SCUOLA/ Oltre lo smartphone: istruzioni per superare le colonne d’Ercole

- Gloria Cuccato

Che cosa guardano i ragazzi di oggi oltre agli smartphone? La solitudine a cui sembrano condannati si può spezzare? Occorrono degli adulti e l’esperienza reale. GLORIA CUCCATO

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LaPresse

“Roma, periferia est. Scuola elementare. Un’insegnante mi fa notare come sia cambiata l’angolatura degli sguardi dei bambini d’oggi rispetto a quella di quando noi avevamo la loro età. Noi guardavamo sempre in alto, verso il mondo degli adulti, loro hanno la schiena ingobbita, gli occhi rivolti verso il basso, guardano ciò che tengono tra le mani, la tecnologia”.

Così Paolo Crepet nel suo libro Baciami senza rete introduce la sua riflessione sui giovani d’oggi. Ma è proprio vero che i nostri ragazzi sono così? A una prima impressione tutti avvallerebbero questa idea, basterebbe soffermare lo sguardo in un momento normale di vita quotidiana, durante una cena a casa o in un locale pubblico, sulla metro o in una banchina del treno, all’entrata a scuola o all’uscita, oppure nella loro cameretta. Sono ragazzi che non danno problemi, rimangono lì incollati allo smartphone per ore e ore senza disturbare e importunare gli adulti che hanno il tempo sempre più risicato e devono rispondere a innumerevoli input e preoccupazioni, oppure si concedono momenti di relax navigando anche loro senza una precisa meta nel mare nostrum di internet. 

Nel mare nostrum, appunto, di ciò che è ben circoscritto e determinato da chi sa porre limiti alla rischiosa avventura che ci aspetterebbe al di là delle colonne d’Ercole.

E’ per questo che noi adulti siamo così solerti nell’evitare qualsivoglia ostacolo contro cui ci battiamo perché i pavimenti siano anti-trauma o gli angoli delle murature siano rivestiti di gomma piuma oppure perché in mensa ci sia il pane integrale e la frittata sia fatta con uova pastorizzate per evitare rischi di salmonella. Che dire poi dei traumi che un bambino può subire di fronte a un insuccesso scolastico, a un cinque in storia o matematica, oppure di fronte a uno sgarbo di un compagno o, peggio ancora, di fronte a un mancato invito alla festa di compleanno di un amico? Per non parlare poi della possibilità di imbattersi in un docente troppo pretenzioso o non all’altezza delle proprie aspettative: come tanti Telamoni ci schieriamo per sostenere e difendere il sacro tempio di Zeus, i cui resti sono ancora oggi visibili nella Valle dei templi di Agrigento, perché ciò che ai nostri occhi sembra sicuro e certo sia percorribile dai nostri figli.

Visitando la Valle dei templi ad Agrigento si rimane impressionati dalla fede che i nostri progenitori hanno vissuto più di 2500 anni fa: perché un così grande dispiego di energie se non per dare sicurezza e certezza a un presente tanto fragile e in balia di onde anomale che minacciano di affondare la nostra piccola e fragile imbarcazione impegnata nelle correnti minacciose del mare nostrum? Che impressione però vedere che proprio il tempio di  Zeus, sovrano degli dei, è oggi ridotto a un cumulo di rovine! Cosa rimane oggi di quello sforzo erculeo che migliaia di schiavi hanno compiuto all’insegna di qualche tiranno che, credendo di avere in mano le sorti della città, ha fatto costruire queste meraviglie?

Oggi, come ieri, anche noi rischiamo di agire come il tiranno Terone, a cui si attribuisce la costruzione di gran parte del sito archeologico, come se fossimo noi a detenere il primato della salvezza del popolo. Eppure nessuno di noi adulti vorrebbe identificarsi con simile figura. Tutti noi vogliamo il massimo per i nostri figli, vogliamo per loro un orizzonte limpido, senza nuvole e foschie di sorta, come è possibile ammirare in una giornata di vento in una qualsiasi località marina del nostro Paese. Ma è questo l’orizzonte per cui ciascuno di noi è fatto, per cui abbiamo messo al mondo dei figli, per cui abbiamo scelto di essere insegnanti ed educatori? Siamo nati per il Mare nostrum?

