MATURITA’ 2017/ Versione di latino, cosa si nascondeva nel “facile” Seneca?

- Silvia Stucchi

Esame di stato, seconda prova del classico: il brano di Seneca assegnato agli studenti smentisce le previsioni apocalittiche, è facile, ma più ricco di quanto sembra. SILVIA STUCCHI

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Il Colosseo (LaPresse)

E così, adesso lo sappiamo: “è uscito” — come orribilmente si suol dire, Seneca. La scelta, per la seconda prova del liceo classico, di una versione tratta dalle Epistulae Morales ad Lucilium (ep. 16, 3-6) per prima cosa smentisce le previsioni apocalittiche che impazzavano per il web, soprattutto sui siti per studenti, fino a poche ore fa: se mediamente circolavano previsioni, non si sa bene fondate su quali basi, che suggerivano come il Miur tendesse a creare scompiglio scegliendo autori di nicchia, peregrini, e poco noti agli studenti, addirittura, un sito si premurava di enumerare gli autori che non sono mai stati oggetto di scelta per la seconda prova (quasi suggerendo che sarebbe stato opportuno dare un’occhiata alle antologie di passi in lingua in vista di una possibile scelta): Cesare (lettura, in verità, prevista al massimo per il terzo anno), e poi, nientemeno, Virgilio, Lucrezio, Terenzio.

Ebbene, è ovvio che l’autore prescelto per la versione non sia mai uno di questi, e per fortuna, perchè tradurre poesia è davvero una ben ardua impresa, e se gli studenti hanno mediamente qualche difficoltà con la prosa, sicuramente la condensazione e la rarefazione del linguaggio poetico latino, gli arcaismi di alcuni autori o la densità della tessitura retorica rappresenterebbero ostacoli insormontabili.

La versione proposta oggi agli studenti del liceo classico smentisce ogni dubbio: Seneca, insieme a Cicerone, è l’autore più letto nel triennio. Se Cicerone la fa da padrone sostanzialmente sino al quarto anno, a Seneca sono dedicate moltissime delle letture, in lingua originale e in traduzione, effettuate nel quinto anno; anzi, non sarebbe nemmeno impensabile che questo brano sia stato proposto, come versione per compito domestico o compito in classe, o per esemplificare il pensiero e la lingua di Seneca in aula, nel corso dell’anno.

In tale senso, la logica è stata la medesima che aveva determinato la scelta per la versione dell’esame di stato 2015 del brano di Tacito che narra la morte di Tiberio: un passo piuttosto noto, che qualche studente certamente conosceva, o per averlo letto in traduzione, magari anche nel biennio nelle ore di storia, o letto in lingua originale e commentato in classe. Si conferma quindi la tendenza del ministero al mainstream, esattamente come per la prima prova: temi di argomento generale, accessibili, in linea con l’attualità e con la programmazione dell’ultimo anno. Pensiamo alla traccia della Tipologia B per l’ambito artistico-letterario, o all’analisi del testo: pur nella sostanziale insignificanza della lirica di Caproni nell’economia della sua opera poetica, il testo era in sé molto semplice, ulteriormente semplificato da una serie di note che sembravano presupporre come lo studente non fosse fornito nemmeno di dizionario o non fosse abituato a consultarlo (penso, per esempio, alla nota esplicativa per la parola “lamantino”).

Dal punto di vista morfosintattico, il testo di Seneca è indubbiamente semplice: come sottolineato da Maria Rosato nelle note esplicative che corredano la sua traduzione, si avverte qui tutta la preoccupazione didattica del Cordovano, che, ponendosi nei confronti del suo interlocutore in veste di maestro, vuole che il suo pensiero sia, diremmo oggi, di assoluta, cartesiana chiarezza. 

Lo stile di Seneca rappresenta, di fatto, uno dei due poli del latino che gli studenti, al termine del quinquennio liceale, e, soprattutto del triennio deputato allo studio della letteratura, dovrebbero ormai ben conoscere: da una parte, la concinnitas, il periodare ampio, armonioso, sintatticamente ricco, estremamente elegante e simmetrico, di Cicerone; dall’altra, le minutissimae sententiae in cui Seneca frammenta il suo discorso, infondendo alla sua prosa una eleganza nervosa e inquieta, modernissima: non per nulla, Quintiliano, di lì a pochi decenni, attesterà che i libri del Cordovano erano i soli a passare per le mani dei giovani lettori. Dal punto di vista meramente morfosintattico, la semplicità di un autore che preferisce puntare sulla paratassi più spesso che non sull’ipotassi viene bilanciata dal fitto ricorso alle antitesi, alle metafore, agli usi traslati, per cui tradurre Seneca può davvero diventare un’impresa assai complessa; ma il brano oggi proposto agli studenti, in linea di massima, anche sotto questo punto di vista è piuttosto lineare.

