SCUOLA/ Geografia alle medie, Tom Sawyer e una cartina prende vita

- Elisabetta Valcamonica

Imparare facendo da dentro le cose: vale per tutto, ma è il bello della geografia, un viaggio insieme al prof per farla ridiventare una cosa viva e reale. ELISABETTA VALCAMONICA

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LaPresse

Non so cosa sarebbe accaduto se, tra i miei studenti, avessi avuto il Tom Sawyer e l’Huckleberry Finn del celebre dialogo che i due ragazzi hanno sulla mongolfiera e in cui, cercando di capire quali luoghi stessero sorvolando con il loro pallone aerostatico, osservano il terreno sottostante e intraprendono una discussione sui colori delle carte geografiche. “L’Illinois è verde, lo Stato dell’Indiana è rosa”, afferma Huck chiamando a testimone la carta sulla quale aveva visto questi colori: sosteneva che, dato che nulla di ciò che passava sotto di loro era di colore rosa, allora dovevano per forza trovarsi nell’Illinois. Il suo ragionamento in effetti non fa una piega, se non fosse che — gli ricorda Tom — gli Stati non sono davvero dello stesso colore che hanno sulla carta.

Lasciamo i nostri due nel loro viaggio ed entriamo in un’aula scolastica. Ormai l’anno è finito da tempo, i banchi sono puliti, le sedie vuote; sulle pareti si stagliano ancora i disegni e i cartelloni, tracce del lavoro svolto, tappe transitorie e allo stesso tempo definitive del cammino dell’anno trascorso. Per ora, finché è estate, è così, poi l’anno prossimo lasceranno lo spazio ad altri lavori, disegni, invenzioni. Accanto a quei cartelloni, però, magari un po’ sdrucite, ricucite e rattoppate, lì a ricordarci l’orizzonte del qui e del dove, sono appese le cartine geografiche, finestre aperte sul mondo dell’insegnamento della geografia nella scuola secondaria di primo grado.

Lascio ad altri i commenti sui nuovi rumors scolastici dell’estate, che vedrebbero la proposta di inserire nella rilevazione nazionale delle competenze Invalsi proprio questa materia, che alle superiori quasi scompare dalle pagelle ma stringe il suo nesso con il tempo e la storia dell’uomo.

Racconto invece il singolare viaggio che ho fatto quest’anno come tentativo in una classe e che — con grande sorpresa e altrettanta soddisfazione — ho trovato tra le attività più significative illustrate negli ultimi temi dell’anno. “Ho lasciato un segno” è stato il titolo che un ragazzo ha dato al suo scritto, sotto forma di articolo per il giornale scolastico. È un tentativo bizzarro e creativo che forse puoi fare solo una volta, che non puoi replicare così com’è nella sua forma in tutte le classi, ma in tutte le classi puoi guardare e portare ciò che contiene. 

Ecco dunque: metti insieme un vecchio pannello di legno, della carta vetrata per togliere la vernice scrostata, del poliplat e della carta-carbone; un barattolo di vernice e dello scotch colorato; metti qualche lezione nel laboratorio di informatica, l’aiuto prezioso di alcune colleghe, il libro di geografia, un planisfero, ed ecco che sulle pareti della tua scuola, nello zaino dei tuoi studenti che ora andranno alle superiori e nella cartella con cui anche tu da insegnante ogni giorno vai a scuola, puoi veder comparire qualcosa che resta.

Nella prima parte dell’anno e con l’aiuto del manuale che ho in adozione ho ripreso i principali concetti della cartografia. Dalla piantina con gli spazi della scuola che i miei alunni hanno disegnato su dei cartelloni per i nuovi ragazzi di prima media abbiamo imparato di nuovo che la mappa è una rappresentazione “approssimata” , “ridotta” e “simbolica” del mondo, recuperando così dal di dentro la sua più scolastica definizione. Perché si fissassero in loro (quasi senza che se ne accorgessero) gli spazi e i confini ho fatto riprodurre a ciascuno il planisfero: le coste, i monti, continenti e paesi hanno così ripreso forma nello spazio prezioso tra il gesto e la mano.

