SCUOLA/ La vendetta della realtà sull’Asl simulata e sulla valutazione

Di recente Luisa Ribolzi ha scritto che occorrerebbe appoggiare l’Asl a una valutazione quantitativa. In sua mancanza si dovrebbe procedere lo stesso. La lettera di FRANCO LABELLA

16.09.2018 - Franco Labella
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Lavorare di notte fa male alla salute?

Caro direttore,
esistesse ancora la meritoria possibilità di commentare in calce gli articoli del Sussidiario, ai lettori sarebbe toccato, a commento dell’intervento di Luisa Ribolzi di qualche tempo fa sull’alternanza scuola-lavoro, solo un lapidario “Predicare bene e razzolare male”.

Ma, ahimè, commentare non è più possibile per cui, cari lettori, beccatevi qualche riga in più. Dunque la premessa della professoressa Ribolzi sarebbe quella di affidare ad una seria valutazione basata su dati quantitativi e qualitativi rilevati e non al florilegio delle esperienze dirette il giudizio su una esperienza (perché la scuola reale questa poi è) introdotta ex abrupto per i licei dai guastatori della cosiddetta “Buona Scuola”.

In mancanza di valutazione, pare di capire, è buona cosa, a parere di Ribolzi, una epoché, una sospensione di giudizio che tenga in vita, alle condizioni date, l’alternanza scuola-lavoro. Con buona pace della filosofia, degli aoristi ed anche della Costituzione e del diritto non studiati.

La valutazione come strumento di giudizio è premessa condivisibile, ma smentita, purtroppo, dalla stessa proponente. E’ già sulla genesi dell’alternanza nei licei, infatti, che casca l’asino del ragionamento ribolziano. Perché non c’è stata alcuna valutazione delle condizioni di partenza necessarie ad assicurare il successo ad una misura potenzialmente innovativa.

E’ superfluo ri-raccontare la storia dell’Albo o della mancanza di direttive alle strutture della Pa, ne ho scritto qui tre anni fa e rimando. Il giudizio conseguente qual è? Insuccesso assicurato (e questo, per usare la terminologia della professoressa, è un fatto) valutato sulla base della carenza verificabile di verificabili pre-condizioni generali.

E se per caso Ribolzi volesse chiedere “Ed in base a cosa?” ribatterei con le parole, altrettanto apodittiche, del suo articolo: “che spesso la realizzazione sia affidata da scuole svogliate o disinteressate ad insegnanti impreparati è un fatto”. Ohibò, ma la premessa di Ribolzi non era rifuggire dall’aneddotica e dalle impressioni e parlare la lingua dei dati scientifici della valutazione? Ed i fatti valutativi sono basati sui numeri o sulle impressioni di chi scrive?

Altro punto fallace del ragionamento finto-valutativo di Ribolzi è il riferimento alle critiche alla furbata della “impresa simulata”. Le critiche muovono da due ordini di considerazioni verificabili: la prima è di carattere strettamente curricolare (anche qui, però, il silenzio ribolziano è perdurante ed assordante) e cioè che non si può parlare di impresa e azienda in assenza dell’abc giuridico-economico.

I curricola liceali sono assolutamente privi delle relative discipline e quindi l’impresa simulata è come il piccolo chimico affidato a studenti assolutamente ignari dei principi di base della chimica medesima.

La seconda critica (ed anche qui, con tutto il rispetto della paritaria bresciana citata da Ribolzi, “una rondine non fa la primavera valutativa”) verte sulla considerazione che l'”impresa simulata”, lungi dall’essere stata una primaria scelta educativa e didattica, è stata l’indicazione anche ministeriale quando ci si è resi conto che la realtà esterna alle scuole semplicemente non esisteva in larga parta delle realtà territoriali centro-meridionali.

Per non dover ammettere, perciò, che l’alternanza non poteva partire per assoluta mancanza di ambienti esterni “di lavoro” (se il termine disturba, cambiamo la denominazione da alternanza scuola-lavoro in alternanza scuola-altra scuola o simili) si è ripiegato sulla realtà simulata dimenticando, evidentemente, che i giovani (quelli del triennio definiti “ragazzini” nell’articolo di Ribolzi) la realtà virtuale dei videogiochi già la conoscevano, o magari, chissà, si voleva valorizzare proprio la vituperata realtà virtuale?

Quindi altro che la citazione delle Youth Enterprises europee (ché se progetti una start-up senza avere idea manco del planning e del background minimi necessari non ti ridono appresso solo le banche che ti devono finanziare… leggi qui) ma piuttosto l’italico spirito dell’arrangiarsi dei “docenti impreparati e svogliati” della vulgata ribolziana. O meglio più che dei docenti, dei presidi, pardon dirigenti scolastici, visto che a loro è stata recapitata la patata bollente dell’alternanza de’ noantri.

Ma di cui non si può scrivere né impreparati né poco convinti. Al massimo “governativi ad oltranza”… e a leggere alcuni interventi, oltre a quello già citato, sull’alternanza pubblicati dal Sussidiario, nemmeno i soli. Sarà un’offesa? E, per restare sulla chiusa della prof. Ribolzi, è ideologia anche questa? Del resto siamo il Paese delle verifiche per finta o delle valutazioni semplicemente inesistenti. Qualcuno ha notizia delle verifiche e valutazioni, previste dalle disposizioni normative che lo introdussero, connesse al cosiddetto riordino Gelmini delle superiori? Misure prese, provvedimenti conseguenti di revisione curricolare? Non pervenuti. Qualcuno ha avuto notizia delle verifiche e valutazioni, mai effettuate, connesse all’abrogazione tout court delle sperimentazioni Brocca? Semplicemente mai effettuate.

E mi fermo qui, anche se la tragica realtà di questi giorni porterebbe a proporre anche altre domande relative alle verifiche e valutazioni come strumento dell’amministrazione e del governo non solo della scuola.

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