SCUOLA/ Presidi, come “sopravvivere” alla fine della chiamata diretta

- Mario Predieri

Era il punto nevralgico della legge 107. Dava più potere ai presidi: quello di scegliere i docenti. I sindacati lo hanno smontato. Ecco cosa è rimasto della chiamata diretta. MARIO PREDIERI

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Lapresse

E’ il punto nevralgico della legge 107 ossia della Buona Scuola: insieme ad una delle più massicce immissioni in ruolo di docenti che la storia della Repubblica ricordi, il legislatore ha dato la possibilità ai presidi di individuare direttamente i profili dei docenti che più si adattano all’offerta formativa del proprio istituto tra insegnanti già di ruolo raccolti in un ben definito ambito territoriale.

Ma come è andata nel 2016 la “chiamata diretta”? Confusione e frettolosità hanno contraddistinto il tentativo di modificare il sistema di assunzione basato sulle graduatorie e dei punteggi in vigore da sempre nella scuola italiana.

Molti, se non tutti, i presidi hanno avuto l’impressione non di aver scelto, ma di essere stati scelti, o meglio hanno capito che era stato scelto il loro istituto dai docenti. I licei del centro dei capoluoghi hanno fatto il pieno: quasi nessun docente è voluto andare negli istituti comprensivi periferici, non facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici. E poi, tra chi ha accettato, quanti si sono messi in malattia, aspettativa, congedo parentale, legge 104 e tutte le svariate forme di tutela esistenti! Nessuno nega che spesso docenti di Catania si sono trovati catapultati a Bergamo, ma sottoscrivere un contratto significa poi onorarlo, non eluderlo. Al tempo stesso per la prima volta un dirigente scolastico, interpretando — è bene dirlo — il sentire comune dei colleghi docenti, di genitori e studenti, ha potuto opporre un rifiuto a chi si riproponeva alla scuola dopo aver dimostrato di non saper stare nelle classi o di avere scarso interesse reale per i ragazzi e per le discipline.

In ogni caso, nella ritirata post-referendum che caratterizza il quadro politico attuale, era inevitabile che questo punto, qualificante, ma anche dirompente, innovativo, ma possibile fonte di infinito contenzioso, fosse destinato a profonda rivisitazione. E questo è avvenuto.

L’11 aprile l’amministrazione e i sindacati hanno sottoscritto il contratto “sul passaggio da ambito territoriale a scuola per l’anno scolastico 2017/18”. I firmatari hanno dato molta enfasi alla centralità attribuita, con la nuova procedura, al collegio docenti nella scelta dei requisiti da pubblicare per attribuire i posti vacanti. Ciò limita la possibilità di manovra del dirigente, ma ne può anche sostenere l’azione, rafforzando, con la presa di posizione di un organismo tecnico-professionale, la scelta specifica di docenti effettivamente utili per realizzare l’offerta formativa della scuola. 

Più insidiosa appare la sottolineatura della necessità di “criteri oggettivi” per individuare i docenti da parte del dirigente scolastico. Nessuno può ritenere che criteri soggettivi possano essere accettabili, ma precisare il termine “oggettivi” rischia di farci tornare ai punteggi e alle graduatorie. Che ruolo potrà avere allora il colloquio tra il dirigente e il docente? Si potranno raccogliere elementi che non debbano per forza essere documentabili e quantificabili? 

Ma l’incognita che più pesa sull’operazione è quella del rispetto dei tempi. I passaggi amministrativi dei trasferimenti sono complessi e suscettibili di ritardi. Le date previste dal ministero per la scuola superiore prefigurano fin d’ora che si vada avanti con la chiamata dei docenti almeno fino a Ferragosto. Se ci fossero ritardi sarebbero gli Uffici scolastici ad assegnare secondo graduatoria i docenti degli ambiti alle varie scuole e non ci sarebbe più chiamata diretta. Rischierebbe così di morire uno strumento che, pur con grandi limiti, tenta di fornire qualche strumento all’autonomia delle scuole. Perché, non dimentichiamolo, il problema non è se il preside può o non può scegliere un docente, ma se vogliamo costruire una reale autonomia per i nostri istituti o si preferisce utilizzare questa come il pretesto per scaricare sulle scuole incombenze e vuote molestie burocratiche, quando non anche gravi responsabilità che ai vertici non si intende più sopportare. Il preside non può essere “l’uomo solo al comando” che garantisce le famiglie degli utenti e lo Stato finanziatore, con la sua azione demiurgica. 

Diciamoci la verità: troppi ancora vogliono un gendarme burocratico a gestire la scuola dell’autonomia per ingabbiarla negli adempimenti. Tutto il contrario di quello che dovrebbe essere l’azione libera, ma non autoreferenziale,  di un uomo di scuola che adempie al mandato della realtà del territorio espresso da organi scolastici realmente rappresentativi e che perciò possano assumersi e condividere le responsabilità del dirigente nella sua azione quotidiana. 

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