SCUOLA/ Il “buco nero” dell’alternanza? La prima vittima è il curriculum

L’alternanza scuola-lavoro (Asl) a partire dal 2019 diventa requisito di ammissione all’esame di stato. Ma nelle scuole regnano caos e improvvisazione. PIERLUIGI CASTAGNETO

04.05.2017 - Pierluigi Castagneto
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LaPresse

L’alternanza scuola-lavoro (Asl), in base alla delega approvata recentemente dal governo, a partire dal 2019 diventa requisito di ammissione all’esame di maturità. Lo stesso provvedimento aumenta notevolmente il punteggio del credito scolastico in cui l’alternanza viene misurata, che passa dai 25 attuali a 40/100 punti complessivi. Dunque si intensifica la valenza dell’alternanza, che impone ai liceali nel corso del triennio 200 ore e agli studenti dei tecnici 400, tra incontri d’aula, stage formativi e attività in azienda. 

Tanta fretta nel prendere una decisione del genere, proprio mentre il sistema scolastico ha cominciato a mettere a regime e a valutare il percorso scuola-azienda introdotto dalla legge 107, è sembrato più una necessità della politica di dimostrare la propria efficienza che un’ineludibile necessità dell’istruzione secondaria. In pochi, sembra, hanno compreso la reale portata dell’alternanza e gli effetti diventano chiari quando si accosta il dato delle 150 ore di un anno (nei tecnici l’Asl è organizzata in 3 tranche di 150 ore in terza e quarta classe e 100 in quinta), alle 1056 ore del curricolo annuale. In altri termini le 150 ore annuali corrispondono a circa il 14 per cento dell’orario scolastico annuale, un’enormità se paragonato al 12,5 per cento di lettere e matematica, al 9,3 per cento di lingua o al 6,2 per cento di storia. 

Se poi si scopre che l’alternanza equivale a una disciplina settimanale di quasi 5 ore nei tecnici e di circa 2 ore e mezza nei licei, si desume che essa sia stata pensata come un’attività estremamente qualificante, anche se non valutata con i compiti, interrogazioni e voti. Non male per una semplice delega governativa, che di fatto e in modo del tutto sottotraccia sta stravolgendo l’ordinamento curricolare della scuola superiore italiana. 

Chiunque sia interessato a capire cosa sta accadendo in un qualsiasi triennio di una secondaria italiana, basta che si rechi in una delle numerosissime aule docenti e si metta in ascolto. Vedrebbe docenti di qualsiasi disciplina affermare che oggi e senza preavviso la classe è occupata nell’alternanza e che sono giorni che non si riesce a fare lezione. Vedrebbe studenti che entrano ed escono per recarsi a svolgere attività di vario tipo, accompagnati da altri docenti che, lasciate altre classi a far niente, devono essere sostituiti dai colleghi, per non lasciare altri alunni da soli. E così c’è chi esce e chi sta in classe, in un disordine generalizzato con costi del personale non ancora valutati e perdita dell’efficienza didattica di cui è ancora difficile quantificare le conseguenze.

I ben informati direbbero che tali attività vanno svolte oltre l’orario mattutino, senza interruzioni delle lezioni. Allora immaginiamoci gli studenti italiani occupati per 60/70 pomeriggi l’anno! Oppure se ipotizziamo che i collegi docenti stabiliscano che l’Asl sia organizzata a giugno, a fine scuola, cosa accadrebbe? Avremmo, tra il 10 giugno e il 15 luglio, un esercito di circa un milione e mezzo di studenti che invade e forse paralizza uffici, aziende e qualsiasi ambito lavorativo disposto ad accoglierli.  

A ben vedere l’istituzione di un’attività così invasiva ha introdotto nella secondaria un conflitto del tutto nuovo, quello tra il curricolo e l’alternanza, tra lo studio basato sulla trasmissione e le competenze del saper imparare e del saper fare. Forse il “pensatoio” che ha inventato la “Buona Scuola” voleva proprio introdurre un elemento di novità dirompente, che costringesse l’istruzione superiore a superare il meccanismo culturale, articolato su spiegazione-elaborazione-verifica, che la governa da oltre un secolo. Un dato però e certo: la confusione regna sovrana. Ci sono classi che non hanno neppure iniziato, altre che hanno già svolto 70/100 ore tra stage e attività esterne svolte in orario scolastico. C’è poi chi ha interrotto il regolare svolgimento delle lezioni per una, due settimane, chi programma di mandare gli studenti nelle aziende tra giugno e settembre, chi si organizza l’alternanza fai-da-te, frequentando uffici e imprese grazie ai contatti personali. 

Poi ci sono gli escamotage, come i corsi on line (alcune decine di ore) raccattati qua e là che sono conteggiati nel budget orario annuale, oppure i corsi per la sicurezza sul lavoro che prevedono ben 12 ore, con il placet degli enti di formazione. Inoltre gli studenti frequentano le organizzazioni di categoria, le biblioteche o faranno gli steward o le hostess ai mille festival culturali sparpagliati sulla penisola. Il Miur si gongola con dati dello scorso anno e la ministra (cosi vuol farsi chiamare) Valeria Fedeli ha fatto presente che nel biennio 2015-2016 hanno  partecipato ben 652.641 studenti, coinvolgendo il 90,6 per cento degli alunni delle classi terze. Sempre nell’ultimo anno scolastico la partecipazione ai programmi di alternanza ha registrato un vero boom, segnando un +139 per cento rispetto al biennio precedente. Il ministero, come un generale che muove i soldatini sulla carta, ha intenzione di estendere la partecipazione per l’anno in corso a 1.150.000 studenti, fino ad arrivare ad un milione e mezzo quando il programma sarà a pieno regime. Le grandi aziende hanno stipulato delle convenzioni con il ministero e nell’ottobre 2016 gli studenti impegnati in progetti di alternanza erano 576 con Zara, ben 1.300 con Eni, 2.000 con Fiat Chrysler. Ma la parte del leone è certamente fatta da McDonald’s con 10mila programmi all’attivo.

E qui è sorto un altro problema. Alcuni hanno sospettato che certe aziende avessero coinvolto tanti studenti con l’obiettivo di ottenere manodopera aggiuntiva a costo zero. Il ministero ha prontamente negato tale ipotesi, ma allora sorge un dubbio. Gli studenti che vanno in azienda devono fare finta di lavorare? Se lavorano, è dovuto loro un compenso in forma di rimborso spese altrimenti diventa sfruttamento, con la parvenza della formazione. Inoltre chi paga? Le aziende o la scuola, che come è noto è squattrinata? Accade così che pochissimi ci mettono del loro e ad esempio gli alberghi utilizzino buoni studenti preparati anche linguisticamente a costo zero, oppure, all’opposto, si faccia finta di svolgere alternanza e così gli studenti che capitano negli uffici pubblici vengono parcheggiati in qualche stanza a passare il tempo, o al massimo a fare fotocopie. 

In questo clima “all’italiana” le regioni del Sud sono il fanalino di coda nell’accoglienza degli studenti Asl, e in molte province medio piccole le aziende non bastano ad accogliere gli alunni, per cui molti rimarranno esclusi o verranno occupati in attività di ripiego. 

Non tutto è però da buttare. Nel paese reale sono state attivate esperienze di Asl molto interessanti che permettono di giudicare positivamente questo tipo di attività e che meritano senz’altro di essere raccontate. Chi può, lo faccia.

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