SCUOLA/ Gli adolescenti cercano ancora adulti da cui dipendere

- Giulia Sponza

Sempre più spesso i ragazzi soffrono il progetto che gli adulti, consapevolmente o meno, riversano su di loro. Così, quando il progetto fallisce, non resta che il vuoto. GIULIA SPONZA

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Scuola (LaPresse)

Ho letto con interesse l’articolo di Roberto Ceccarelli apparso su queste pagine il 4 giugno scorso e in parte dedicato al dramma di “Blue whale”, il macabro fenomeno che sembra essere già costato la vita a più di 150 adolescenti: i partecipanti sarebbero tenuti a superare un totale di cinquanta prove prima di arrivare a quella finale che consisterebbe nel suicidio, appunto, indotto da un misterioso “curatore” impegnato a guidare il percorso autolesionista dei giovani caduti nella rete. Bufala o no (a Roma intanto la polizia si è mobilitata, su indicazione di una ragazzina di Mantova, riuscendo a salvare un quindicenne che da una settimana si trovava in balìa di Blue whale e lo aveva comunicato all’amica via WhatsApp), bufala o no, dicevo, che un “gioco” del genere circoli di questi tempi sul web segnala ben altro.

Osserva con pertinenza Ceccarelli che “i giovani, quando ostentano spavaldamente la loro sicurezza, sono tuttavia abbastanza consapevoli della propria fragilità”. A differenza di un tempo però tale fragilità non viene più abbracciata e sostenuta dagli adulti di riferimento: gli adulti di oggi — che Ceccarelli definisce “ondivaghi” — sono più tesi a proteggere e difendere dalla realtà i propri figli e studenti che neanche “introdurli” in essa con quella apertura del cuore che recentemente Papa Francesco ha paragonato simbolicamente all’immagine della mano aperta. 

Il punto vero è che, a qualunque età, la persona rimane strutturalmente bisogno: mi riferisco a quell’originale e insopprimibile esigenza che — magari “sepolta sotto la montagna delle nostre consuetudini” — prima o poi prepotentemente riemerge, ridestandoci dalla quotidiana inerzia in cui facilmente ci accomodiamo.

Una società che sembra, per la maggior parte inconsapevolmente, negare questo dato della natura, è oggi costretta a misurarsi con il dramma dei propri figli; figli che invocano in maniera confusa, ma reale, la presenza di adulti da cui finalmente “dipendere”. E quando dico “da cui dipendere”, dico anche “a cui ribellarsi”! Di frequente infatti l’impegno con la realtà chiama in causa ragioni che i giovani non sanno o non vogliono più impugnare, forse perché non percepiscono gli adulti interlocutori capaci di prendere sul serio il loro bisogno, la loro esigenza, le loro domande. Frequentemente la tentazione sottile, ma sempre in agguato nell’adulto, è quella del ricatto affettivo: se non corrispondi alla mia aspettativa, se la tradisci, se mi deludi, io ti punisco: “non te lo sei meritato!” I ragazzi devono insomma, per corrispondere alle aspettative degli adulti, dimostrarsi all’altezza: vincere il torneo, risultare campioni in erba se iscritti a qualche società sportiva, ottenere la parte del protagonista se frequentano un corso di teatro, suonare da solisti nella band della scuola, essere selezionata al casting di danza perché, a detta della madre, in possesso di tutti i requisiti! 

E così, se il progetto fallisce, a vincere è la “Balena azzurra” di turno: l’adolescente, fragile, non sostiene la sconfitta, o meglio, ciò che non sostiene è lo sguardo deluso su di lui dell’adulto. “Devo dimostrargli qualcosa” — pensa — “per riguadagnare la sua stima, il suo affetto, la sua “complicità”! Questa riflessione tuttavia nel ragazzo non è mai del tutto cosciente, ma sempre si maschera dietro una rabbia soffocata, dietro il bruciore umiliante della sconfitta, dietro il disagio che inevitabilmente si introduce nel rapporto con se stesso e con l’adulto di riferimento.

“Come aiutarci” — è stato ricordato proprio questi giorni da don Julián Carrón in occasione del pellegrinaggio Macerata-Loreto — “a riconoscere il nostro vero bisogno?” 

Questa domanda, nel celare una sorta di tacita implorazione, convoca ogni adulto, genitore o insegnante che sia, ad impugnare con entusiasmo e serietà il proprio compito di educatore: “Basterà semplicemente ammettere le nostre comuni paure, sofferenze, tristezze o solitudini, senza censurare niente, per riconoscere insieme quanto tutti siamo bisognosi”. Un suggerimento prezioso dunque che ancora una volta invita a non “ridurre il desiderio sterminato che ciascuno si porta nel cuore”. 



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