SCUOLA/ Tutte le le belve contenute nello zoo-documento del 15 maggio

Il rito scolastico sul quale 15mila docenti si stanno affannando in questi giorni è il fatidico “Documento del 15 maggio”. Ecco che cosa succede dietro le quinte. MARIA SOFIA ROSSI

08.05.2017 - Maria Sofia Rossi
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Esame di Stato (LaPresse)

“Mi hai mandato il programma per il Documento del 15 maggio? Sono stati messi i testi delle sSimulazioni nel Documento del 15 maggio?”

Questi sono gli interrogativi che, a voce, via Whatsapp o mail, si rimpallano gli insegnanti delle scuole superiori che hanno l’onore e l’onere di coordinare le classi quinte (anzi “classi terminali” come le chiama in modo eloquente, e pure un po’ sinistro, lo “scuolese”, cioè la branca del burocratese riguardante la scuola). 

Spieghiamo un po’ ai non addetti ai lavori la vicenda che sta impegnando, con frequenti crisi di nervi, qualche migliaio di docenti. Quanti? I conti sono presto fatti: mediamente ogni anno si diplomano dai 450mila ai 500mila studenti: una classe è composta in media dai 20 ai 25 studenti, quindi diciamo che ci sono dagli 8 ai 15mila docenti (scusate l’approssimazione e gli eventuali errori, ma chi scrive è una povera laureata in lettere, non un’esperta di statistica) coordinatori delle classi quinte affannati a compilare e assemblare il fatidico documento, che propriamente è “Documento del Consiglio di Classe”. 

Ovvero, questo mappazzone, croce e delizia, tormento (tanto) ed estasi (pochina) dei professori, dovrebbe fornire tutte ma proprio tutte le informazioni sulla classe che si appresta ad affrontare l’esame di Stato, a beneficio dei commissari esterni e del presidente di commissione: e quindi, oltre ai programmi svolti nelle singole materie, il nostro documento deve contenere innanzitutto le informazioni generali sulla classe.

Quanti studenti sono in ritardo di uno o più anni sulla regolarità del percorso scolastico? La classe nasce dall’accorpamento di due sezioni? Ci sono studenti provenienti da altri istituti? Ma va segnalata anche la continuità didattica dei docenti (e cioè: questi poveri tapini hanno avuto sei insegnanti di matematica in cinque anni?, e così via). Sono tutti dati, come si capisce, che possono essere utili per farsi un’idea del gruppo di ragazzi con cui si avrà a che fare, e del presumibile livello di preparazione, ma che, nella prassi, solitamente, un coordinatore non sa, non ricorda, e in molti casi non sa dove andare a reperire, specialmente se conosce la classe solo dal quinto anno, cosa che non dovrebbe accadere, che i dirigenti, se appena possono, tendono a evitare, ma che spesso, date le massicce immissioni in ruolo tra fase zero, A, B, C, trasferimenti, assegnazioni provvisorie eccetera eccetera, è inevitabile. 

L’effetto è noto: se non sono ben disponibili in segreteria i dati statistici sulle singole classi, il coordinatore debuttante si riduce a vagolare (in dialetto milanese si diceva “girà e pirlà”, con bel latinismo dal pirula “trottola”) nella disperazione, placcando i colleghi di lungo corso con domande tipo: “Ma eri tu a insegnare fisica due anni fa nella V C? Ti ricordi per caso chi avevano nel biennio di inglese? Ah, si sono alternati quattro supplenti? Ti ricordi per caso i nomi?”.

Mi obietterete: ma non ci sono i verbali dei consigli di classe degli anni precedenti? Di solito all’inizio delle pagine riservate alla compilazione annuale c’è una bella tabella da completarsi alla prima riunione, in ottobre, con nome e cognome e materia di tutti gli insegnanti. Vero. Ma qualche volta non viene compilata. O non viene aggiornata. E allora? In qualche scuola il vicario del dirigente (sì, insomma, il vicepreside, per intenderci) in aggiunta alla mole di incombenze, se proprio ha ambizioni da kamikaze, oppure un prof collaboratore — meritorio — di presidenza (o un volontario, diciamo pure un Cireneo) si accolla l’ingrato compito di controllare tutta la documentazione prodotta dai colleghi, col risultato — provare per credere — di smazzarsi un lavoro antipaticissimo, improbo e retribuito con l’equivalente di una mancia, oltre che di essere considerato come il rompiscatole, “l’amico del preside” (sic), una specie di crumiro, un collaborazionista schifoso. 

Risultato: quando il tapino interpella un collega (perchè manca una firma, o è incompleto un documento della miriade prodotta dai consigli di classe), se tutto va bene, quest’ultimo alza gli occhi al cielo e impreca fra sé e sé, e il tizio viene evitato e anzi proprio scansato nei corridoi come il protagonista della Patente. Salvo poi essere destinatario di un pensiero — fuggevole, eh!, non illudetevi — pieno di gratitudine quando il compilatore del Documento del 15 maggio si accorge, magia! di avere stranamente tutti i dati corretti e completi. Se ciò non si verifica, si chiede agli studenti una mano per compilare questa sezione: ce n’è sempre almeno uno che, presente fin dalla prima, funge un po’ da memoria storica della classe.

