SCUOLA/ Caro Gesù Bambino, per favore, ci liberi dal Pdp?

- Corrado Bagnoli

Famiglie iperprotettive e 5 anni di primaria fatti male lasciano supporre che il 15% della popolazione scolastica vada seguita con programmi a parte. Una follia. CORRADO BAGNOLI

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LaPresse

Lei non ha mai insegnato? Chiede il professore al giudice che lo interroga. No, è la risposta del giudice. Ecco — dice allora il professore — tutto si spiega: lei non sa cosa sia quella fiducia che tiene in piedi questo miracolo dell’insegnare.

E’ un passaggio de L’uomo senza volto, un film straordinario di Mel Gibson, la storia di Charles Norstadt, un ragazzino con un’infanzia a dir poco travagliata alle spalle e una madre il cui passatempo preferito sembra essere quello di cambiare mariti su mariti. Chuck, come lo chiamano tutti, incontra difficoltà enormi a scuola, non riesce a sostenere l’esame per frequentare la scuola superiore a cui vorrebbe iscriversi, viene considerato strano e deriso persino dai membri della sua famiglia. Peccato che Chuck viva nei favolosi anni 60. Gli psicologi che lo visitano sembrano non capire nulla, non c’è nessuno che corre in suo soccorso, nessuno che lo possa aiutare, tanto meno a scuola. La vita di Charles prenderà una piega decisamente diversa quando, nell’isola dove trascorre le sue vacanze estive con la famiglia, incontrerà Justin Mc Leod, una specie di mostro con la faccia ustionata che si nasconde dalla gente, che vive appartato in una villa sinistra e isolata dove il ragazzo per caso lo incontrerà. Chuck scoprirà che McLeod è un professore e che, nonostante tutto quello che si dice sul suo conto, soltanto lui lo saprà aiutare a realizzare il suo sogno di entrare in accademia. 

Il film è la storia di questo rapporto libero e intenso tra alunno e insegnante, un rapporto di stima e fiducia reciproca. Ma questo film, oggi, almeno in Italia, non potrebbe essere realizzato: Chuck incontrerebbe certo sulla sua strada una schiera di insegnanti che lo saprebbero indirizzare ben presto verso la soluzione dei suoi problemi. In seconda elementare gli farebbero fare una bella batteria di test, gli specialisti troverebbero senz’altro una qualche chiara e precisa disfunzione, lo etichetterebbero con qualche codice di lettere e numeri, lo rispedirebbero a scuola con una bella carta con su scritto che è necessario fare un Pdp, un piano didattico personalizzato che preveda compensazioni diverse e la dispensa da alcune attività come la lettura ad alta voce, la scrittura in corsivo o altro ancora. 

E tutti i problemi di Chuck sarebbero risolti. Non ci sarebbe bisogno di nessun Justin McLeod, di nessun mostro che lo convinca a studiare, a leggere Shakespeare e a recitarlo, lui che ogni tanto si incanta sulle parole e fissa lo sguardo. Non ci sarebbe bisogno di sudare sui libri, di faticare per ottenere un risultato. 

Un Pdp ormai non lo si nega a nessuno. Forse. Perché, a quanto pare, anche nella scuola italiana ci si sta rendendo conto che qualcosa non torna: se nelle classi della scuola dell’obbligo ormai dimorano stabilmente tre o quattro alunni con dichiarazione di dislessia o discalculia, per una percentuale che è pari al 10-15 per cento della popolazione scolastica, a fronte di ricerche scientifiche che attestano che la percentuale di persone affette da dislessia è compresa tra il 3 e il 5 per cento della popolazione, qualche ragionamento occorrerà farlo. L’ultima voce che si è levata a mettere in guardia sulla leggerezza con cui si procede a diagnosticare la dislessia viene dalla rivista scientifica Cortex che pubblica i risultati di un’indagine condotta dai ricercatori del dipartimento di psicologia dell’Università di Milano-Bicocca e realizzata in collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Università di Pavia, l’Università di Urbino “Carlo Bo” e il Grande Ospedale Metropolitano di Niguarda. 

