SCUOLA/ Il nuovo inizio, una sfida ai robot senza cuore

- Fabrizio Foschi

Sta per cominciare un nuovo anno scolastico. Siamo sicuri che la sfida umana del radicalismo e del fondamentalismo sia del tutto aliena al cuore dei giovani di provincia? FABRIZIO FOSCHI

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(LaPresse)

La differenza sta tutta nel sentirsi vittime in questo mondo o esseri perdonati, cioè abbracciati da una misericordia. Era ora che la misericordia diventasse — o meglio: tornasse a diventare — una parola laica, nel senso di popolare, di tutti e non propria solo di una certa parte. Lo dice senza giri di parole un giovane musulmano integrato in un video della mostra del Meeting di Rimini sulle nuove generazioni dell’Italia multietnica. È auspicabile, tra l’altro, che la mostra circoli nelle scuole e nelle città, se non altro per queste lapidarie parole di uno che era radicalizzato e che è uscito dal fumo ideologico perché ha scoperto di essere perdonato. 

Sentirsi vittima, dice, innesca la voglia di vendetta. Essere perdonati è l’inizio di una nuova umanità. Il radicalismo è un fenomeno molto più profondo di quanto si creda e non nasce dalla religione o dalla cultura antagonista, ha spiegato il professor Roy, profondo conoscitore dell’islam globalizzato. I giovani radicalizzati sono senza speranza, senza padri, senza cultura e senza religione. Si credono vittime di un mondo che rifiutano con la violenza. 

È necessario che insegnanti, educatori, tutti coloro che lavorano con i giovani siano consapevoli di questo cambiamento d’epoca. Una corrente di non senso della vita corre sotto l’apparente normalità di tante esistenze. L’ideale che si infiltra in certe anime è l’esaltazione della morte, l’ossificazione della vita, come dice Khadija Collina, la madre italiana di Youssef  Zaghba, uno dei tre terroristi della strage di Londra del 3 giugno scorso. Sì certo, non è che uno si ossifica da solo: ci sono i soliti imam, il lavaggio del cervello, i social, il gusto macabro per qualche gesto estremo. Ma tutto questo si annida in cuori già in parte ossificati, inariditi, svuotati. È il frutto del credersi vittime, appunto, senza responsabilità, senza appartenenze né familiari né sociali. 

Chi è invece perdonato, cioè abbracciato per come è e per quello che è, ha un motivo, almeno uno, per non sentirsi alieno in questo mondo: ha qualcuno davanti a sé che lo guarda, che gli dice: “sei voluto”, prima di tutto e indipendentemente da tutto. 

La scuola che sta per iniziare la sua annuale liturgia non può essere un mondo di alieni. Non barrichiamoci dietro alle comode giustificazioni, pensando magari che le espressioni violente di radicalizzazione islamista non ci riguardino. Ci riguardano anzitutto perché il cuore si predispone ad accogliere la vita o l’odio ben prima che i sentimenti si esprimano in azioni. Inoltre, possiamo anche sentirci al sicuro, lontani dalle banlieues parigine o brussellesi, ma il problema non cambia. Anche noi adulti e insegnanti possiamo contribuire ad ossificare qualche giovane mente che si fida di noi. 

Questa edizione del Meeting di Rimini ha presentato a chi si muove in ambito scolastico tutte le situazioni, tutte le condizioni esistenziali e strutturali in cui si verifica quella cosa unica nel mondo che è l’insegnamento. La scuola nei prossimi anni cambierà profondamente perché sarà semplicemente invasa, in parte lo è già, da tecnologie che tendono a deresponsabilizzare le coscienze perché leggono i bisogni prima ancora che questi vengano espressi. Maneggiare un tablet, aprire un programma, imparare un lingua, costruire un percorso di apprendimento non sarà più com’è adesso. Le nuove tecnologie non scherzano, semplicemente irrompono perché catturano l’intelligenza. Non a caso si chiamano: macchine intelligenti. Potranno contribuire a stendere sulle teste dei nostri alunni una colata lavica di impulsi disconnessi oppure potranno acuire la sfida alla quale siamo sottoposti. Una sfida radicale, come il Meeting ha mostrato.

La sfida della de-ossificazione dei cuori, della riconnessione della mente col cuore, della ricostruzione del nesso tra i gesti e il loro significato, tra le parole che si spendono insegnando e il loro senso che risiede nella modalità con la quale si dicono. La sfida della connessione della terra e del cielo. Per questo vale la pena servirsi di tutto, anche e soprattutto delle nuove risorse tecnologiche, affinché la scuola sia e ridiventi un ambito di nessi, di connessioni, di intelligenze che usano il linguaggio del cuore. I robot del terrorismo, i giovani disperati, ma anche quelli semplicemente e anonimamente normali è in fondo questo che cercano. Non abbiamo paura. 

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