SCUOLA/ I giovani sono vittime di Sfera Ebbasta perché non sanno chi erano i Beatles

Troppi giovanissimi sono vittime esistenziali del brutto (e del male) perché nessuno fa loro conoscere il bello. Farlo tocca agli adulti

12.12.2018 - Marco Fattore
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LaPresse

Paolo Vites sul Sussidiario ha recentemente spiegato il perché dei morti in discoteca a Corinaldo e ha chiarito che il problema è sostanzialmente tecnico e di incompetenza: mancano i controlli, le strutture sono inadeguate e la manutenzione è scarsa. La via d’uscita è una: “Imparino, i gestori delle discoteche, da chi organizza concerti rock negli stadi, dove non è mai accaduta alcuna tragedia, dove 50-60mila persone si godono gli spettacoli senza alcuna paura e con servizi di sicurezza di massimo livello. Ma lì evidentemente ci sono promoter pronti a spendere di tasca loro per dare sicurezza e artisti pronti a sospendere i concerti in caso di bisogno. E che controllano che ogni misura sia stata presa. Perché noi, il pubblico, paghiamo fior di soldi, ma non vogliamo che i nostri figli muoiano schiacciati dall’incompetenza e dal ladrocinio”.

Anche Giulio Rapetti, in arte Mogol, è d’accordo: “E’ inconcepibile che i luoghi della cultura e dello spettacolo dal vivo diventino luoghi di morte: per questo faccio un appello al ministro Matteo Salvini e alle forze dell’ordine, affinché ci siano maggiori controlli preventivi” (Ansa, 9 dicembre 2018).

E così per Vites non c’è altro da chiedersi: “E adesso non facciamo ‘menate’ su questa società di giovani disperati, soli, abbandonati da genitori senza Dio che li mandano a morire”.

Punto. Tutto chiaro. E invece no, qualcosa d’altro da chiedersi c’è. Perché non è usando il termine “menata” che si può eludere la domanda fondamentale. Che io qui pongo non in termini apocalittici, ma molto semplici: perché così tanti ragazzini e adolescenti vanno a sentire così tanta musica così tanto brutta? (andate a cercare un pezzo di “Sfera Ebbasta” e poi ditemi). Perché la forma dello stare insieme di questi ragazzi è l’ammasso drogante, fatto di ritmi ossessivi, testi arrabbiati e immagini violente? Che poi non si tratta di cantautori, ma di un’industria che sintetizza il prodotto e lo veicola a masse omogeneizzate di ragazzi. Droga, legale, ma pur sempre droga: illudere di protagonismo e libertà, spacciando roba che rende schiavi e arricchisce chi te la procura.

Del resto, amara ironia davanti ai morti e ai feriti che pare abbiano pagato anche biglietti che non potevano essere venduti, nel 2017 uno dei più grandi successi dell’estate recitava: “Come il crimine, senza regole / Come le ragazze con il grilletto facile / Entriamo senza pagare come dei calciatori di serie A / Ci guarda tutto il locale ma alla fine nessuno ci toccherà”. Davanti a questo, davvero si può credere che il problema sia solo tecnico? Davvero pensiamo che, dopo aver fatto a pezzi il gusto e la sensibilità dei ragazzi, con la connivenza di un’intera industria, si possano poi rimettere insieme i cocci con qualche tipo di “adesivo” o di meccanismo posticcio (controlli, manutenzione…), magari in nome del Pil che “l’industria dello spettacolo” genera? Ma li avete visti, qualche tempo fa, i mega-manifesti pubblicitari, con i volti di due noti rapper italiani, che recitavano: “Obiettivi per il 2018: Vivere senza regole ma anche senza finire nei guai”? Non saranno i controlli (ovviamente sacrosanti) a salvare i ragazzi da questo endo-genocidio culturale. Invece di chiederci come si fa a uscire vivi da una discoteca, dovremmo domandarci cosa fare per non entrarci proprio. Magari amare la buona musica e la buona compagnia?

Scuola media del Giambellino “profondo”, a Milano. Case occupate, immigrazione fuori controllo, disagio sociale. Un’insegnante di inglese fa sentire ai ragazzi “Yesterday”. “Bella questa canzone!”, dicono gli studenti, e poi la domanda di uno di loro: “Ma chi erano i Beatles”? (sì, come nella canzone degli Stadio). Ma come si fa a chiedere chi fossero i Beatles, se nessuno te li fa prima ascoltare? Altra scena. Festa per i 18 anni di un amico, cibo e canti intorno a un falò. Una delle ragazze “posta” le foto sui social e si sparge la voce tra gli amici “indiretti”; quelli meno stretti e non del “giro”. “Che bello!”. “Continuavo a riguardare le foto!”. “Bello! di solito si va in discoteca…”. Davvero ostinato il cuore umano: per cercare di tenerlo a bada ci vuole un’intera industria, ma per scatenarlo basta un pizzico di bellezza.

Da cui magari nasce anche della buona musica. Nel 1986 Paul Simon pubblica un album epocale: Graceland. Musiche e ritmi africani riletti e trasformati da un maestro della musica americana. Scoppia un pandemonio, perché sono gli anni dell’apartheid e dell’“embargo” culturale verso il Sudafrica. Ma il disco è un successo planetario, vince il Grammy nel 1987, lo stesso anno del concerto in Zimbabwe, in cui canta anche Miriam Makeba (a cui per molti anni non fu permesso di rientrare in patria per motivi politici). Il mondo viene invaso da quella musica e riscopre le sue radici, sotto i cieli africani. E quando deve spiegare perché questo disco “ha spaccato”, come direbbero oggi gli adolescenti, Paul Simon è disarmante: “Questo non è un album che dice ‘che terribile male c’è qui’; è un album che dice ‘che incredibile bellezza c’è qui’”.

Così il piccolo grande musicista del Queens ci ricorda da dove ripartire. “Tutto il resto — come cantava Jannacci — è brutta musica fatta solamente con la batteria”. Esperti e critici se ne rendono conto?

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