Sempre Paolo Crepet dice: “Dentro uno sguardo puerile c’è l”oltre’, il significato e la necessità del crescere, il bisogno di tutela, di guida, l’anelito verso ciò che verrà, la necessità di credere in chi lo accudisce. Così come il saltatore ha bisogno di guardare verso l’alto, verso la sua asticella — simbolo ambivalente di ambizione e limite —, così il bambino deve poter volgere i suoi occhi verso il divenire, che non è il terreno su cui poggiano i suoi piedi, ma il cielo, il tetto del mondo, il luogo delle sue meraviglie. Un bambino ha necessità di conoscere che cosa significa una sfida, altrimenti come potrà sapere cosa implica il coraggio, l’ardimento? Come potrà diventare un uomo temerario e risoluto? E se non gli è stata data la possibilità di guardare l’asticella del suo futuro, come potrà ambire a superarla?”.

Per guardare quell’asticella il bambino, come qualsiasi uomo, deve essere armato di due fondamentali strumenti: la realtà così come è data (che contiene la possibilità per dire “io”) e la certezza che c’è qualcuno che tifa per lui. Non di uno che stabilisce il traguardo e soprattutto la strategia per raggiungerlo, ma qualcuno che vivendo la sua vita a tutto tondo si fa compagno dell’impresa misteriosa a cui ogni io è chiamato. Non siamo stati messi al mondo per il mare nostrum, ma per navigare oltre le colonne d’Ercole alla ricerca di ciò che è il nostro io. Abbiamo bisogno di un tuffo nella realtà reale, fatta di incontri, scontri, fatta di erba, acqua, fango, cielo, di prati e di colline, di campi, di polvere, di banchi, di libri, di vestiti, di giochi, di squadre, di bande, di indovinelli, di storie, di sassi e alghe marine.

Uno dei momenti più significativi di scuola dell’anno trascorso è stato quando dopo settimane e settimane di laboratorio teatrale, in cui per ore e ore i ragazzi dovevano ripetere le stesse scene, le stesse battute, sempre uguali eppure sempre diverse, sempre corrette e aggiornate, Greg ha detto: “Da quando ho capito che quello che dicevo e facevo c’entrava con me, ho cominciato a recitare sul serio”. Oppure quando Gigi si è trovato sulla pagella un bel cinque in italiano: “I prof. non mi hanno fatto sconti perché credono in me, adesso mi metto a studiare grammatica” e quel cinque è diventato otto. Ma come non ricordare Benny di fronte alla sua confessata incapacità e impossibilità di memorizzare dieci versi dell’Iliade: non ce la faccio, non riesco! Ormai la spugna era gettata, ma c’è stato qualcuno che l’ha raccolta e “gentilmente” gliel’ha restituita dicendogli: “Bene, allora vuol dire che dovrai utilizzare il tempo previsto per il derby per studiare”. Improvvisamente i neuroni si sono messi in moto e in dieci minuti i 10 versi sono stati declamati in pubblico con grande soddisfazione del protagonista che è andato sul campo di gioco coi compagni con una certezza in più rispetto alle proprie capacità. Ci vuole un certo coraggio di fronte alla richiesta accorata di una mamma: “Non interroghi mia figlia oggi, perché siamo andati al mare nel weekend e non è riuscita a studiare come voleva”, a dire: “Non posso tradire così sua figlia. Sarà trattata come tutti gli altri, se prenderà un’insufficienza faremo festa, perché sarà un’occasione privilegiata per capire che nella vita anche le circostanze ‘negative’ sono una possibilità per scoprire qualcosa di sé”.

Come l’aria c’è bisogno di incontrare qualcuno in cui sia evidente che quello che cerchiamo c’è, ma occorre dare tempo al tempo, tenere fermo il timone quando le onde imperversano e tenere fisso lo sguardo sulla stella polare che ci guida.

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