SCUOLA/ Studenti e prof, c’è una terapia per guarire dalla malattia dell’analisi

- Fabrizio Foschi

In chi insegna vibra talvolta la domanda: che cosa resterà in loro di tanto che si è detto e fatto? Quale eredità si lascia? Aiuta a rispondere l’arte di Emilio Isgrò. FABRIZIO FOSCHI

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Emilio Isgrò, in uno scatto recente (Archivio)

L’arte contemporanea può essere di aiuto alla scuola in tanti modi. Uno sguardo aperto sulla produzione artistica contemporanea può insegnare tante cose diverse: la creatività, l’uso del corpo, l’utilizzo dei materiali poveri, l’ampiezza della tavolozza degli strumenti esecutivi e molto altro. Soprattutto può insegnare chi educa a cogliere un certo sguardo sulle cose che nell’arte contemporanea si è come acuito, arricchito di una drammaticità nuova, quella che deriva dal non avere una comoda corrente dalla quale farsi trasportare, ma sempre una pagina bianca da cominciare a scrivere. 

L’insegnante in fondo non è diverso dall’artista perché ogni giorno deve ricominciare con i propri ragazzi, riconquistarli, riguadagnarli alla stima nei suoi confronti e di loro stessi. E non è solo questo il punto, cioè l’inizio di ogni giornata o di ogni anno scolastico. Vibra talvolta anche la domanda sulla fine della giornata, di un anno scolastico, di un intero percorso di studi: che cosa resterà in loro di tanto che si è detto e fatto nell’arco di alcuni anni di vita? Quale eredità si lascia, che cosa si è trasmesso veramente, quali sono i criteri per capirlo? 

Ecco, su questo piano è benefico lo shock che deriva dalla sezione della mostra artistica del Meeting che si riferisce all’artista siciliano Emilio Isgrò, famoso per le sue “cancellature”. Qui l’operazione di depennamento è applicata ai Promessi sposi. Intere pagine di interi capitoli di trentacinque edizioni della famosa “quarantana” cancellati rigorosamente con pennarello nero o bianco. Un’opera meticolosa di toglimento di frasi e periodi che salva solo alcune parole. Dal nero o bianco dell’apparente decreto di morte emergono alcuni poveri resti: una parola qui, una parola là, qualche segno di punteggiatura e niente più. È talmente scrupolosa e maniacale l’azione a cui si assiste che si è presi dallo sconforto per ciò che manca più che da sorpresa per ciò che resta. 

Tuttavia le analogie con la pratica dell’insegnamento sono numerose, alcune forse spiacevoli, altre alla fine profondamente suggestive. Insegnare letteratura o qualunque materia abbia a che fare con i testi non è semplice, sappiamo. Non sempre alla lezione dell’insegnante corrisponde la dovuta attenzione dell’alunno. I ragazzi si disamorano facilmente quando alla lettura deve fare seguito l’analisi, la vivisezione del testo, la dispersione dei significati che sembrano i grani sparsi dal seminatore della parabola sui terreni aridi e infruttuosi. La soluzione sembra talvolta quella di alzare il tono, accumulare nozioni, aggiungere anziché togliere. In questo modo l’insegnamento assomiglia ad un supermarket dove uno prende un poco di quello che gli pare. 

E se cambiassimo metodo? Proviamo a pensare al valore della cancellatura e del lavoro intellettuale e culturale che ne è sotteso. Se chiedessimo ai ragazzi di fronte al testo, il più nobile, il più importante, I promessi sposi, appunto, di togliere anziché aggiungere? Di sfrondare tutto quanto della pagina o del capitolo o dell’intero libro, tranne la parola che di più colpisce, che di più ferisce, che di più incuriosisce. I custodi dell’ortodossia direbbero che non si può sfregiare un testo, come non si può tagliuzzare un dipinto. Ma in fondo non è quello che facciamo sempre, simbolicamente, quando ci portiamo a casa di un Masaccio o di un Caravaggio o di un Cezanne il ricordo di un particolare che ci ha impressionato? Quel particolare è ciò che ci permette di ricostruire o di proseguire nella ricerca o nella appassionata ricostruzione di un profilo artistico e di un contesto. 

Per i ragazzi è la stessa cosa. Aiutarli ad essere trafitti da una parola, da un particolare, da una espressione usata dall’autore in un testo è un esercizio che può avvenire solo in un luogo di fiducia reciproca insegnante/alunno, come può essere una classe. La cancellatura non è infatti prodotto dell’istintività o della repulsione, ma della profonda considerazione per il testo che prima di essere aggredito dovrà essere letto, riletto, preso in cura in un certo senso da tutti, da un gruppo, da una comunità. Si cancella non ciò che non interessa, ma ciò che non permette di fare emergere l’essenziale. La stessa cosa permane negli alunni a distanza di anni dell’insegnante: non tutto ciò che ha detto, ma un particolare, un gesto, un momento, una parola. La cultura in fondo non consiste nel sapere tutto, ma nel trattenere ciò che è buono. Dopo avere cancellato ciò che non lo è.

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