SCUOLA/ Così il costo standard può dare una mano a tutte le scuole

- Giacomo Zagardo

In un suo recente articolo, Annamaria Poggi ha argomentato l’impossibilità di attuare il costo standard. Bussetti lo ha congelato. La lettera di GIACOMO ZAGARDO

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L'ex ministro dell'Istruzione Marco Bussetti (LaPresse)

Nel suo pregevole articolo uscito su questa testata, Annamaria Poggi conclude che il costo standard diventa il nemico numero uno del sistema scolastico statale e, pertanto, nell’impossibilità di smantellare quest’ultimo, vanno trovate altre strade per raggiungere un pluralismo educativo reale. 

Pur riconoscendo la puntualità dell’analisi, vorrei obiettare che esiste, tuttavia, una graduazione politica nell’impiego di uno strumento. Il costo standard è certamente antitetico al sistema centralistico assoluto, ma non elide, a mio parere, la funzione insostituibile dello Stato: anzi, la potenzia relativizzandola. Il vantaggio del finanziamento di un modello pluralistico e concorrenziale non si riflette sulla qualità di una parte, ma sull’intero sistema pubblico (governativo e non), come appare nei paesi più performanti e pluralistici. 

Le prerogative dello Stato non richiedono necessariamente il monopolio nella gestione delle scuole finanziabili. L’esperienza di altri paesi (si può vedere il contributo al XIX Rapporto del Centro studi per la scuola cattolica: Modelli scolastici e finanziamento alle scuole non governative in Europa) insegna che, una volta stabilito un costo standard, si ha la misura per tarare tempi e benefici economici a favore di una quota progressiva di scuole gestite da aggregazioni della società civile, migliorando così innovazione e rendimenti. 

Ci sono voluti 25 anni per far passare le Friskola svedesi dalle 90 iniziali alle oltre 1.000 dei nostri giorni, con un graduale e sensibile miglioramento degli standard di quel paese nei ranking internazionali dello stesso periodo. Oggi, le scuole secondarie superiori delle grandi città svedesi sono a maggioranza libere, con buona pace dei governi laburisti che, in un primo tempo, si erano dimostrati ostili al cambiamento. Così pure, nei loro 7 anni di vita, le Free Schools inglesi sono cresciute gradualmente fino a quasi 500, interessando ormai più di 250mila studenti. E non è necessario ricorrere all’esempio della classica “rana bollita” per spiegare l’accettazione di questo modello da parte delle contrapposte forze politiche: con le scuole libere l’amministrazione pubblica, a qualunque governo appartenga, risparmia e incassa tasse da reinvestire sulle zone a rischio che ha il compito primario e non delegabile di supportare. 







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