SCUOLA/ Così il centralismo del Miur aumenta la dispersione scolastica

- Maria Paola Iaquinta

Occorre un nuovo patto di fiducia tra sistema centrale e ciascun sistema formativo integrato locale, altrimenti l’azione locale andrà perduta. MARIA PAOLA IAQUINTA

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(LaPresse)

Anche quest’anno scolastico si è concluso. Nelle scuole di tutta Italia i presidi con i loro staff lavorano alacremente: stanno ultimando le operazioni correlate alla rendicontazione scolastica. Un lavoro complesso e delicato, volto a documentare quanto sia stato fatto dalla scuola per migliorare gli esiti di apprendimento. Vi sono istituzioni scolastiche in Italia che riescono a dar vita a brillanti contesti educativi in cui tutti gli alunni, grazie alla personalizzazione della proposta educativa, esprimono al meglio le proprie potenzialità. In particolare, alcune scuole nei contesti sociali “a rischio”, così detti a causa degli alti indici di disagio minorile, mettono in moto sinergie ed impegni personali straordinari utilizzando le limitate risorse economiche e strutturali disponibili e mantenendo le scuole aperte ai ragazzi anche nel periodo estivo.

Tra le varie realtà scolastiche italiane che operano in siffatti contesti socio-culturali anche l’Istituto comprensivo ad indirizzo musicale “Cesare Battisti” di Catania, storica istituzione fondata nel 1916 nel quartiere di San Cristoforo, ha appena concluso il percorso educativo dell’anno. Nel mese di giugno, al termine delle lezioni, nell’ambito del piano di miglioramento per la prevenzione della dispersione scolastica sono stati tenuti laboratori di poesia, musica, sport, recitazione e coding destinati ad una cinquantina di alunni della scuola primaria e media. Hanno partecipato volontari delle agenzie presenti sul territorio e i docenti della scuola più motivati, tutti consapevoli del fatto che le riforme servono a poco se la volontà del cambiamento non investe ciascuno di noi in prima persona. 

Il risultato del progetto estivo è stato mostrato nell’evento organizzato in collaborazione con il territorio il 29 giugno scorso, la cui documentazione è presente sulle pagine social della scuola. Bambini e ragazzi, sottratti alla piaga della dispersione scolastica, hanno mostrato al quartiere le competenze sociali, artistiche e culturali acquisite in un anno di scuola ed affinate durante l’estate grazie all’impegno degli adulti che hanno voluto cimentarsi nella sfida educativa. 

A fronte di queste esperienze, presenti in numerose scuole italiane, che cosa dovrebbe essere fatto a livello governativo? Sicuramente valutare positivamente lo sforzo dei singoli che desiderano essere riconosciuti come comunità educante: l’attuazione di una “buona scuola” passa dalla valorizzazione delle autonomie secondo logiche riconosciute costituzionalmente di sussidiarietà. L’eccessivo centralismo fa seriamente correre il rischio di perdere di vista diversità e bellezza dei territori locali, evitando di affrontare le criticità purtroppo ancora presenti nelle periferie del paese. Le statistiche in tema di criminalità minorile portano alla luce del sole gli urgenti bisogni di cittadinanza ancora insoddisfatti di molti nostri ragazzi. 

Del resto, che l’autonomia e la sussidiarietà rendano migliori risultati rispetto alle logiche centralistiche viene confermato da numerose esperienze estere. In Finlandia ad esempio, in cui il numero degli abitanti è circa un decimo dell’Italia, opera un sistema di forti autonomie locali che lavorano in sinergia e che permettono la tenuta ai primi posti degli esiti di apprendimento dei ragazzi finlandesi nelle classificazioni internazionali Ocse-Pisa. Anche il costituendo regime di valutazione esterna delle scuole in Italia soffre di centralismo e non accenna a trovare una soluzione condivisa. Tutto il contesto internazionale a gran voce ci chiede ormai di attuare la valutazione delle scuole e del personale scolastico. I modelli di valutazione possibili stanno ingenerando un intenso dibattito tra i professionisti dell’educazione; si vorrebbero utilizzare strumenti in cui sia possibile determinare il valore aggiunto della prestazione dei lavoratori partendo, come ovvio, dalla considerazione del contesto in cui la prestazione viene svolta. Al momento purtroppo gli strumenti messi a disposizione dal livello centrale, senza sperimentazione pregressa sul campo, non lo consentono appieno. 

Come fare dunque per potenziare le esperienze di formazione che garantiscono equità ed inclusione per tutti? A due anni dalla 107, è doveroso un ripensamento istituzionale volto a valorizzare le autonomie dei territori per evitare le derive centralistiche e burocratiche. Le scuole nell’ultimo biennio sono state sommerse da richieste di dati, rilevazioni, indagini, adempimenti amministrativi con tempistiche strettissime (si veda l’attuale aggiornamento delle graduatorie di istituto). Inoltre, negli ultimi anni, alle scuole e direttamente alla responsabilità personale dei presidi sono stati rimessi tutta una serie di compiti che poco hanno a che fare con gli esiti scolastici, quali, ad esempio, la sicurezza dei locali, la dematerializzazione amministrativa, la gestione amministrativo-contabile del personale, la rappresentanza dell’amministrazione in giudizio, e, adesso, addirittura il controllo sanitario in tema di vaccini… Tutto questo, come ovvio, sottrae tempo prezioso ai processi di miglioramento della didattica, che andrebbero pure coordinati dal dirigente scolastico, oggi sempre meno leader educativo e sempre più burocrate amministrativo.

Insomma, occorre considerare i risultati sin qui raggiunti dalle innovazioni di legge prendendo atto che l’autonomia resta la grande incompiuta del sistema scolastico italiano. Al di là dei buoni propositi e delle petizioni di principio contenuti nelle varie leggi di riforma, è necessario ed urgente sia dare fiducia ai territori che conoscono appieno le esigenze di miglioramento sociale dei loro cittadini, sia valorizzare il lavoro di cura e sviluppo realizzato dalle singole comunità scolastiche dotando i presidi delle leve necessarie per il funzionamento, altrimenti la “buona scuola” diventa solo la scuola delle buone intenzioni, dei bei discorsi. 

Occorre un nuovo patto di fiducia tra sistema centrale e ciascun sistema formativo integrato locale per fare in modo che “la buona scuola” continui ad essere presente, oltre che nelle carte, anche nella vita quotidiana delle comunità scolastiche autonome.

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