SCUOLA/ Rebora e quella febbre dell’istante che divora i nostri figli

Davanti ai bambini (o poco più che bambini) di oggi, vien da chiedersi se sono capaci di preparare il cuore in attesa di qualcosa o qualcuno

04.12.2018 - Corrado Bagnoli
Scuola (LaPresse)

“Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”….
Il piccolo principe tornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora” disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe….
“E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore…

(Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry)

Uno li guarda questi alunni, questi venti poco più che bambini attraversati dalle parole di Saint-Exupéry che, come ogni parola o libro veri, possono far vedere loro quello che da soli non sono capaci di immaginare. Uno li guarda e si chiede se, almeno loro, sono capaci di prepararsi il cuore aspettando qualcosa o qualcuno. Se almeno il loro cuore lo sa fare ancora, quello che dice Elena Bono nella sua poesia Sopra un pensiero di Cechov: I giorni ugualmente passano/ sia che il tuo cuore la febbre lo divori/ sia che la pace lo smorzi a poco a poco./ Ugualmente passano i giorni./ Pazienta, cuore, attendi ancora./ Qualche cosa verrà che ti conforti/ di ogni febbre, di ogni disincantata pace.

Tutto sembrano, invece, fuorché pazienti: divorati da una febbre, da un fuoco che pare voglia far loro bruciare il tempo e le cose; da un’ansia di stringere in una mano, dentro uno schermo, parole così grandi da non stare nemmeno dentro tutta una vita e che loro invece sputano lontano come se ne avessero già avuto abbastanza, come se ne fossero già stanchi. Dicono amore e odio, dicono vita e morte, consumano, azzerano il tempo. Scivola via ogni istante, le cose in bilico tra realtà e finzione, nessuna memoria. E quale desiderio? L’attesa di cosa? Eppure chi se non loro dovrebbe vivere così, con la certezza che qualche cosa verrà a confortare di ogni febbre, di ogni disincantata pace?

L’attesa, anche incerta e confusa, di qualcosa che viene, che deve venire, rende l’istante che viviamo carico di senso: il tempo non è più inutile, la vita non è più inutile. Ogni attimo non è una foto che si brucia nell’arco delle 24 ore, come i messaggi e le immagini che ogni giorno questi poco più che bambini caricano sui loro cellulari, per poi ogni giorno ricominciare daccapo. Da una parte il fare e il disfare, il non trattenere niente, nessuna casa, macerie con le quali costruire altre macerie. Dall’altra, invece, una strada: ogni passo, un passo verso la casa, il posto in cui sarà finalmente umano abitare dopo il viaggio. E soprattutto, però, un posto che avrà reso umano, finalmente umano il viaggio.

Allora te lo chiedi anche tu, ormai quasi vecchio di fronte a questi poco più che bambini, che ne è del tuo viaggio, se hai ancora chiaro in testa e nel cuore il posto verso il quale si va, quali occhi e braccia ti aspettano. Ecco perché ce lo mettono qui ogni anno l’Avvento: mica che tu ti possa scordare quale amore ti ha preso e non ti ha più lasciato.

Così ancora una volta, anche quest’anno, mi ritrovo a pensare al contrario le cose. Ho sempre pensato che una madre potesse spiegare meglio di chiunque altro cosa succede se aspetti davvero qualcuno e se alla fine della tua attesa arriva un mistero che tu non potevi neanche immaginare che fosse così. E che accade e ti squarcia la vita e te la disegna come un cerchio intorno a lui. Ho sempre pensato che un bambino potesse spiegare meglio di chiunque altro cosa succede quando aspetti sulla porta che arrivi tua mamma, occhi e braccia che hai cercato tutto il giorno e che adesso ti prendono e ti mettono al centro di un cerchio buono che ti rimette insieme la vita e la gioia. Ho sempre pensato, come Rilke nelle sue Elegie duinesi, che potessero spiegarcela gli amanti questa attesa e il desiderio che trova finalmente la sua risposta piena e definitiva. Ho sempre pensato che la vita, le cose, potessero spiegare meglio di qualunque cosa il mistero. E adesso invece, ancora una volta, anche quest’anno mi trovo qui a dire a questi poco più che bambini che invece è il mistero, il mistero che viene, l’unico che riesce a spiegarci le cose e la vita, a spiegare anche un figlio, una madre, un amante. Così, come il poeta, dall’immagine tesa/ vigilo l’istante/ con imminenza di attesa – / e non aspetto nessuno/…ma deve venire/ verrà se resisto/ a sbocciare non visto/ verrà d’improvviso/ quando meno l’avverto/ verrà quasi perdono/ di quanto fa morire/ verrà a farmi certo/ del suo e mio tesoro/ verrà come ristoro/ delle mie e sue pene/ verrà, forse già viene/ il suo bisbiglio.

Ai miei poco più che bambini dico: Rebora parla dell’istante, di una cosa infinitesima, di questo secondo che viviamo adesso e dentro il quale si annuncia già il bisbiglio, la voce di chi abita la casa, là in fondo al viaggio. Che ci aspetta, ma che intanto ci viene incontro. Forse è questo l’Avvento. Il resto, come dice Saint-Exupéry, sarà tutto un addomesticarci. Come fanno le mamme e i bambini. Come fanno gli amanti. Come fanno i poco più che bambini e gli ormai quasi vecchi. Altro che attesa. Un lavoro gioioso, paziente e quotidiano. Un Natale per sempre.