UNIVERSITA’/ Facoltà umanistiche, oggi servono senso e “contaminazione”

“Bisogna superare l’idea che i corsi umanistici siano intrinsecamente fuori dal contesto in cui stiamo entrando e che quindi possano al più essere tollerati”. Commento di MARCO FATTORE

06.06.2017 - Marco Fattore
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Lapresse

Prendo lo spunto dall’articolo di Giovanni Salmeri, pubblicato su questo giornale il 30 maggio scorso, per proporre una linea di lettura aggiuntiva, sul tema dei corsi di laurea umanistici e del numero chiuso. Mi pare infatti che il problema richieda un ampliamento di prospettiva, a partire dalla rivoluzione di contesto, e quindi di pensiero, in cui stiamo entrando; una rivoluzione che obbliga a re-interpretare i criteri e le logiche con cui guardare l’università e il suo rapporto con il mondo del lavoro. È la rivoluzione della complessità e dell’informazionalità (usando un’espressione di Manuel Castells).

Il mondo in cui siamo è sempre più complesso e irriducibile a schemi semplici e fissi. Nel mondo del lavoro, le competenze invecchiano a ritmi sconosciuti, i mercati nascono, si sviluppano e regrediscono con dinamiche “a bolle”; le traiettorie lavorative sono sempre più caotiche; le soft skill e le “analogie tra esperienze professionali” cominciano a rivelarsi più utili delle sole specializzazioni. La società è sempre più una stratificazione di diversità che coabitano, di soggetti che portano culture e visioni differenti, con bisogni alternativi e percorsi personali divergenti. Si pensi alla scuola, al cui interno si scarica una complessità sociale che fa a pugni con la rigidità burocratica di un sistema che crede ancora di poter definire la realtà con atti amministrativi. Come definire, se non “complessa”, una classe al cui interno siedono fianco a fianco studenti che arrivano con i barconi, e che non parlano altra lingua che la propria, ragazzi con disagi dell’apprendimento, arabi, copti e rom e “anche” qualche ragazzo italiano (e sto descrivendo un caso che conosco personalmente)? Per fare esempi meno critici, quanto è complesso oggi scegliere un abbonamento telefonico o un qualunque altro bene, muovendosi tra decine di alternative, tutte ugualmente “gridate”?

Insomma, il mondo e le nostre esperienze quotidiane, a tutti i livelli, si stanno “complessificando”. In un mondo complesso e dinamico, la necessità “aperta” di cogliere segnali, adattarsi e svilupparsi prevale sull’ambizione “chiusa” di prevedere, controllare e preservarsi. Questo richiede un continuo scambio di informazioni tra i soggetti (persone, corpi sociali, istituzioni, imprese…) e con il contesto, per generare valore e organizzare risposte a bisogni multiformi e in continua evoluzione. Per quanto in modo controverso, ha fatto più politica economica Uber, attraverso un’interconnessione di informazioni, che non tanti ministri, come reso fulmineamente chiaro dal crollo del valore delle licenze dei taxi, a New York, negli ultimi 3 anni. 

Quanto beneficerebbero le politiche territoriali, dalla disponibilità di informazioni tempestive e articolate e non più relative a “comportamenti medi e fissi”, buoni per statistiche di archivio, ma non per una governance efficace? Di quante cose ci renderemmo conto, e quanto si potrebbe fare, se i muri delle scuole raccontassero e facessero vedere quello che avviene nelle loro classi? La capacità di generare, scambiare e interpretare informazione “significativa” è la chiave per vivere nella complessità.

Ma è proprio vero che i muri non possono parlare? Forse non ancora, ma se va avanti così non mancherà molto. Qualche mese fa, è uscito sul mercato un pallone da calcio in grado di registrare le caratteristiche del tiro; i dati possono poi essere scaricati con un app e usati per confrontare la propria abilità con quella di qualche “top player”. Ma allora non potremmo regalare questi palloni a tutti gli oratori e le squadrette di ragazzini, per monitorare la qualità dei piccoli giocatori e identificare per tempo i più promettenti? A breve presumo che il tacco delle scarpe dirà al nostro medico come stanno le nostre vertebre e il ministero della Salute potrà monitorare lo stato di benessere delle nostre schiene; nel frattempo, la nostra rete elettrica, oltre a suggerirci come ottimizzare i costi, si renderà conto che ci è nato un figlio (basterà attaccare alla corrente uno scalda-biberon, o una telecamera di sicurezza, per “dichiararglielo”); il ministero allora ci darà subito il bonus bebé o, più realisticamente, qualcuno ci manderà mille offerte di prodotti per l’infanzia. 

