SCUOLA/ Ecco perché l’istruzione al Sud è destinata a morire

- Antonio Napoli

La formazione scolastica e professionale al Sud è in grave crisi. Ancor più grave è che le eccellenze sono diventate un alibi per non fare nulla. ANTONIO NAPOLI

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LaPresse

Per chi osserva da anni le nuove perverse tendenze prodotte dalla fine silenziosa del meridionalismo, il tema sollevato da Gianni Credit della formazione dei giovani meridionali — e di conseguenza lo studio dei comportamenti delle famiglie per assicurare ai propri figli un futuro dignitoso — viene spesso portato ad esempio del groviglio di questioni che oggi attanaglia il Sud, e della cui matassa è diventato difficile trovare il bandolo.

I dati sono indiscutibili: un giovane meridionale trascorre a scuola mediamente la metà del tempo di un suo collega del Nord; il tempo pieno, che in molte regioni italiani raggiunge percentuali altissime, al Sud non supera l’8%; la percentuale di obesità presente tra i ragazzi tra i 6 e i 16 anni in alcuni quartieri popolari raggiunge e supera il 50%, mentre le mense scolastiche non funzionano o sono deserte. Senza contare la ripresa dell’abbandono scolastico (che in alcune zone di Napoli è oltre il 25%) o i dati relativi al livello medio di istruzione che testimoniano di un “analfabetismo di fatto”. Altrettanto carente è in media la preparazione degli insegnanti (diciamocelo, è questo livello scadente di professionalità il vero motivo della rivolta di tre anni fa dei neo-assunti contro i trasferimenti al nord). Senza parole lascia lo stato fatiscente della quasi totalità degli edifici scolastici. 

Quando i giovani meridionali diventano più grandi e solo una minoranza di essi pensa di proseguire negli studi universitari, scopriamo che le università del Sud hanno perso oltre il 30% degli iscritti negli ultimi 10 anni, quasi tutto a vantaggio delle istituzioni formative del Nord. Gli stessi che completano l’università al Sud corrono poi ai ripari affollando il floridissimo mondo della post-formazione universitaria di cui è ricca ad esempio la Lombardia, in cui si moltiplicano scuole di alta formazione, molto spesso private, come quelle destinate alla moda e al design.

Un recente studio ha quantificato in 250mila euro il costo minimo — per l’intero ciclo di studi — di un ragazzo fuori sede a Milano. Questo flusso di danaro alimenta il Pil della città, esattamente come accade per i “viaggi della speranza” di quelli che vengono a curarsi nelle strutture ospedaliere lombarde (la Campania stacca ogni anno un assegno di 180 milioni alla sanità lombarda, per dire).

Invertire questa tendenza nei prossimi anni sarà molto difficile. Perché intanto questa situazione — fa male dirlo — ha riprodotto una scuola di classe (al Nord) per ricchi del Sud completamente separata da quella per i meno abbienti, che rimangono a casa. Decenni di sforzi unitari buttati dalla finestra. Senza i soldi dei più ricchi e senza un pezzo del capitale umano sarà difficile cambiare il corso delle cose. Eppure, come sappiamo, ogni qualvolta si è tentato di realizzare qualcosa di sensato in questo campo si sono ottenuti risultati insperati. Come è il caso della Academy aperta a Napoli in collaborazione con la Apple nel popolare quartiere di San Giovanni a Teduccio. Oltre 700 ragazzi all’anno (siamo già al terzo anno di attività) hanno il privilegio di essere formati per diventare i più contesi giovani “digital manager” sul mercato. Anche se — è bene dirlo subito — la gran parte comunque va a lavorare fuori del Mezzogiorno, visto che — come ha giustamente fatto rilevare Vito Grassi, il nuovo presidente dell’Unione Industriali — le aziende meridionali sono in clamoroso ritardo nella loro trasformazione digitale e non sanno bene che farsene di questi profili.

Ma sono proprio queste eccellenze che rendono ancora più stridente e drammatico il divario con la “normalità” di un sistema formativo ormai collassato. In generale le cose di successo fanno da traino, da esempio, da punto di riferimento per il mondo che aspira a migliorarsi. In questo caso invece pochi casi assai positivi sono diventati alibi per chi governa questi territori e le istituzioni formative. Si cerca di negare l’evidenza di una grave responsabilità soggettiva. Paradossalmente questi comportamenti rendono davvero inutili gli sforzi di chi — pur in assenza di reali incentivi — crede ancora nella funzione di massa della scuola pubblica e nel difficile lavoro di organizzarla in maniera efficiente. 

Gli stessi ragazzi in questo contesto sono spinti a perseguire un modello di formazione orientato solo al successo personale. In questo modo li abbiamo spinti a non considerare come indispensabile la formazione di base, intesa come strumento essenziale per accedere in modo naturale al mercato del lavoro.

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