Poi ti fermi e pensando al programma dell’anno ti accorgi che hai una grande fortuna: in una classe multietnica, come quelle che ormai sono normali nelle scuole italiane, hai sempre qualcuno da una parte del mondo su cui puoi contare e che puoi intervistare, per rendere vive le cartine che pendono dalle pareti e aiutare a capire un po’ di più — tu e loro — il mondo che ci circonda. Ho raccolto così una lista di parenti e amici dei miei alunni sparsi nel mondo, e sulla base di quello che avevo trovato ho diviso i ragazzi in gruppi e ho chiesto loro di preparare un’intervista reale per presentare ai compagni un paese del mondo. 

Nelle prime lezioni hanno studiato i paesi, e si sono accorti che per scrivere delle domande bisogna conoscere ciò che si chiede, e che per scrivere bisogna essere pertinenti e precisi, formulando per bene frasi che diano la possibilità di aprirsi al nuovo delle risposte di chi si intervista. Finito questo lavoro, a casa le hanno prodotte, usando tutto ciò che avevano a disposizione per contattare parenti lontani: c’è chi ha filmato una video-chiamata, chi ha scritto una mail, chi ha usato WhatsApp, e alla fine del primo quadrimestre la nostra classe si è riempita delle voci più diverse del mondo.

Poi ho scambiato i gruppi e riassegnato città e continenti per dar nuova vita anche a un vecchio pannello di legno trovato per caso in un magazzino. 

Lo abbiamo pulito, scartavetrato, dipinto e colorato; vi abbiamo incollato una vecchia cartina e gli skyline delle città del mondo che i ragazzi avevano studiato, ingranditi o ridotti dalle immagini che avevamo trovato sul web e quindi usando diversi strumenti. Li abbiamo ricopiati con la carta carbone su quadrati di poliplat, incorniciati da scotch di diversi colori per ciascuno dei continenti, e poi disposti accanto alle loro zone del mondo. 

L’Indiana non sarà rosa, ma l’America è gialla e l’Africa blu, direbbe Huck al nostro Tom Sawyer, guardando le immagini che abbiamo incollato su questo pannello. 

“Around the world” è il nome che i ragazzi hanno dato a questo progetto e di cui tutti ad un certo punto dell’anno parlavano perché non vedevano l’ora di vederlo finito. Hanno studiato le città, cercato notizie, catalogato informazioni, e con quanto hanno imparato abbiamo prodotto un libretto delle loro ricerche. 

È questo che hanno raccontato i ragazzi nei loro temi, restituendo anche a me il senso profondo del cammino bizzarro dell’anno e degli esperimenti unici e creativi del programma di geografia.

Che cosa rimane alla fine di un anno, di tutto questo lavoro, oltre al prodotto, oltre a quello che si vede e che ora fa compagnia sulle pareti alle mappe del mondo?

Studiare la geografia, preparare domande, scartavetrare, imparare la pazienza che il legno richiede, stendere la vernice e aspettare che asciughi, collaborare con i compagni e attendere le risposte alle domande dall’altra parte del mondo: è tutto questo che resta, l’essere stati pazienti con ciò che il lavoro chiedeva e mettere molto di noi nel lavoro richiesto: è questo che lascia il segno, dentro le ore di geografia come in tutte le altre.  

Imparare facendo da dentro le cose: dovrebbe essere questa la strada del viaggio che noi insegnanti facciamo ogni anno con tutti i Tom Sawyer e gli Huckleberry Finn della scuola italiana, soprattutto se sono alla secondaria di primo grado e se stanno — come Huck e Tom — sorvolando la terra alla ricerca del loro posto nel mondo.

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