SCUOLA/ Un giorno di stupore che racchiude ogni tempo e la vita intera

Il tempo passa, per i bambini e per gli adulti, ma c’è un bambino che rimane e che, se ci ricordiamo di lui, ci segue tutti i giorni

25.12.2018 - Corrado Bagnoli
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Scuola elementare (LaPresse)

E’ Natale. Gesù nasce ancora, Gesù nasce sempre. Quando ero piccolo, un mese prima cominciavo a tirare la gonna di mia mamma perché andasse in soffitta, prendesse le scatole con le statuine del presepe, le case, la capanna, la stella, il muschio. Io non so se l’aiutassi davvero o se invece combinavo dei guai anche in quel paese finto e felice. Ricordo la mamma che metteva via tutte le sue carabattole di ceramica e di vetro, liberando così il ripiano del mobile che poi sarebbe diventato Betlemme. Poi cominciava la festa: io che impaziente le passavo la carta che diventava terra, campi, strada; poi montagna, arrampicata sulla parete, con sopra un cielo liscio e lucente, blu come la notte oggi non è mai, piena di stelle. La capanna veniva infilata tra quelle rocce di carta e non si sapeva come potesse reggere quella casa di paglia sotto il peso di quella parete. Poi venivano le altre case a formare un villaggio improbabile e strano: case povere di contadini e pastori, stalle, un pozzo e un bivacco con il fuoco per i pastori, e sassi a segnare la via che li portava a Gesù, poi ancora il muschio. E la mamma arrivava con una specie di giostra, un meccanismo misterioso e segreto, una sorgente, un ruscello con dell’acqua vera che scorreva davvero. E poi, come ultimo tocco dopo che ogni statua era stata posata, si mettevano delle piccole luci.

Quando la mamma aveva finito e tutto era pronto, anche se fuori era giorno si chiudevano le imposte, si faceva buio come la notte più buia e la mamma infilava la spina: era un paese in festa, di acqua, di luci, di gente che aveva trovato un posto dove andare, qualcuno da andare a trovare. Era un paese in festa come me che avevo tenuto un bambino nascosto nella paglia in un altro cassetto e aspettavo la notte in cui sarebbe nato davvero per trovarlo tra le braccia di sua madre, per un miracolo che come sempre aspettavo.

E’ stato così per me, poi per i miei figli, adesso per i nipoti. E adesso come allora, quando il Natale andrà via lo impacchetteremo. Sembrerà vuota la casa quando toglieremo quest’albero che si snuda e si svita e si piega e dorme nel cartone grande e lungo per un anno. Negli altri cartoni metteremo gli addobbi, le palle colorate — quest’anno di cielo e d’argento, negli altri anni sono state rosse o d’oro o di rame — la capanna e le statue, le carte buone da tenere e i muschi, tutto questo paese che adesso torna nel buio con le luci che lo hanno acceso e riscaldato.

Solo il Bambino, solo Dio sempre piccolo e uguale rimarrà nel cassetto, ci resterà vicino. Nel buio del cassetto dove era stato fino a prima di questo Natale, nel buio del cassetto dove ancora quest’anno lo metteremo dopo che i re magi saranno arrivati con i loro regali, avrà il suo bel da fare a crescere un anno, a starci dietro, a me e a quelli che lo circondano adesso qui con me davanti alla capanna. Ai figli, ai pullman che li portano a scuola e ai sogni che si portano dietro; a quelli più grandi in giro con le macchine, al lavoro e nelle loro nuove case, con i loro figli, dove c’è un altro Bambino dentro la paglia; ai miei alunni quasi bambini nella mia scuola; ai padri e alle madri, alle lacrime belle e intimorite che siamo insieme, spese sempre per raccontarci tutto questo via vai, questo crescere e andare, questo rincorrere sempre, questo arrivare sempre dopo a vedere il bene.

Anche Lui, anche Gesù Bambino avrà da correre — chissà come, avvolto nel panno, nel buio del cassetto della scrivania; anche Gesù Bambino avrà da diventare grande dentro i chilometri di uomini e donne che incontreremo. Chissà che amore imparerà anche lui da tutti loro: avrà il suo bel da fare a non lasciarci mai, a starci dietro, a mantenere la promessa.

Poi di nuovo, tra un anno, tornerà bambino. Torneremo in soffitta, apriremo le scatole, scioglieremo i fili, attaccheremo le spine, avviteremo rami e tronchi e stelle, sporcheremo la strada di sassi e farina, torneremo nel cassetto a prenderlo, uguale a prima. Uguale a oggi. Ma non per noi, che il nostro fiato caldo lo sa quanto si spende, quanto sorprende l’ora, il viaggio, il cuore e la vita intera.

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