SCUOLA/ Nuovi prof, ecco le teorie che fanno male agli studenti

- Giorgio Chiosso

Il Fit tiene sulle spine perché si aspetta il bando di concorso, ma nessuno parla dei principi teorici che ispirano la didattica dei nuovi docenti. GIORGIO CHIOSSO

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Maturità - LaPresse

Migliaia di giovani laureati sono impegnati in questi mesi nell’acquisizione dei crediti professionali necessari per accedere all’insegnamento secondario. Si tratta della prima messa a prova del nuovo percorso di formazione e reclutamento previsto dalla Buona Scuola. Come noto il percorso Fit (formazione iniziale e tirocinio) in una prima fase affida alle discipline didattiche, pedagogiche, psicologiche e antropologiche una grande responsabilità e cioè quella di introdurre i futuri docenti nella vita scolastica. Si tratta di un passaggio strategico destinato a influenzare l’attività docente futura e che, secondo la vulgata più diffusa, andrebbe ispirato alle psicopedagogie di marca socio-costruttivista.

Secondo queste teorie è davvero e durevolmente appreso soltanto ciò che viene elaborato in proprio — e cioè “costruito” — dal soggetto che apprende. Si tratta di una linea evolutiva che da Dewey, attraverso Piaget e Vygotskij, Bruner giunge fino a Sylvia Scribner ed Ernst von Glasersfeld e alle didattiche fondate sugli ambienti di apprendimento. 

In questi autori si incrociano due principi: a) conoscere non significa osservare la realtà rispecchiandola, scoprirvi relazioni e nessi, bensì piuttosto costruire ipotesi interpretative valide ed efficaci per sapersi orientare nelle diverse situazioni: ogni conoscenza si configura cioè valida fino a quando risponde agli obiettivi di adattamento richiesti al soggetto dall’esperienza; b) saper apprendere significa, dunque, saper esercitare la capacità predittiva e risolvere problemi, una specie di continua ginnastica mentale per preparare la mente a rispondere a situazioni nuove e imprevedibili.  

Questa impostazione formativa, strettamente associata alla nozione di competenza (la competenza è precisamente la capacità di selezionare le informazioni, organizzarle e renderle funzionali alle esigenze contigenti), è coerente con il modello della school effectiveness oggi dominante nelle società occidentali e anche da noi largamente accreditata. 

In esso prevalgono obiettivi come una scuola che “serva”, la formazione di individui plastici, flessibili, intercambiabili, l’esigenza di tenere sotto controllo il rapporto tra costi e benefici. Un congegno efficiente senza fine specifico (inteso come visione della vita), ma soltanto dei risultati da raggiungere come esito di buone procedure.

Le metodologie didattiche oggi prevalenti intendono rispondere a questa visione di scuola, sia appartengano alle diverse declinazioni del problem solving o alle didattiche digitali o, ancora, siano esercitazioni laboratoriali riconducibili alla ricerca-azione. Le forme più estreme e radicali teorizzano che i libri di testo non servano, che ogni risorsa sia disponibile in rete e che occorra soprattutto abilitare la capacità di trovare ciò che è “utile”. 

Questi impianti psicopedagogici sono spesso presentati come la soluzione per assicurare l’efficacia scolastica e tendono a misconoscere altre modalità di apprendimento, in specie due importanti forme di mediazione didattica: la narrazione culturale e l’imitazione. 

La legittimazione del sapere narrato deriva da due principali ragioni: la prima è che la nostra esperienza è collocata entro un’esperienza più ampia e diffusa senza la quale è difficile rendere conto di noi stessi e dei nostri rapporti con la vita sociale. Esiste cioè un sapere senza il quale rischiamo di troncare il rapporto vitale con un patrimonio di idee, di cultura, di bellezza al quale, talvolta purtroppo inconsapevolmente, noi apparteniamo. La seconda ragione, più pratica, è che il sapere narrato consente di ottimizzare i tempi dell’apprendimento. Una lezione ben presentata, un filmato strutturato a dovere o un powerpoint comunicano informazioni che richiederebbero tempi più estesi di apprendimento se fossero esplorate attraverso ricerche personali. 

Merito principale del sapere narrato è tuttavia la mobilitazione dell’esercizio argomentativo e cioè l’invito a spiegare il “perché” e non solo il “come” delle proprie scelte. Senza questa attitudine critica non si accede alla padronanza personale e, conseguentemente, alla capacità di orientarsi nella molteplicità degli stimoli quotidiani. Attraverso la rete, ad esempio, molti ragazzi immagazzinano una grande quantità di nozioni senza tuttavia saperle disporre in un ordine gerarchico. L’argomentazione attiva precisamente questo tipo di esercizio. 

Anche l’apprendimento mediante l’imitazione costituisce una risorsa oggi poco valorizzata. Quando si parla di imitazione (e non della banale ripetizione o copia) ci si riferisce a un processo interpersonale generativo molto complesso che è alla base della nostra capacità di apprendimento fin dalla primissima infanzia. L’uomo è ciò che è perché imita intensamente i suoi simili e non sarebbe in grado di esprimere la propria libertà creativa se non disponesse di un modello con cui confrontarsi. 

Questa riflessione di carattere generale ha ricadute importanti sul piano degli apprendimenti scolastici, in specie quelli espressivi, sulle regole della convivenza e sulle tecniche metacognitive, queste ultime particolarmente importanti perché concorrono alla formazione del “proprio” stile di studio. 

La narrazione del sapere e il valore dell’imitazione — a differenza delle metodologie digitali e a quelle legate alla soluzione di problemi — non si presentano con le caratteristiche della funzionalità pratica che sembrano oggi trionfare nella vita scolastica e negli stessi documenti ufficiali e sono perciò spesso considerate come un aspetto educativo residuale. Non mancano addirittura quanti imbracciano queste pratiche educative con piglio ideologico, addebitando loro le insufficienze del sistema d’istruzione, con la vistosa sottovalutazione della loro forza di potenziare aspetti vitali della personalità. 

L’auspicio è che i giovani impegnati nei corsi del Fit incontrino docenti ed esperienze reali che sappiano valorizzare la varietà delle vie dell’apprendimento, senza pregiudiziali esclusioni. Una buona didattica è sempre inclusiva ed è efficace quando sa ricorrere, secondo le situazioni, a più soluzioni in modo da rispondere ad aspettative, esigenze e gradi di sviluppo differenti. 

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