SCUOLA/ Prima di perder tempo con Leopardi, abbiamo aperto i loro occhi?

Insegnare italiano, prima che insegnare a leggere e a scrivere, vuol dire insegnare a guardare. Perché chi prima non guarda non può capire

12.11.2018 - Valerio Capasa
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LaPresse

Insegnare italiano, prima che insegnare a leggere e a scrivere, vuol dire insegnare a guardare. Perché chi non guarda non può leggere. Non è che manchino appena le parole, il fatto è che se io non vedo le cose, ovviamente non avrò parole per indicarle. Cosa me ne faccio di cercare o decifrare parole che indicano non so cosa? È assurda ogni parola letta in un testo che non sia quella che io avevo sulla punta delle labbra. Insegnare italiano è far salire un fuoco che non si sa dire dal cuore e dallo stomaco fino alla punta delle labbra: touché! A quel punto le parole si srotolano da sole, ma quello è il momento più semplice. Invece purtroppo è quello su cui a scuola ci si accanisce.

Ho qui un bel libro di testo, che spiega come la prima della Quiete dopo la tempesta sia una strofa descrittiva. Non ci piove: è una descrizione. Con endecasillabi e settenari da canzone libera, linguaggio insieme elevato e quotidiano. Il riassunto appare semplice: il poeta descrive un paese che riprende, dopo una tempesta, la vita di sempre. Tutto giusto, ma Leopardi è lì alla finestra, che guarda almeno da mezz’ora quel che succede fuori. Tu lo vedi, Leopardi alla finestra? Se non lo vedi, ripeti soltanto che lui sta alla finestra; ma se lo vedi, andrai vicino a lui, ad affacciarti, e a mettere gli occhi dove li mette lui. Non di corsa, con lo smartphone in mano o la lezione in testa: “ma sedendo e mirando”.

Sei lì con lui, e guardi fuori anche tu, invidioso dei suoi occhi. E per la prima volta, anziché riassumere e parafrasare e analizzare, cominci a vedere: ecco la ragazza che va a raccogliere l’acqua che forse aveva allagato un vaso, ecco gli uccelli che cantano (li avevi mai notati?), ecco “l’erbaiuol”… chi sarà mai? il giardiniere? No, il giardiniere non lancia alcun “grido giornaliero”; è uno che vende. Cosa? L’erba. Un pusher? No, forse vende l’insalata. Ah, c’era scritto nella nota: “venditore ambulante di verdure”. Giusto, ma non c’era bisogno di sbirciare sotto la risposta pronta. Potevi vederla materializzarsi, la risposta – potevi arrivarci tu –, se solo avessi visto: quelle parole, e perciò avresti pensato, e allora avresti voluto, e avresti cercato, e avresti finalmente… visto! Perché la risposta è quando si vede, non quando si imparano le parole di altri.

Ma che ne sa chi non si è mai accorto di quando “torna azzurro il sereno”, chi non ha visto occhi “ridenti” all’uscita di una scuola elementare e occhi “fuggitivi” pochi anni dopo, all’uscita di un liceo? Chi non l’ha vista, la faccia della ragazza che raccoglie l’acqua, che ne sa della gioia di ricominciare? E come ci arriverà a quel terribile, imprevisto macigno: “piacer figlio d’affanno”? Boom! È finita una tempesta perché ne cominci un’altra più devastante: stavolta nel cuore, scatenata da un poeta. Perché se il massimo della vita è qualche piacere, ogni tanto, in mezzo agli affanni, allora davvero sono “folgori, nembi e vento”. Allora andate al diavolo, lasciatemi qui a parlare alla luna, che l’altra sera rischiarava il cielo e che tanti non hanno visto perché erano soli “dentro la stanza” (“e tutto il mondo fuori”).

Libri e insegnanti ossessionano con parole sopra parole: per ogni parola non banale, ne piovono altre decine, senz’altro più banali, e pur sempre parole. Parole che dicono parole, senza un salto verso le cose, senza un lampo offerto ai miei occhi. Andiamoci piano con i riassunti, le parafrasi, le analisi e gli appunti. Che il compito sia: leggere una poesia. Poi uscire, e andare a vedere quello di cui la poesia parla. Poi tornare a leggerla, col sangue agli occhi. Le vedo io, “le vie dorate”? lo vedo io, “il ciel sereno”? lo sento io, “il maggio odoroso”? E nel cuore la avverto, quella promessa che “lingua mortal non dice”? Non mi spiegate niente, fatemi andare a guardare “in cielo arder le stelle”, e anch’io scoppierò, dopo pochi minuti: “a che tante facelle? / che fa l’aria infinita, e quel profondo / infinito seren? che vuol dir questa / solitudine immensa? ed io che sono?”.

Verranno da sole, le domande, e io sarò sommerso. “Gli occhi della gente sono oggi così fissi nell’ombelico della propria persona, che non hanno visto, si può dire, altro. E perché hanno le luci velate dalla catalessi del loro egoismo, dicono che sei tu oscuro. Puoi, quanto tu voglia, descrivere un mattino, per esempio, in campagna: chi non l’ha mai veduto sorgere, il sole, né in campagna né in città, non capisce e non approva nulla di ciò che dici”. Fidiamoci di Giovanni Pascoli: non sappiamo leggere ciò che sta dentro i libri perché non sappiamo guardare ciò che sta fuori dai libri. Perciò insegnare è cercare, in mezzo ai libri, ciò che libro non è. A un ragazzo la cui domanda più estrema sia la formazione del fantacalcio, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia suonerà incomprensibile: perciò potremmo spiegarglielo in dieci lezioni, col Power Point o senza, con la classe rovesciata o con la classe dritta, con le mappe concettuali o con gli enjambements: se quelle domande non gli hanno mai acceso il cuore, non sa di cosa parliamo. Non è che non lo sa perché in filosofia non le ha studiate, ma perché si trova fuori dall’intervallo umano che corre fra un pastore e Leopardi.

Andiamo a prenderli lì, allora, in mezzo al fantacalcio e a Instagram, agli smalti e alle storiacce, perché se non dilatiamo la vista dilateremo solo le chiacchiere vacanti. E a quel punto, se un bel giorno la luna decidesse di parlare, e rispondere finalmente alle domande che ci tengono di notte con gli occhi aperti, ci troverebbe dormienti. Adagiati sui bei voti in pagella, con in bocca quel dito che doveva indicare la luna e le vuote parole da paragrafo che coprono il cinismo di chi più non guarda, né pensa, né desidera, né domanda, né cerca, né, finalmente, vede!

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