SCUOLA/ Lavoro vs università, un mondo che non c’è più

In Europa la categoria dei giovani che “imparano facendo” è valutata intorno al 50 per cento. Sono quelli che noi consideriamo “problematici”. Occorre una svolta. SERGIO BIANCHINI

21.05.2017 - Sergio Bianchini
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Scuola (LaPresse)

Caro direttore, 

Anni fa partecipai ad un incontro di presidi delle scuole medie con presidi delle scuole superiori sul tema dell’orientamento. Cioè del lavoro che le medie avrebbero dovuto fare per orientare la scelta scolastica degli alunni dopo la licenza media.

Ad un certo punto intervenne il preside di un liceo. “E’ chiaro — disse, con l’aria dell’ovvietà — che da noi non potete mandare gli alunni poco preparati e con poca voglia di studiare”. 

Dopo di lui intervenne il preside di un istituto tecnico, che con viso pensoso dichiarò: “Contrariamente a quello che molti pensano, l’istituto tecnico ha un piano di studi molto esigente e nei primi due anni poco diverso da quello dei licei. Quindi la raccomandazione di chi mi ha preceduto vale anche per noi”.

Infine intervenne, col viso triste di chi è abituato alla sconfitta, un preside di scuola professionale dicendo: “Sapete che noi al termine dei 3 anni dobbiamo dare un titolo che abilita a svolgere precise attività professionali, le quali richiedono anche una capacità di relazione e di inserimento attivo nel mondo. Quindi l’idea che da noi si mandano gli alunni scadenti non è valida”. 

Ascoltavo osservando i miei colleghi e gli insegnanti presenti. Erano tutti in crisi. Pensavano, come me, a quel 40-50 per cento di alunni che nella scuola media ha un andamento scolastico problematico o addirittura gravemente problematico. Sono gli alunni a cui veniva consigliato un breve corso di studi dopo la terza media. 

Seguendo le richieste ragionevoli presentate dai presidi delle superiori, che cosa sarebbe dovuto avvenire per questi alunni? Vale la pena di osservare che tale domanda è valida ancora oggi.

Ovviamente nessuno ha dato una risposta, né allora né in seguito, e la famosa indicazione orientativa degli insegnanti di scuola media continua ad essere quella di sempre. I più bravi al liceo o dove vogliono, i medi agli istituti tecnici, i problematici sul piano cognitivo e/o comportamentale alle scuole professionali di stato o regionali.

Nelle assemblee con i genitori la preoccupazione maggiore dei relatori che preparavano la scelta dopo la media stava nel dimostrare che anche scegliendo dolorosamente un corso professionale non si era condannati per sempre: la strada dell’università non era comunque preclusa! 

Questa era anche una forte preoccupazione della riforma Moratti. L’università, il paradiso terrestre, non era negato a nessuno. Penosa consolazione per il realismo dei più.

Ma l’università ormai, anziché un paradiso, sta diventando una funerea prospettiva. E l’inserimento rapido nel mondo del lavoro non è più la minaccia che i nostri genitori facevano ai figli svogliati o disubbidienti. L’ingresso nel mondo produttivo è la meta agognata dai più, mentre la visione del precariato docente o dei venticinquenni-trentenni disoccupati intristisce e preoccupa tutte le famiglie e il paese. 

Dunque è ampiamente maturata una situazione nuova, dove il lavoro precoce ed un breve corso di studi non saranno più umilianti e dove un lungo corso di studi non sarà più onorante e remunerativo. 

L’onore, l’apprezzamento sociale che sembrava scomparso, torna a posizionarsi fuori dal titolo di studi, torna nel rapporto tra l’individuo e le persone che lo circondano, in mezzo alle quali esercita le sue capacità lavorative e relazionali, preponderanti o almeno equivalenti e non accessorie rispetto alle competenze scolastiche. 

La realtà comunque dello sviluppo ineguale (e della partenza ineguale) degli esseri umani rimane. La realtà del 50 per cento che non ama e non è adatta all’apprendimento astratto e quindi a lunghi o lunghissimi iter di studio rimane. Ma per fortuna l’ambiente lavorativo, a differenza di quello scolastico, è molto ricco di situazioni multiformi e flessibili, o rigidamente stabilite, ma anche fortemente controllate e guidate. Lo è perché dal lavoro è nata, nei millenni, la civiltà e si è sviluppata l’umanità reale giunta fino a noi. Quindi negli ambienti lavorativi i vari tipi umani nelle loro varie fasi di sviluppo possono posizionarsi accettabilmente come è scritto ormai nel dna di ciascuno.

In Europa la categoria dei giovani che “imparano facendo” è valutata intorno al 50 per cento. Sono quelli che noi consideriamo “problematici” nella visione ristretta del nostro scolasticismo, contraddetto dalle vicende storiche del nostro paese. Nella tumultuosa rinascita industriale del dopoguerra, la maggioranza degli industriali del nord Italia aveva sì e no la terza media come titolo di studio. Questo dato vale non solo per l’industria piccola o media, ma anche, con esempi clamorosi (vedasi il caso di Enzo Ferrari), nella grande.  

Un sistema scolastico flessibile dovrebbe prevedere forti interazioni tra la scuola superiore e il lavoro. In Germania complessivamente i risultati di questa strana (per noi) “commistione” piacciono e l’ansia scolastica giovanile è molto minore che da noi. 

Ben venga e si accresca quindi l’apertura delle 200 e delle 400 ore di alternanza scuola-lavoro negli istituti e nei licei e l’apprendistato rivitalizzato. Ben venga anche il coraggio nostro di inventare, sperimentare, applicare forme e dinamiche nuove di organizzazione dei piani di studio, dell’apprendimento e del rapporto scuola-lavoro.

Sono sicuro che le idee non ci mancherebbero. Ci vuole però un vertice ministeriale ed universitario proiettato in queste direzioni e capace di riprendere in mano il potere organizzativo nella scuola. Un potere da utilizzare per renderla funzionale agli obiettivi e non piegata ad accontentare il parassitismo o l’assenteismo. Come avviene nelle aziende di successo, che non hanno bisogno di  ricorrere a fustigazioni o esibizioni muscolari incivili, ma dove il potere organizzativo è indiscusso e indiscutibile.

Il lavoro scolastico, docente in primis, deve diventare un lavoro a tempo pieno, almeno per il 50 per cento del personale. Un lavoro per gente motivata, colta, dinamica, ben retribuita, stimata dalla società e dal mondo non per reverente sottomissione ma per gli evidenti risultati positivi sullo stato d’animo e sulla volontà dei giovani.

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