Passiamolo quindi in rassegna: dopo l’affermazione iniziale (“La filosofia non è qualcosa che serva alla massa o a fare mostra di sé…”) troviamo due finali fra loro coordinate (ut … consumatur dies, ut dematur otio nausia) anticipate da in hoc nella reggente, quindi con funzione epesegetica. Normalmente, gli studenti sono preparati e riconoscono le completive epesegetiche, ma ogni subordinata, di per sé, anche le circostanziali, può assumere una sfumatura epesegetica, se preceduta da un dimostrativo o dal determinativo is, ea, id; in tal caso, però, il senso è talmente chiaro che lo studente, mediamente, avrà tradotto quasi in automatico, forse senza che nemmeno il problema sia affiorato alla soglia della coscienza. 

Molto interessante è poi la metafora su cui è imperniato il periodo successivo, che ci riporta a un tema molto frequentato da Seneca (e destinato ad avere rigoglioso successo nei secoli e nelle letterature successive): la vita come navigazione, il mare come simbolo delle molteplici esperienze esistenziali che possono toccare all’uomo — e la filosofia, pertanto, come nocchiero che regola la rotta attraverso i marosi e le tempeste. Questa non è, appunto, una novità, nel pensiero di Seneca, che ricorre spesso a termini e immagini del linguaggio marinaresco, in primis nel De tranquillitate animi (la tranquillitas è, in prima battuta, la “bonaccia”, la condizione del mare non agitato da venti né da presagi di tempesta), anche in virtù della sostanziale egestas del latino (già lamentata da Lucrezio) che costringe gli autori a ricorrere, per traslato, a elementi lessicali originariamente provenienti da altri campi semantici, spesso concreti (lessico giuridico-sacrale, lessico agricolo, lessico della navigazione, etc.) per affrontare discorsi astratti come in questo caso (ma penso anche, in altre occorrenze, al linguaggio della critica letteraria, fortemente impregnato e segnato dalla terminologia e dalle immagini di ascendenza medica). 

Dal punto di vista degli scogli meramente grammaticali, c’è davvero poco da dire: come l’analisi del testo della poesia di Caproni oggetto della tipologia A della prima prova avrebbe potuto tranquillamente essere una verifica assegnata nel corso del biennio, anche questa versione potrebbe essere tradotta senza problemi da uno studente alla fine del secondo anno di liceo: troviamo sì, nella conclusione, una completiva volitiva cui si lega una coordinata (esattamente simmetrica alle due finali incontrate all’inizio) introdotta da adhortabitur, e certo non sarà mancato qualche studente poco amico della grammatica latina, ma anche poco versato in quella italiana, che avrà scambiato queste due proposizioni per due finali: un errore, che, ahimè, si ritrova anche negli elaborati di qualche studente universitario. 

Tutto sommato, però, questi tre paragrafi senecani filano via lisci: vi troviamo un tripudio di interrogative dirette (quid mihi prodest philosophia, si fatum est? Quid prodest, si deus rector est? Quid prodest, si casus imperat?); una perifrastica passiva, impersonale, che non avrà sicuramente posto alcun problema di traduzione (philosophandum est, mentre poco dopo la nozione di necessità è espressa con il verbo debeo, philosophia nos tueri debet, con un effetto di variatio stilistica che sarebbe da sottolineare sicuramente in un ipotetico commento, ma che forse, in questa sede ben pochi studenti avranno notato e apprezzato); nessun problema, allo stesso modo, sarà stato posto dal quicquid a inizio periodo o dal docebit ut … sequaris nell’ultima riga. Un poco di attenzione sarà stata forse richiesta dall’espressione per ancipitia fluctuantium: in essa troviamo un aggettivo chiaramente sostantivato in caso accusativo plurale, ma anche il participio fluctuantium è da intendersi come neutro sostantivato, questa volta, ovviamente, in caso genitivo. Attenzione anche, come ha sottolineato Maria Rosato, all’uso di nausia, grecismo che talvolta Seneca riporta direttamente in greco senza traslitterarlo.