Archiviata questa prima fatica improba, arriva la sezione più succulenta: i programmi svolti al 15 maggio (con qualche indicazione su quel che si prevede di fare negli ultimi venti-venticinque giorni di scuola). E qui si apre il delirio. Prima di tutto, perché non c’è mai verso di farsi mandare il programma per tempo da tutti i colleghi. E, si noti, per una singolare forma di schizofrenia degna della Strana storia del Dottor Jeckyll e Mr. Hyde, il professore che, da coordinatore di quinta, si inacidisce nelle continue sollecitazioni ai colleghi, di solito ritarda a mandare il suo programma svolto in un’altra classe, magari parallela a quella coordinata. Quando poi ottiene l’agognato file, orrore! Non c’è mai verso di avere una facies comune a dieci-dodici elaborati di persone diverse. Quot capita, tot sententiae, dicevano i nostri padri antichi: quante teste, tanti pareri (o, come si dice a Bergamo e dintorni: “tate cò, tate crape”, e scusate l’assenza di scriptio fonetica): ma qui si esagera. Soprattutto perché non si parla solo di uniformazione grafica, che sarebbe il meno, ma di impostazione mentale. Non dimentichiamo che uno degli scopi del documento è rendere agevole il lavoro al commissario esterno, il cui compito non è affatto torchiare o mettere in imbarazzo lo studente, già comprensibilmente agitato di suo, snidando le sue lacune sulle minuzie del programma e sulle noticine del manuale, ma di valorizzare il lavoro fatto dallo studente e saggiarne la preparazione e pure la maturazione complessiva. Punto. 

Dinanzi a questa esigenza, formulata con inoppugnabile e quasi cartesiana chiarezza e distinzione, troviamo diverse forme di risposta, a seconda della forma mentis del collega di turno. Possiamo quindi distinguere:

1. L’evasivo (detto anche “lo sciallo”): il suo programma è semplice semplice, lineare… sin troppo, e getta così nel profondo imbarazzo chi se ne deve servire come linea-guida per interrogare gli studenti. Esempi? Immaginate un programma di storia in cui trovate, a mo’ di elenco puntato, una serie di argomenti così precisati (si fa per dire): La prima guerra mondiale; Il fascismo; L’avvento del nazismo; La guerra civile spagnola; Gli anni trenta in Europa e Usa; La seconda guerra mondiale; L’Olocausto; Il secondo dopoguerra in Italia. Di fatto, tutto e niente. E io come faccio a sapere che cosa sia stato trattato nel dettaglio del fascismo? La Carta del lavoro? Le opere di bonifica delle paludi pontine? Un programma del genere si scrive in 5 minuti, e tanta vaghezza è in primo luogo criminale per gli studenti, perché, non per malvagità del commissario esterno, che spesso fa solo del suo meglio o del meno peggio, essi sono, di fatto, abbandonati all’alea. 

Idem per italiano: menzione d’onore (e contestuale candidatura al Premio Ignobel), a chi scrive un programma così articolato (ce n’è, ce n’è, io li ho visti): Pirandello: Vita e Opere; Il fu Mattia Pascal, Novelle per Anno, Uno nessuno e centomila. Ciò significa che, in teoria, io sto dando mandato al commissario esterno di interrogare i miei studenti su tutto Pirandello, e  in particolare, su due romanzi in forma integrale e tutte le novelle? Boh. In questo caso, sempre meglio chiedere con garbo all’esaminando: “Parti da un testo di Pirandello che avete analizzato in classe”: almeno non si rischia di procurare un infarto al povero incolpevole.

2. Il nemico di Occam, ovvero l’innamorato della complessità, per il quale la parola “semplificare” equivale a una bestemmia: parente stretto del “benaltrista”, di cui parlammo in altra occasione. I suoi programmi sono sempre completissimi e complicatissimi, per ogni autore toccato presentano letture di testi rari, peregrini, che esulano dalle consuete scelte antologiche, inseriti in contesti e percorsi complicatissimi. Gli studenti, nove volte su dieci, interrogati sul perché sia stato letto un certo qual testo, o perché si sia affrontato un certo autore, danno risposte spezzate e confuse. Ma, come diceva una mia tutor in Ssis, che ci vuole a “finire un programma“, ossessione che, mutatis mutandis, sembra ancora oggi il primo fattore che affligge tanti professori, se, una volta messa la parola “fine” alla spiegazione, ci si rende conto, dopo cotanta cavalcata nei secoli, che si è spiegato perché innamorati della propria voce, mentre alla classe è rimasto ben poco?

3. Il micragnoso. Anche questa è una tipologia che abbiamo già visto a proposito degli scrutini. Con il Documento del 15 Maggio però si scatena: di solito, infatti, è uno specialista in qualche particolare ambito, e, con la massima buona fede, presenta dei programmi precisi al micron: se ha letto gli Epigrammi di Callimaco, aggiunge l’edizione di riferimento, dei testi di italiano edizione e righe (non sia mai che il taglio antologico non coincida con quello familiare al commissario esterno): ogni testo è contestualizzato e parafrasato… insomma, di una pedanteria insopportabile.

4. Il rimessista, quale di fatto diventa ogni insegnante dotato di un po’ di buonsenso e di esperienza. Il Documento del 15 maggio deve essere uno strumento utile e di facile consultazione, non un pour parler compilato alla meno peggio per puro obbligo burocratico, nè lo sfoggio di quanto è bravo e quanto è dotto e colto il professor taldeitali, con il malaugurato, e quasi sempre, giustamente, fallimentare intento di impressionare gli esterni per “quanto si lavora bene nella nostra scuola”. Per cui, a costo di voler giocare di rimessa, meglio essere chiari: per ogni argomento di storia o di latino, il “rimessista” segnalerà anche i testi letti, e magari anche la pagina, e una piccola, sinteticissima premessa, giusto per dare a studenti e commissari modo di partire dai realia e facilitare lo svolgimento del colloquio. Non sembrerà una classe di piccoli filologi o di aspiranti campionicini alle Olimpiadi di matematica? Ma che importa.

Naturalmente, il Documento del 15 maggio dovrebbe contenere anche le simulazioni delle prove d’esame svolte nel corso dell’anno, i criteri di valutazione, le griglie di valutazione, eccetera… ma questo è un altro discorso.

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