La ricerca, con l’uso combinato della risonanza magnetica funzionale e di test comportamentali specifici ha reso possibile analizzare anche le dinamiche dei circuiti cerebrali nei pazienti dislessici e rinforzare il valore delle osservazioni. Che portano tutte a confermare quanto ormai si sta verificando nella pratica scolastica quotidiana: siamo di fronte a un eccesso diagnostico, a una sorta di generalizzata medicalizzazione degli alunni. 

Il discorso si fa allora delicato e complesso. Non sono certo le scuole a incrementare il numero di accertamenti e indagini: quelle serie si sono attrezzate per tempo, rispettano procedure e età dell’intervento. Ma ormai accade che arrivino, diciamo così, suggerimenti da specialisti chiamati in causa dalle famiglie in terza media: il ragazzo non è proprio dislessico, ma fatica nella lettura, ha gravi difficoltà nella memorizzazione, fatica a rielaborare i contenuti. Insomma sarebbe opportuno aprire una procedura Bes — bisogni educativi speciali, e chi non ne ha? — e elaborare un apposito Pdp. Perché il Pdp può essere fatto anche per chi non ha segnalazioni specifiche. E forse le famiglie ritengono che possa alleviare qualche dolore. Ma come, per due anni il giovanotto non ha fatto niente, come può affrontare quei contenuti? Non si è mai esercitato nella lettura ad alta voce, non ha mai tentato di risolvere un problema ed è chiaro che presenta difficoltà. Se ci facessero correre i 100 metri con quelli che si allenano per i campionati italiani chiunque di noi presenterebbe qualche problema e risulterebbe una schiappa. Insomma, lo strumento che viene pensato per risolvere alcuni problemi di apprendimento risponde davvero alla sua vocazione? In teoria il Pdp viene proposto per una migliore personalizzazione e individualizzazione dell’apprendimento, in quanto metodologie, tempi e strumenti devono essere diversificati. Il Pdp come recita il sito tuttodsa.it è oggi “un contratto tra famiglia, scuola e istituzioni socio-sanitarie, per organizzare un percorso mirato nel quale vengono soprattutto definiti gli strumenti compensativi e dispensativi che aiutano alla realizzazione del successo scolastico degli studenti con Dsa. Per ciascuna materia devono infatti essere individuati gli strumenti dispensativi e compensativi più efficaci per consentire allo studente il raggiungimento degli obiettivi alla pari dei compagni

Al di là delle discussioni sulla leggerezza con cui ormai si diagnosticano difficoltà d’apprendimento, al di là delle cifre che sono tirate in ballo per sostenere una tesi e la tesi contraria, viene davvero da domandarsi se tutta questa procedura sia davvero utile ed efficace. Per l’alunno, per la sua crescita. Che è poi quello che conta. E più di un dubbio rimane. Anche per uno come Charles Norstadt, che di problemi ne aveva, tanti e oggettivi, viene da domandarsi se ne vale davvero la pena. Se così fosse, caro Justin McLeod, fatti da parte. A Charles Norstadt ci pensa il Pdp. Stima e fiducia superate da un bel contratto scritto. Mica perché non ci si fidi del professore. Insomma, non si sa mai. Altro che scavare buche in giardino per imparare la geometria, caro Norstadt: pc e schemi per tutti. Uguali per tutti. Già confezionati e pronti all’uso anche durante la verifica. Personalizzazione? No, omologazione e deresponsabilizzazione. Persino per gli insegnanti che invece si volevano con questo strumento mettere davanti alle loro sacrosante responsabilità. Forse a Gesù Bambino, un insegnante come McLeod, uno che fa scavare buche e rischia di andare in galera per affermare la necessità di un rapporto che non ha bisogno di firme e di griglie, potrebbe chiedere un regalo. Quello che in fondo a Natale chiedono tutti gli animi semplici e gli uomini di buona volontà. Portaci la pace e la verità, caro Gesù Bambino. E liberaci dal Pdp. Per tutti quelli come Chuck e anche per quelli che fanno finta di assomigliargli.

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