E veniamo ora a un commento sul contenuto del testo: sotto la patina molto tranquilla — che cosa di più nobilmente generico dell’elogio della filosofia? —, troviamo alcuni dei tempi più dirompenti fra quelli affrontati da Seneca, a testimonianza dell’enorme fascino di questo autore,  mai banale, anche quando sembra trattare argomenti tanto comuni da apparire frusti, solo però a uno sguardo superficiale e distratto. La resistenza necessaria al fato, alle prove che sembrano incrudelire dall’alto proprio sugli uomini moralmente migliori, più nobili, più colti, è, nelle sue molte varianti e sfumature, tema assai frequente nei Dialogi. Nella sua veste di “direttore d’anima” (secondo l’azzeccata definizione di A. Guillemin), Seneca ricorda a Lucilio come “sia che i fati (fata) ci incatenino con legge inesorabile, sia che un dio, signore di tutto il cosmo (sive arbiter deus universi) abbia imperscrutabilmente disposto gli eventi della nostra esistenza, senza tenere conto di meriti e benemerenze, sia che, ipotesi ancora più agghiacciante in cui culmina questa klimax ascendente, siamo in balìa dell’insensatezza del caso (sive casus sine ordine res humanas impellit et iactat), la filosofia è la nostra unica tutela, la nostra sola arma difensiva. Uno scorcio di questo ragionamento, però non sviluppato, si trovava, in fondo, anche nell’Ep. 47, dedicata al trattamento degli schiavi (uno dei testi senecani più di frequente antologizzati), là dove si evocavano, volutamente in modo cursorio (§10) le mille possibilità che un uomo libero e di alto rango ha di vedere avvilita la sua condizione (“Al tempo della disfatta di Varo la fortuna abbassò molti uomini di nobile origine che, attraverso la carriera delle armi, aspiravano alla dignità di senatori; e ridusse chi nella condizione di pastore, chi in quella di guardiano”, trad. di G. Monti).

A Lucilio, nell’Ep. 16, Seneca consiglia di rivolgersi sempre e comunque alla filosofia, quale che sia la potenza (fato avverso, cieca casualità, divina intelligenza che tutto regge) che determina la nostra sorte: e se il sapiens non perde mai la lucidità e la razionalità nel disporre di sé e nel capire quale sia la vera libertà, in quanto la filosofia è maestra e guida nella vita, si apre allora uno spiraglio, dal punto delle logiche conseguenze di queste affermazioni, che conduce alla teorizzazione del suicidio, estremo gesto per affermare la propria libertà a dispetto delle circostanze esterne sfavorevoli, gesto che il sapiens deve sapere valutare e mettere in atto, e che costituisce l’oggetto dell’Ep. 70, un autentico, piccolo, ma esauriente trattato sul tema della necessaria autodeterminazione del saggio, quando non sussistono più le condizioni perché la vita sia degna di essere vissuta, nella convinzione che citius mori aut tardius ad rem non pertinet, bene mori aut male ad rem pertinet (“L’importante non è morire più presto o più tardi, ma morire bene o male”).

Torniamo però alla prima riga della versione, là dove si dice che la filosofia non è un populare artificium: questa affermazione si comprende bene alla luce dell’estremo elitarismo radicato nel pensiero di Seneca, che spesso non viene sufficientemente sottolineato e impregna per esempio, le Ep. 7 e 8, e di cui bisogna tenere conto per misurare non solo i punti di contatto fra gli antichi e noi, ma anche le inevitabili e cruciali differenze. Ricordiamo l’incipit memorabile dell’Ep. 7, là dove si afferma che l’elemento da evitare praecipue (“specialmente, in modo particolare”) è la folla (turba), giacché inimica est multitudo conversatio (“la compagnia della moltitudine è dannosa”), tanto che, dopo aver assistito agli spettacoli del circo, Seneca può a buon diritto dire di essere rientrato a casa crudelior et inhumanior (“più crudele e più inumano”), proprio perché è stato in mezzo agli uomini (quia inter homines fui). 

Insomma, dietro l’apparenza leggibile e piana, il testo di Seneca oggi proposto agli studenti, come molti altri, apre prospettive più vaste e più complesse, e presenta una serie di temi e problemi che potrebbero essere utilmente approfonditi, magari nella fase in cui il candidato visiona i suoi elaborati.

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