È la rivoluzione dell’IoT (Internet of Things): inserire nell’esperienza quotidiana dispositivi per cui, vivendo, ci narriamo. E, come dicono i semiotici, tutto diventerà “testo”. Anche i muri di una scuola. È una rivoluzione assoluta, perché potenzialmente amplia la nostra “capacità di vedere” (tutte le rivoluzioni scientifiche hanno avuto a che fare con miglioramenti nella capacità di osservare e misurare) e quindi di conoscere e generare risposte ai bisogni (e qui osservo che il legame tra questo e l’idea di sussidiarietà è ancora tutto da esplorare).

Ma mentre l’Iot genererà dati, vivere nella complessità richiede “informazione significativa”, cioè in grado di parlare al livello del bisogno (di giudicare, di governare, di scegliere, di acquistare…) del soggetto. Date a un manager tutti i dati sulla sua azienda, avrà davvero più informazione? Siamo più consapevoli del nostro acquisto perché abbiamo tutti i parametri tecnici del bene a disposizione? Di solito no, e infatti spesso cerchiamo sul web delle recensioni, non solo delle liste di numeri. Da una parte, un mondo che genererà miliardi e miliardi di frammenti (bit); dall’altra, soggetti che hanno bisogno di significati. E la sfida sarà colmare continuamente questa dinamica e irriducibile differenza.

Per questo, il soggetto capace di vivere nella complessità non deve essere principalmente dotato di mente computazionale (per quello ci sono i computer), ma di capacità di ricostruzione di senso. Per non sembrare troppo astratto, non solo questo è quello che dico ai miei studenti universitari del corso di data science, ma è quello che le imprese che incontro (e ne incontro tante) cercano “come Susan”, cioè disperatamente. Non sono i nerd la risorsa scarsa, sono coloro che sanno coniugare un certo grado di competenza tecnica con la conoscenza del contesto e con una grande capacità di nessi e sintesi. E questa la si impara molto di più in ambito umanistico che non nelle scienze dure. In fondo, i miei studenti sono bravissimi quando devono applicare una tecnica ai dati, ma si perdono quando, davanti a dati complessi, non sanno come partire a ricostruire il senso della realtà (sociale, aziendale, economica…) che li ha generati e rimangono bloccati davanti ai loro database, senza saperne estrarre alcun racconto. Quanti riassunti di libri avranno (o non avranno) fatto i miei studenti, alle medie e alle superiori, per non saper ricostruire e interrogare un testo, seppur frammentato in bit?

L’esplosione tecnologica di dati ha sempre più bisogno di persone dotate di sensibilità umanistica. Questo vale per tutti e a tutti i livelli del percorso scolastico e non può non condensarsi, al suo vertice, in una valorizzazione dei corsi di laurea umanistici.

Io non so dire se mettere oggi il numero chiuso ai corsi di lettere o di filosofia possa essere ragionevole o no, a parte una mia istintiva antipatia al non lasciare gli studenti liberi di seguire le proprie intuizioni (e poi, però, subendo anche io il problema dell’eccessivo carico didattico, con conseguente abbassamento della qualità). So però che bisogna superare l’idea che i corsi umanistici siano intrinsecamente fuori dal contesto in cui stiamo entrando e che quindi possano al più essere tollerati, per una minoranza in via di estinzione. Credo invece che si debba percorre la via di un’apertura e di una contaminazione reciproca, che costruisca discipline nuove. Non è pensabile che uno storico o un critico letterario non acquisiscano concetti e paradigmi nati nel mondo tecnologico e che non si avvalgano della potenza di strumenti e algoritmi in grado di sostenere il loro sforzo interpretativo, con una efficacia sconosciuta (in questo senso, le “digital humanities” costituiscono un percorso disciplinare da valorizzare e sviluppare). Contemporaneamente, non è più tollerabile che chi tratta dei cosiddetti “big data” (sia in ambito aziendale, che di ricerca) non maturi quelle capacità “soft” di intuizione e collegamento che permettono di ricostruire nessi ragionevoli, senza ridurne la credibilità allo schema scientifico della dimostrazione formale.

Certo, questo deve fare i conti con le rigidità del sistema dell’istruzione e dell’università, spesso troppo lenta nel cambiare i propri schemi. Paradossalmente, all’estero questa sensibilità è già in atto, forse perché chi ha meno abbondanza di storia culturale ne è anche più attratto. Rimane il fatto che la parola “tecnica” deriva dal greco “téchne”, che vuol dire “arte”, e che il mondo in cui stiamo entrando rappresenta un’opportunità formidabile per un popolo ricco di talento e creatività e capace di generare novità. Sarebbe il caso che l’università ridiventasse una forza trainante per sfruttare questa esplosione di possibilità, senza rinchiudersi in schemi autoreferenziali e di breve respiro.

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