SCUOLA/ Prova di italiano in terza media, riprendiamoci la libertà di sbagliare e di imparare

- Serenella Bertoli

Tanto si è detto sulle indicazioni del decreto relativo all’esame di terza media. I docenti sono chiamati a scegliere e innovare, lo facciano sul serio. SERENELLA BERTOLI

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Scuola (LaPresse)

Fiumi di parole sono state spese riguardo alle indicazioni del decreto relativo all’esame di terza media.

Nelle aule insegnanti dopo i primi allarmismi si è capito che occorreva semplicemente una riflessione sui testi da proporre. Il decreto indica suggerimenti, spetta poi ai docenti scegliere i testi conoscendo potenzialità e interessi della classe oltre al lavoro svolto insieme.

Molti di noi non si sono certo spaventati per il documento in sé, ma si sono sentiti mortificati dai tanti commenti e articoli, spesso fuorvianti come: “Il tema non c’è più”, “Era ora che insegnassero a fare i riassunti” o “Documento bellissimo e utilissimo”.

Certo il documento può essere fonte di tante considerazioni, ma un “ripensare radicalmente al modo in cui insegniamo a scrivere” mi sembra decisamente eccessivo. Non è quello che tanti di noi fanno in classe da sempre? 

Nel nostro gruppo di amici, insegnanti di lettere, che si è riunito per scrivere i titoli dei temi di terza ho ascoltato, a riguardo, molte opinioni. Le idee sono diverse: “Può essere un momento importante per ripensare al percorso che facciamo coi ragazzi nei tre anni e dare spazio anche ad una scrittura con certe finalità, in modo che siano più chiari”; “E’ quello che insegniamo tutti i giorni a scuola! In effetti alcuni mi sembrano più esercizi che vere prove di composizione”; “Sembra che un testo debba essere assolutamente utile, formiamo solo dei bravi cittadini o anche delle persone? C’è spazio in tutto ciò per un po’ di bellezza gratuita?”; “Sono indicazioni con esempi troppo vincolanti, tarpano la loro creatività!”; “L’ultima prova sembra un test Invalsi, e direi che di quelli ne abbiamo abbastanza! — specialmente con le nuove modalità di svolgimento a Pc di questi tempi”; “E’ un’occasione: secondo me occorre imparare a scrivere sia testi che abbiano uno scopo, sia altri che valorizzino la creatività dei ragazzi. Io non escluderei a priori nessuno”.

La cosa più intelligente sembra perciò quella di adattare questi suggerimenti alle esigenze dei nostri alunni, perché non sono tutti uguali, nemmeno di fronte a una pagina bianca. 

Per alcuni è gioia di creare, di non sapere subito cosa scrivere, ma di avere la possibilità di fermare i pensieri che arrivano e che si riversano come onde; un mare dove raggiungere anche le acque più profonde. Anche un titolo breve, calato in un contesto preciso, può scatenare mille possibilità.

Per altri la pagina bianca è horror vacui, il terrore del vuoto, di un mare sconfinato dove non si ha il coraggio di buttarsi, che si traduce in un desolato: “Non so cosa scrivere!” Il titolo breve lascia tutto quello spazio bianco. Smarrimento. Allora si passa alle varie strategie. Brutta su un foglio piccolo, perché uno spazio ristretto dà sicurezza. Tracce guidate punto per punto, basta seguirle. Questionari. Tutto questo non va bene per tutti. Ciascun ragazzo è un mondo, occorre scoprire con lui la strada più adatta.

I suggerimenti del decreto si possono benissimo tradurre in prove che diano la possibilità a tutti di esprimersi. Spetta a noi insegnanti crearle secondo quello su cui abbiamo lavorato per tutti e tre gli anni seguendo le caratteristiche di chi abbiamo di fronte, senza nulla togliere alla serietà della prova, che mantiene il valore di esame, di prova da superare con gli attrezzi che si è affilati a poco a poco. 

Le case editrici da tempo super-operative (giustamente, è il loro lavoro), ci hanno, poi, prevenuto: nelle grammatiche, nelle antologie hanno già incluso opuscoli di appendice con esempi di prove di terza. E tanti sono i corsi di formazione sulle nuove modalità dell’esame. E’ da anni che ci offrono il loro aiuto con una miriade di materiali, che pensano al posto nostro, e molti si sono abituati ad avere tutto pronto. Sembra che anche tra molti di noi insegnanti ci sia l’horror vacui, la paura di creare da soli qualcosa di veramente adatto ai nostri ragazzi. A volte l’abitudine ad un percorso già sperimentato e provato per più anni ci permette di lavorare con serenità, e di conseguenza si prova un senso di smarrimento di fronte a qualcosa che appare diverso. La tentazione è di chiedere ai rappresentanti delle case editrici sempre più materiale, tutto col corrispettivo correttore.

Ma il nuovo a volte può essere anche una sfida! Ci dà una spinta per pensare, progettare, riformulare, intraprendere nuove strade. Riporta al dialogo, alle discussioni, al confronto tra colleghi, a tante occasioni di scambio, che magari da tempo la routine aveva tolto.

Occorre anche tra noi ritrovare il coraggio di ripartire da zero per cercare ciò che è veramente essenziale. Diffidiamo di pagine e pagine scelte da altri. Di esercizi, di crocette e di paroline di completamento.

Siamo creatori. Siamo professionisti. Siamo degli innamorati della conoscenza, altrimenti non riusciremmo a stare ancora in un’aula, in mezzo ai tanti vincoli che giorno per giorno ci attanagliano. Non dobbiamo perdere la fiducia in noi stessi, nella nostra capacità di ricerca e di creatività.

E’ vero che spesso tutto rema contro di noi, ma non è forse la didattica l’unico momento che ci rende liberi, non è proprio il varcare la soglia dell’aula e vivere le lezioni con i nostri allievi la vera bellezza del nostro mestiere? Lo dobbiamo quindi a loro, a quelli che tutti i giorni trascorrono tante ore con noi, il tentativo di riaccendere la passione. Continuiamo a pensare a loro e per loro. Non fidiamoci dei titoli già pronti, scriviamoli, creiamoli per loro. 

Non lasciamo che altri, che non li conoscono, lo facciano ancora una volta al posto nostro. Riprendiamoci il coraggio di provare, di sbagliare e di imparare. 

Spesso è più semplice di quel che si crede: entrare in classe con qualcosa che ci è veramente piaciuto, un romanzo che si può scegliere perché adatto a quel tipo di classe, ai temi o ai problemi usciti. Leggere tutti i giorni, farli innamorare di una storia come ce ne siamo innamorati noi. Si va per interesse, empatia. Corrispondenza d’amorosi sensi. Leggere un po’ tutti i giorni, legarsi ad un trama, un percorso…

Poi scrivere. Chiamiamolo tema o testo, secondo le caratteristiche. Non importa. Scrivere spesso, non lasciamo riposare la penna e la creatività. Non basta certo attenersi al classico compito in classe del mese. Che siano riassunti, lettere, diari, autobiografie, racconti, relazioni, testi con diverse caratteristiche e funzioni, e poesie, che di funzioni non ne hanno…

L’insegnante è un direttore d’orchestra tra i suoni delle diverse discipline, dove la lettura e la scrittura sono i due strumenti che non possono mai mancare.

Tra un po’ fiumi di parole scorreranno anche per le indicazioni agli esami di maturità che entreranno in vigore il prossimo anno. E c’è già qualcuno che pensa al posto nostro! Ma noi accettiamo o rifiutiamo la sfida?

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