SCUOLA/ Quando la retorica scolastica rovina (anche) la vita

A scuola va in scena una gigantesca finzione: si leggono e scrivono cose che la vita testimonia come del tutto superflue. Ma così la scuola stessa è spacciata

01.01.2019 - Valerio Capasa
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Giovani davanti a scuola (LaPresse)

Esistono ancora case in cui, durante il pranzo di Natale, i bambini recitano poesie. Ma cosa accadrebbe se, quando si spegne l’ultima poesia dell’ultimo bambino, un adulto trovasse il coraggio per recitare anche lui una poesia? Forse i parenti lo guarderebbero con compassione, perché la poesia – si sa – è roba per bambini. Come del resto il Natale. Così il 25 dicembre ci si dimentica – oltre che del Festeggiato proprio mentre si festeggia – anche della poesia proprio mentre la si applaude. Non c’è una locanda in cui la poesia trovi spazio, e deve anche lei rifugiarsi nelle grotte clandestine delle letture solitarie, delle amicizie nascoste, dei libri sotto il banco più che sopra. Ma anche quando per qualche fortuna la poesia passa sopra i banchi di scuola, rimane comunque confinata in un ghetto: non c’entra con la vita, c’entra con le ore di italiano.

Sicché il 7 gennaio, rientrando in classe, si stenta a credere di nuovo a quell’antica pretesa degli scrittori di mettere a fuoco il mondo, dopo che per quindici giorni si è potuto campare lo stesso anche senza un filo di letteratura. Allora lo stucchevole ritornello mediatico “compiti per le vacanze sì o no” sprofonda nei dubbi perfino sui compiti nel tempo ordinario, perché una cosa che non ha senso di domenica non si vede perché dovrebbe avercelo di lunedì.

Qualcosa di simile accade con i testi argomentativi, pervicace preoccupazione degli insegnanti di lettere, così premurosi nel propinare le regole per scriverli correttamente. Peccato che non si possa concepire un testo argomentativo senza l’abitudine a chiedersi il perché delle cose. Dopo il famoso tragico concerto di Sfera Ebbasta, un papà ha raccontato che ogni volta che è andato a prendere la figlia quindicenne da quella discoteca si è sempre trovato davanti a vomito e alcool, ma l’unica risposta alla domanda su come si faccia a stare in un posto del genere è: “guarda che ci vanno tutti. Non posso essere il più sfigato”.

Questo appannamento argomentativo è la negazione di ogni pensiero: il mondo pensa già al posto mio, come a scuola al posto mio c’è un libro che pensa. L’ottusità dilaga sguazzando nell’orda; provate a chiedere a chi esce il sabato sera per quale motivo lo faccia: la sola domanda risulta ridicola, o peggio irritante. Nel frattempo ci sono studenti che incassano voti iperbolici quando scrivono testi argomentativi sull’intellettuale nell’umanesimo ma non sono disposti a mettere in discussione le proprie vicende quotidiane. Assistere poi allo strazio delle autogestioni dicembrine, con gli immancabili corsi sulle droghe leggere, il burraco e le danze caraibiche e frotte di studenti che vagabondano per i corridoi divorati dalla medesima noia delle spiegazioni di storia, lascia supporre un tacito accordo fra adulti e adolescenti sulla comodità di abitare l’insensatezza.

È in corso la crisi della proposizione causale: la gente si esprime per rutti, singhiozzi, faccine e pollici in su anziché sintatticamente, e quando si eleva al lusso della sintassi non sfugge al refrain paratattico di proposizioni principali. Interrogativa diretta: “perché andate al ballo della scuola?”. Principale tautologica di risposta: “perché siamo della scuola” (o con variante idrocefala: “se non le facciamo adesso queste cose…”). Nuova interrogativa spiegata e illustrata a beneficio dell’analfabetismo funzionale: ““Siamo della scuola” è una proposizione principale, ma nel periodo ci vorrebbe una subordinata causale, del tipo: “andiamo al ballo della scuola perché…””. Il perché invece latita, e intanto si bofonchia, si cincischia, si ciarla, si ridacchia. Però poi in classe son tutti lì a fare il debate. Chiamarlo “dibattito” ovviamente non sarebbe glamour, e figuriamoci se dovessimo leggere i dialoghi platonici: troppa razionalità, troppe poche opinioni.

A scuola va in scena una gigantesca finzione: si leggono e scrivono cose che la vita testimonia come del tutto superflue (superflue alla vita e superflue anche alla scuola). C’era una volta il saggio breve. E non si poteva vivere senza. Incontravi colleghi nel corridoio che simulavano saggi brevi, fotocopiavano saggi brevi, si aggiornavano sui saggi brevi. Poi, improvvisamente, più nulla. Scomparso da un giorno all’altro dall’esame di Stato e perciò dalla scuola, unico habitat della sua meteorica esistenza d’allevamento. Nessuno dei saggi fautori dei saggi brevi si è lamentato della vita breve del saggio breve: di scatto gli automi si sono rivolti alle nuove tipologie testuali. Così un giorno di circa vent’anni fa sbarcarono sul pianeta terra le analisi del testo, e da quel momento gli insegnanti difendono l’imprescindibilità di (b)analizzare un testo, operazione talmente fondamentale che si era fatta letteratura per tre millenni prima che fossero inventate e che fra qualche anno scomparirà di punto in bianco per qualche altro millennio.

Insomma, sono mode le poesie a tavola come i testi argomentativi e il debate a scuola: ma c’è vita oltre la moda? La scuola è spacciata se non rompe l’estraneità rispetto alla vita, ma ancor di più se non rompe l’estraneità di una persona rispetto a se stessa. Una mia ex alunna, a cui avevo chiesto di scrivermi cosa pensasse di certe questioni, mi ha confidato che erano anni che non scriveva se non per essere valutata: questo è il disumano che avanza, sotto la coltre sorridente degli Open Day.

Se parlare e scrivere servono a riempire una cesta di voti, senza desiderio di entrare in rapporto con un altro essere umano e con la verità, allora sono format scolastici, né più né meno dei format televisivi: riempiono tempi e spazi delimitati, nessuna intrusione nella vita reale (o forse, più precisamente, è retorica scolastica che rende retorica anche la vita). La scuola estranea alla vita finisce per disumanizzarla, mentre lo scopo dell’incontro con i geni e con la storia della letteratura, della filosofia, della scienza è esattamente il contrario: umanizzare la vita. Perché siamo in tempi duri, in cui vanno a braccetto due mostri di nichilismo, e ci vogliono cuori inquieti, umani, vivi per entrare a gamba tesa nell’ovvietà del presente e rendere più umani i pranzi di Natale, le ore di lezione, l’esistenza intera.

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