 

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