SCUOLA/ Don Milani e l’equivoco degli “ultimi”

La ministra Fedeli ha “consegnato” idealmente a tutte le scuole l’opera di don Milani. Ma qualcuno lo ha strumentalizzato, aumentando la crisi del sistema. SERGIO BIANCHINI

07.06.2017 - Sergio Bianchini
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Contratti statali, Ministro Valeria Fedeli (LaPresse)

Caro direttore,
per un attimo, difronte alla chiusura dell’anno scolastico con l’enfasi posta dal ministero sull’opera di don Lorenzo Milani — la manifestazione “Insegnare a tutti” dedicata al priore di Barbiana —  mi ero arrabbiato. Avevo pensato: questi sono in totale paralisi e sfondano una porta aperta; e poi: fanno un uso furbesco del nome di don Milani per coprire la propria inettitudine e incapacità di gestire la scuola.

Ma poi il mio lato critico si è fermato ed ha dato spazio al “bravo ragazzo”, anch’esso radicato in me e formato nelle sagge periferie cattoliche di tanti decenni fa. Allora ho deciso di esaminare, ancora una volta, con calma, sia lo stato della scuola che la vicenda di don Milani.

La domanda cruciale è: chi sarebbe in grado oggi di gestire cambiamenti veri, anche giusti, dell’organizzazione scolastica? E la risposta immediata e certa è: nessuno.

Non a caso a dirigere il ministero è una persona di professione sindacalista, apparentemente pacata e sincera, che ha ammesso di non avere competenze specifiche sulla scuola e però di “possedere grandi capacità di ascolto”. Il corpo della scuola italiana è talmente infiammato da decenni di controversie e rissosità che anche il minimo intervento decisionista produce grandissime e dolorose tensioni. Un po’ come avviene nel settore giudiziario, dove al ministero riescono a sopravvivere solo figure incerte e capaci di incredibili equilibrismi.

Questa infiammazione dolorosa e paralizzante che dura ormai da cinquant’anni ha prodotto una spossatezza generale simile a quella che vige nelle attuali aule scolastiche, dove gli alunni ed i genitori sembrano accettare quasi con tranquillità qualunque evenienza, anche assurda (come cambiare tre insegnanti di lettere in tre mesi), pur di avere un minimo di quiete mentale ed emotiva. Pur di uscire dal perenne “stato di agitazione” di massa lanciato a gran voce cinquant’anni fa.

Tutti, io per primo, vi abbiamo contribuito. Usando magari strumentalmente lo sdegno, le denunce, ed i linguaggi dissacranti dei testi di don Milani per alimentare il nostro estremismo politico. 

Ma il perenne stato di agitazione ci ha fatto male, producendo perfino il contrario di ciò che volevamo. Ad esempio siamo arrivati per ultimi in Europa ad abolire le ripetenze nella scuola dell’obbligo. Pur avendo un ministero perennemente in mano alla sinistra democristiana e poi al sinistrismo puro, il coraggio di dare seguito legale all’opzione promozionale non c’è mai davvero stato. Anche perché il promozionismo non ha distinto, ed ancora oggi non lo fa, tra scuola dell’obbligo e scuola secondaria superiore, che dovrebbe rilasciare attestati di competenza minima. Distinzione che non fece — ambiguità fatale — nemmeno don Milani, il cui famoso libro fu pubblicato dopo la bocciatura di due suoi allievi agli esami… di licenza magistrale.

In Francia, pur senza le denunce di don Milani, i genitori hanno per legge nella scuola di base un diritto di veto contro la bocciatura. In Germania l’alternanza scuola-lavoro risolve semplicemente il problema, da noi mai affrontato davvero, della adeguatezza dei piani di studio alle varie tipologie sociali e psicologiche degli alunni. Da noi c’è la paralisi organizzativa e gestionale, la rissosità permanente, l’incapacità sia di comandare che di obbedire. Tutti hanno ragione, tutti hanno nobilissime bandiere, e tutto rimane fermo e peggiora.

Questa mi sembra oggi la difficilissima situazione della nostra scuola e della nostra società. Ed alla luce di queste considerazioni mi sembra doveroso un riconoscimento postumo alla pertinenza, anche, della saggezza antica della Chiesa cattolica di allora, che decise di non supportare ed anzi di contenere lo stile poco conciliante, a volte rancoroso, di don Milani. 

La Chiesa cattolica non ha scoperto oggi la grandiosità del tema degli ultimi. E’ stato sempre uno dei suoi temi chiave. Ma forse ha sempre saputo che bisogna accompagnare tutta la colonna in marcia e non contrapporre gli ultimi al movimento generale. In Italia tocchiamo con mano i danni dell’eccesso, che chiamerò “ultimismo”, e della retorica permanente su questo tema grandioso dell’attenzione agli ultimi. L’ultimismo sia religioso che politico, nella loro esasperata e spesso strumentale denuncia dei privilegi e delle diseguaglianze, si sono uniti ed hanno vinto culturalmente annientando, con facilità sorprendente, tutte le altre indispensabili istanze di governo dell’insieme del movimento sociale. Cosicché gli ultimi sono stati eliminati fermando la colonna.

Ma a colonna ferma non ci sono più né primi né ultimi. Solo istanze e rissosità continue per un egualitarismo totale e definitivo al ribasso. L’eguaglianza della palude.

E di fatto anche gli “ultimi”, nella nostra scuola statale, pur tanto osannati, hanno poco o niente. Se sono diversamente abili hanno gli insegnanti di sostegno meno qualificati e meno motivati del mondo. Se hanno lacune di apprendimento e di metodo non hanno attività mirate di recupero. Se sono poco motivati allo studio si trovano con il più grande carosello di docenti del mondo e con la totale femminilizzazione del corpo docente. L’ultimismo trionfante ha prodotto solo l’abnorme uso della legge 104 per… il personale della scuola.

Bisogna passare quindi dal perenne stato di agitazione ad un generale stato di riflessione e di ricostruzione delle cose più elementari, compresa la chiarezza su chi deve assumere le responsabilità di comando e su chi deve applicare anche la virtù dell’obbedienza. Direi che ognuno deve reimparare contemporaneamente entrambe le abilità.

Sì, non solo il comando ma anche l’obbedienza è ancora una virtù. Dico questo, consapevole di contrastare l’ennesimo tabù sociale e culturale costruito strumentalmente intorno a don Milani, che col suo opuscoletto dal titolo L’obbedienza non è più una virtù, indirizzato ai cappellani militari, non pensava certo di dar vita ad un movimento come quello dei disubbidienti di Luca Casarini.

Noto e sottolineo che le convergenze tra le turbolenze delle istanze cattoliche e gli impulsi a volte sinceri e a volte strumentali della politica nazionale sono sorprendenti ed ancora una volta indicative della particolarità del rapporto tra cultura e religione cattolica e realtà italiana. Forse insieme riusciranno a trovare i nuovi assetti di ciascuno e del tutto.

Anche a livello mondiale in quegli anni circolò il famoso slogan delle guardie rosse: “ribellarsi è giusto”. E spazzò con i suoi turbini anche sanguinosi tutta la Cina. Con la differenza che in Cina dopo i dieci anni — dal 1966 al 1976 — di turbolenza della rivoluzione culturale, partì decisamente la fase della costruzione, tramite il lavoro, di una realtà nuova, con la sorprendentemente rapida uscita dalla povertà di 800 milioni di persone.

Da noi invece si continua ad esaltare il brodo originario, ma non si fa ancora un passo avanti nel buon governo della scuola. 

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